
Il nero non è solo un colore. Può essere anche il colore di un’epoca.
Nella Roma degli anni Settanta, per molti ragazzi diventare adulti significava fare i conti molto presto con la violenza, con le bande di strada e con un Paese attraversato da tensioni che avrebbero segnato un’intera generazione.
È dentro quella stagione inquieta che si muove Nero romano, il romanzo con cui Marco Proietti Mancini racconta la storia di Mirco e il percorso, spesso duro e contraddittorio, di chi si è trovato a crescere negli anni più oscuri della Repubblica.
L’autore
Marco Proietti Mancini, romano, classe 1961, non nasce nel mondo della letteratura. Per molti anni è stato un apprezzato professionista all’interno di una multinazionale dell’informatica, un percorso che sembrava destinato a restare lontano dalle librerie e dalle pagine dei romanzi.
Eppure l’amore per la scrittura lo accompagna da sempre. La passione per la carta e la penna – coltivata a lungo quasi in modo privato – trova una prima concreta realizzazione nel 2009 con il romanzo d’esordio Da parte di padre.
Da allora la scrittura diventa un percorso vero e proprio. Negli anni successivi pubblica numerosi romanzi – ormai oltre una dozzina – che incontrano l’interesse e l’apprezzamento dei lettori.
Negli ultimi anni è diventato anche una presenza molto seguita sui social, dove i suoi post – spesso dedicati all’attualità e alla società – generano ogni volta decine di commenti e discussioni. Un vero opinion leader, capace di stimolare confronto e riflessione.
Il libro
Con Nero romano, l’autore porta il lettore dentro uno dei periodi più complessi della storia recente italiana. Anche se non viene dichiarato esplicitamente, la vicenda si muove chiaramente negli anni Settanta, in quella stagione che sarebbe poi passata alla storia come gli anni di piombo.
È una Roma cupa e inquieta quella che fa da sfondo al romanzo. Una città attraversata da tensioni politiche, violenze di strada e contrapposizioni ideologiche che finiscono per entrare nella vita quotidiana delle persone.
Ma il titolo del libro contiene anche una chiave simbolica. Quel “nero” non è soltanto un colore: è il colore dei giorni di quell’epoca. Giorni segnati da scontri, ambiguità politiche e da un clima in cui il confine tra provocazione, violenza e manipolazione poteva diventare improvvisamente sfumato.
La nostra lettura
Nero romano è prima di tutto un romanzo di formazione, ma è anche il racconto di una generazione che si affaccia alla vita in uno dei momenti più inquieti della storia italiana recente.
Il protagonista, Mirco, cresce dentro una Roma attraversata da tensioni e contraddizioni. Il momento in cui da bambino assiste a un pestaggio per strada – e scopre improvvisamente che il mondo non è il luogo protetto che immaginava – segna simbolicamente l’inizio del suo percorso.
Da lì in poi la realtà si rivela per quella che è: dura, a tratti brutale, spesso governata da dinamiche di forza e sopraffazione.
Attraverso episodi di vita quotidiana, amicizie, paure e piccoli riti di passaggio – la banda dei ragazzi più grandi, le prime sigarette, il bisogno di farsi accettare – il romanzo racconta con efficacia la perdita dell’innocenza e il difficile passaggio verso l’età adulta.
Ma il libro pone anche una domanda che attraversa tutta la narrazione: cosa spinge un ragazzo qualunque, cresciuto in una famiglia come tante, a scegliere la strada della violenza?
Non necessariamente l’ideologia. Spesso è un intreccio più sottile di disillusione, di vuoto, di mancanza di esempi e di quella tentazione antica quanto il mondo di stare dalla parte di chi sembra più forte.
Nel romanzo la violenza non nasce all’improvviso. Cresce poco alla volta, attraverso compromessi e scelte sbagliate, fino al momento in cui il protagonista si accorge – forse troppo tardi – di essere diventato uno strumento nelle mani di altri.
E qui affiora anche un’altra dimensione tipica di quegli anni: quella zona grigia fatta di poteri invisibili, manipolazioni e uomini che muovono i fili senza apparire mai in primo piano.
Chi quegli anni li ha vissuti ricorda bene quanto fosse diffusa la percezione di una realtà opaca, in cui politica, provocazione e criminalità potevano intrecciarsi in modi difficili da decifrare.
Roma come personaggio
Roma, in Nero romano, non è soltanto uno sfondo ma quasi un personaggio.
Dai pomeriggi a viale Marconi, tra bar e campetti sull’ansa del Tevere, fino alle strade del centro dove i cortei attraversano via Nazionale e le zone intorno al teatro Eliseo.
E poi la Roma monumentale attraversata di notte – dal Colosseo al Circo Massimo, passando per via dei Fori Imperiali – fino all’Eur delle ville nascoste dietro cancelli e muri, dove si muovono figure che sembrano appartenere a un altro livello di potere.
“Ho sentito il bisogno di mostrare il lato oscuro che può trovarsi in ognuno di noi, nascosto tanto bene da sembrare non esistere.”
— Marco Proietti Mancini
Conversazione con Marco Proietti Mancini
Gli chiedo da dove nasce la storia di Mirco, il protagonista di Nero romano, un ragazzo qualunque che finisce lentamente dentro la spirale della violenza di quegli anni.
“Da una mescolanza di esperienze e conoscenze reali, da fatti di cronaca notissimi riadattati per essere funzionali al racconto. Ma soprattutto nasce dalla necessità di raccontare quegli anni secondo una prospettiva diversa da come li ho sentiti raccontare in molti romanzi.
Io, come raccontatore di storie, ho sempre avuto l’ossessione di portare la testimonianza degli ultimi, delle famiglie semplici. Stavolta ho sentito il bisogno di mostrare il lato oscuro che può trovarsi in ognuno di noi, nascosto tanto bene da sembrare non esistere.”
Nel romanzo la violenza non esplode all’improvviso ma cresce lentamente…
“Spesso la verità è la cosa più difficile da dimostrare. I giovani erano plasmabili e influenzabili. Possono trasformarsi da bravi ragazzi a mostri nell’arco di pochi mesi.
In quegli anni ho avuto amiche che sparivano da scuola e che ho rivisto pochi mesi dopo ai margini di una strada. Amici che dagli spogliatoi di un campo di calcio sono passati a rubare per rimediare qualche spicciolo per una dose.
Non esisteva una sola dinamica, ma una gamma infinita di possibilità.”
Tu quegli anni li hai vissuti da ventenne o poco meno. Quanta memoria personale c’è nella Roma che racconti in Nero romano?
“Moltissima, ho dovuto mimetizzare nomi, confondere le acque, intorbidire la cronaca, inventare pagine in cui tra le righe emerge – almeno spero – la vera storia dei ragazzi di quegli anni. La mia è stata una scelta obbligata non da viltà, ma dal rispetto verso alcuni protagonisti di quegli anni”.
Nel romanzo affiora una zona grigia fatta di poteri e manipolazioni, di provocatori e picchiatori assoldati. È anche un accenno a quella stagione che poi è stata definita dei “servizi deviati”?
“Forse molto più che un accenno. D’altra parte, anche per queste vicende non mi sono inventato nulla che non sia ormai stato documentato, provato e anche orgogliosamente rivendicato da alcuni personaggi politici all’epoca al potere. Ho provato a raccontare come era possibile che succedesse e secondo quali meccanismi, quali tecniche”.
Infine gli chiedo del titolo. Com’è nato?
“Il merito della scelta del titolo è in totale comproprietà – come giusto che sia – con l’editore, che è la figura che rischia e investe nella produzione dell’oggetto libro. Lui sa quali titoli funzionano e quali no, cosa attira e cosa invece non interessa. Carlo Frilli mi ha proposto alcune opzioni ed elaborandole e componendole tra loro è uscito fuori questo titolo che gioca sull’ambiguità, evoca sensazioni, richiama la romanità.
A volte è più facile scrivere duecento pagine di romanzo che trovare due parole di titolo”
Quando finisce l’innocenza
Nero romano è, in fondo, il racconto di una perdita di innocenza. Non solo quella di Mirco, ma quella di una generazione cresciuta in una stagione in cui la linea tra normalità e violenza poteva diventare improvvisamente sottile.
Nel romanzo di Marco Proietti Mancini non ci sono eroi né scorciatoie narrative. C’è piuttosto il tentativo di raccontare come si possa scivolare lentamente dentro un mondo che all’inizio sembra lontano e che invece, passo dopo passo, diventa parte della propria vita.
Ed è forse proprio questo il merito più interessante del libro: ricordare che dietro le grandi vicende della storia ci sono sempre storie più piccole, individuali, fatte di scelte, errori, occasioni perdute e possibilità di riscatto.
Per chi segue da tempo la nostra rubrica culturale, questo è uno di quei libri che meritano attenzione non solo per ciò che raccontano, ma per il modo in cui riescono a far riemergere un pezzo di memoria collettiva.
Claudio Cafasso
© RIPRODUZIONE VIETATA



