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    A ottant’anni come a sedici

    Un racconto di Michele Chialvo: una storia d'amore che dimostra come la vita possa ancora sorprendere quando sembra aver già detto e dato tutto

    ArsMedica

    Michele Chialvo, giornalista professionista, collabora da tre anni con VignaClaraBlog.it regalando ai nostri lettori ricordi di Vigna Clara – quartiere in cui vive dagli anni ’50 – racconti, riflessioni e storie capaci di guardare alla realtà con sensibilità e leggerezza.

    Quella che pubblichiamo oggi è una novella che parla d’amore, del tempo che passa e di quello che, invece, non passa mai. È la storia di Leo e Lea, due persone che la vita aveva fatto incontrare molti anni prima e che il destino decide di far ritrovare quando ormai sembrava troppo tardi.
    O forse no. Buona lettura.


    Leo
    È ovvio che, a quasi ottant’anni, è ridicolo, ma non ci posso fare niente, io me ne sento sedici. E con un messaggio forse ci riesco: mi sono innamorato di te. Come un ragazzino. E dai… l’ho detto. Ce l’ho fatta. E oggi sono qui perché speravo di poterti accompagnare in aeroporto. E dirtelo pure con un abbraccio. Se posso…

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    Lea
    Era ora…Io ne ho quasi settanta, ma non credo che sia molto meno ridicolo. Sono ancora qua. Se guardi a ore 7, come dicono i piloti, mi vedi col telefonino in mano. E se ti guardi attorno vedi che le poche adolescenti che ci stanno ne hanno tutte in mano uno anche loro…Stavo per chiamare un taxi, ma devo dire che ci speravo…

    Due messaggi WhatsApp che hanno cambiato le nostre vite. Una storia d’amore di un’intensità travolgente fatta di una tenerezza senza fine e una complicità totale. Prima di quei due messaggi non avevamo mai trovato il coraggio. Forse ci vergognavamo un po’… alla nostra età…

    La conosco da quando è nata. È la sorellina di uno dei miei amici più cari. D’infanzia, di maturità e di vecchiaia. Noi ci siamo ancora, ma del nostro gruppo siamo rimasti in pochi.

    Lea ed io avevamo già avuto una mezza storia quando eravamo ancora sposati tutti e due. Io ora sono vedovo. Lei è divorziata da parecchi anni. Io ho un figlio, una nipote e persino una bisnipote nata da pochi mesi. Lei ha due figli, uno in Svizzera ed uno in Spagna, e quattro nipoti.

    Allora, non successe niente più di un indimenticabile bacio perché proprio il giorno dopo mi offrirono di andare ad aprire la prima filiale in Polonia, con emolumenti quasi da capogiro. Un’ offerta che non si poteva rifiutare.

    Mio figlio Achille era già più che adolescente e rimase con i nonni materni; mia moglie si mise in aspettativa e poi in pensione e mi seguì. Dovevo stare al massimo uno o due anni. Ce ne sono voluti dieci prima di riuscire a tornare. Ma fu un’esperienza entusiasmante.

    Così ci eravamo persi di vista. Ci siamo rivisti qualche volta dopo che sono tornato in Itala, ma sempre quasi di sfuggita. Verso la fine dell’ autunno scorso ci siamo ritrovati seduti accanto ad una Serata Cinema.

    Il figlio di un amico comune fa il critico cinematografico e organizza queste serate in cui racconta il back stage di un film di cui fa vedere anche alcuni spezzoni. Quella sera era Frankenstein Junior. Uno dei film più divertenti della storia del cinema. E ci siamo fatti un sacco di risate un po’ più appiccicati di quello che sarebbe stato necessario. È successo qualcosa, ma ce n’è voluto di tempo per ammetterlo.

    Il giorno dei messaggi mi aveva mandato l’invito per la presentazione di un libro. Era uno di coloro che dovevano parlare dell’autore e del romanzo. È una storica importante. Ora è in pensione, ma ha insegnato alla Sapienza per trent’anni. Avevano preso una sala dell’Odeon, il cinema di Vigna Clara ad un passo da casa mia.

    Mi sono sistemato in prima fila e non mi sono perso una parola. E nemmeno uno sguardo. Di Lei. Mi aveva detto che dopo partiva per Alghero. Ha una casa a Stintino dove stava facendo dei lavori. Usciti in piazza Jacini, non riuscivo più a vederla.

    Alla biglietteria dell’aeroporto, ci hanno detto che c’erano ancora posti liberi e sono partito anch’io. Senza nemmeno un paio di calzini di ricambio. Mi potevo comprare tutto lì. Ho chiamato il Car Vallet e gli ho lasciato la macchina.

    Questo accadeva tre mesi fa o poco più. A Stintino ci siamo rimasti una settimana. Poi, ce ne siamo andati un’altra settimana a Parigi. E poi siamo andati a vivere a casa sua, ai Parioli. Non ci possiamo permettere di perdere altro tempo.

    La verità è che ci sentiamo come se avessimo vissuta la nostra vita sempre insieme, ma abbiamo anche una gran voglia di goderci, sempre insieme, tutto quello che ci resta.

    Lei si chiama Eleonora, come Eleonora d’Arborea, la terra di suo padre, Sardo, senza se e senza ma, anche da magistrato trapiantato in continente. Io, Leonida, perché mio padre, un oncologo famoso, era appassionato di storia Greca. Barca e casa ad Itaca. Ero appena laureato quando mamma è morta di un tumore al pancreas, pare che sia il karma degli oncologi. In Grecia, ha venduto tutto, praticamente ha smesso di esercitare e un anno dopo è morto anche lui.

    Leo e Lea, era nato quella sera, poco prima di quel famoso bacio. Parlando era venuto fuori che ‘Leo’ è in tutti e due i nomi, ma Leo e Leo non ci piaceva e decidemmo di chiamarci da allora Leo e Lea. Lo abbiamo trasferito nella rubrica telefonica e non è mai più cambiato.

    Ora siamo ai primi di giugno e ci siamo trasferiti da me, perché nel complesso dove abito hanno aperto la piscina e cominciare la giornata con una bella nuotata è estremamente piacevole. Ho ereditato l’appartamento dei miei; la mattina presto non c’è nemmeno la pipinara dei bambini e si sta benissimo.

    In questo momento però siamo a casa di mio figlio, medico come il nonno, e di mia nuora, medico anche lei. Lea si è innamorata di Giulia, la mia bisnipote di cinque mesi, e si stanno coccolando in un turbinio di sorrisi e gridolini. È una bambina incredibile. Mai un pianterello. Mangia, dorme e ride. Francesca, la mamma, vive con loro; l’ha avuta da una relazione finita malissimo e il padre non sa nemmeno di essere padre. Loro due, avvocati, erano insieme in uno studio importante, uno di quelli internazionali, e lui si è trasferito a Londra.

    Tutta la nostra progenie ci guarda in modo strano. Siamo stati anche in Svizzera e in Spagna. Non riescono a credere che si possa essere sopraffatti dalla felicità alla nostra età.

    Abbiamo persino preso in considerazione l’ipotesi di sposarci. Ma abbiamo concluso che ci sarebbe sembrato di fare la figura degli idioti. Daremo una festa appena riusciremo a recuperare figli, nipoti e amici più cari. E non potranno fare a meno di invidiare quello che ci è capitato.

    Ho visto il computer di mio figlio aperto sulla scrivania e non ho resistito. Conosco la password. Mi sono messo a scrivere perché voglio che lui lo legga e perché vorrei essere su un pulpito e avere un pubblico cui urlarlo: non rassegnatevi. Mai.

    Può capitare di tutto, anche a ottant’anni. Statisticamente poco probabile? Ricordatevi che per la statistica, come diceva Trilussa – o era Pascarella? -, se uno mangia due polli e un altro, niente, hanno mangiato un pollo per uno. Peccato che l’ ‘altro’ è morto di fame. Balle. Mi sono laureato in economia con una tesi in statistica.


    Qui gli articoli e i racconti firmati da Michele Chialvo


     

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