
È l’ultima pessima abitudine dei giallisti italiani. Chiudere con una notizia estremamente allarmante senza dare alcuna indicazione sulle sue conseguenze.
Lo scopo è evidente ed è mutuato dalle serie televisive che non vogliono perdere ascolti nella stagione successiva, che in genere è già in lavorazione quando noi vediamo l’ultima puntata della precedente. Ma il romanzo successivo deve ancora essere scritto e chissà quanto dovremo aspettare. Vabbè…perdoniamoli. Una debolezza quasi simpatica.
Stiamo parlando di ‘Nero mediterraneo’, l’ultima indagine del Commissario Alvise Terranova nella sua adorata Carloforte.
Direi che si può definire una peculiarità dei giallisti italiani quella di costruire le loro storie spesso in modo da farci entrare nel loro mondo, che sia una città, un territorio, magari semplicemente un’atmosfera particolare che si respira solo in un certo ‘dove’.
Già quando, se si parlava di gialli, si pensava sempre e soltanto al mondo anglosassone o a Maigret, e sembrava impossibile che se ne potessero scrivere di italiani, c’era stato Scerbanenco che si ostinava a raccontarci la sua Milano.
Ebbene anche nella quarta fatica di Antonio Boggio, che è poi anche la quarta indagine di Terranova, siamo sempre nel contesto estremamente particolare dell’isola di San Pietro.
Disabitata e piena di insalubri paludi prima che i Savoia la regalassero ad un gruppo di Genovesi discendenti delle famiglie che erano partite da Pegli, quartiere di Genova, al seguito dei potenti mercanti Lomellini, e si erano insediati a Tabarka, al confine tra Tunisia ed Algeria. Allora isola, oggi collegata alla terra ferma.
Stanchi delle continue vessazioni del Rais di turno avevano chiesto ai Savoia, divenuti Re di Sardegna dal 1720, una ventina di anni prima, di aiutarli e Carlo Emanuele III gli aveva donato l’isola degli Sparvieri, come si chiamava allora l’isola di San Pietro.
Nel giro di una decina d’anni erano nati una città disegnata da un architetto, delle saline che avevano sostituito le paludi ed un fiorente commercio. La città aveva preso il nome del Re e la chiesa parrocchiale era stata dedicata a San Carlo Borromeo. I suoi abitanti parlano ancora in tabarkino, il dialetto ligure che si sono porati appresso nei loro spostamenti, formando ora un’enclave genovese in Sardegna. La provenienza nordafricana è rimasta nel nome. (Grazie Wikipedia.)
Tutto nasce dal ritrovamento su una spiaggia un po’ lontana dal centro abitato del corpo di
una ragazza che presenta una lesione alla testa che non l’ha uccisa, ma anche tracce evidenti di uno strangolamento.
Una ragazza singolare. Molto determinata ad uscire da un mondo che le sta stretto e a meritarsi la considerazione di tutti per i propri futuri sicuri successi, prima di tutto del padre e della madre. Quasi a qualsiasi costo. Con molti spasimanti, ma anche molte inimicizie.
Ma le indagini sull’omicidio si intrecciano con quelle di un altro omicidio avvenuto a bordo di un misterioso peschereccio che ha riversato a Carloforte un piccolissimo esercito di migranti ripescati alla deriva nel mare ad ovest della Sardegna dove confinano le zone di rispetto delle coste di diversi Paesi.
E la PM che segue le due indagini e che da sempre è attratta dalla personalità del commissario, deve vedersela anche con la polizia spagnola che sta seguendo per Europol un’indagine che coinvolge quasi tutto il Mediterraneo occidentale per un traffico internazionale su vasta scala, decisamente poco lecito e molto redditizio.
Il ritmo è quello adatto ad un’isola rimasta molto legata al suo passato, ma certo non mancano i colpi di scena fino all’ultima pagina.
Antonio Boggio. Nero Mediterraneo. Il Giallo Mondadori, 2026.
Michele Chialvo
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