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Castel di Guido, un’oasi di profumi e colori

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ArsMedica

La fascia costiera che dalle propaggini di Roma sud si spinge verso Cerveteri è un territorio che ha mantenuto inalterate, nonostante l’autostrada e una grande discarica, alcune sue caratteristiche: ampi spazi di terreno coltivati a frumento e girasole, lunghissimi filari di pino marittimo che si perdono nel nulla, piccoli o grandi boschi di quercia, giganteschi casali.

Un territorio arcaico ricco di straordinari paesaggi e minuscoli borghi, come Castel di Guido.

Percorrendo la Via Aurelia in direzione Civitavecchia, dopo pochi chilometri dal GRA sulla destra c’è una rampa con le indicazioni per Castel di Guido; si segue la strada che attraversa la campagna fino ad un ampio slargo dove sorge una chiesetta e alcuni casolari: è il Borgo di Castel di Guido.

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Il borgo prende il nome da Guido I, arciduca di Spoleto ma la zona era abitata fin dall’antichità con il nome di Lorium; siamo nell’Agro Romano in una tenuta statale di oltre 2000 ettari. Si tratta di un’area da sempre con una forte vocazione agricola: i terreni, prima di passare alla Regione Lazio e al Comune di Roma, erano del Pio Istituto S.Spirito che usava il ricavato delle produzioni agricole per mantenere in vita la sua rete “ospetaliera”.

Il borgo si compone di una chiesetta, la Chiesa del Santo Spirito, un “castello”, numerosi casolari e un’alta ciminiera (in realtà non si tratta di una ciminiera ma forse di un essiccatoio o altro: un mistero che non siamo riusciti a chiarire). Dal borgo parte la strada che porta all’Oasi faunistica della LIPU (lega Italiana Protezione Uccelli).

Data la vicinanza con la capitale e gli ambienti “facili”, adatti ad escursionisti di tutte le età, l’Oasi si presta particolarmente adatta anche per brevi “gite fuori porta” e consente di apprezzare “dal vivo” la possibilità di abbinare l’agricoltura al rispetto con la natura. L’Oasi è dotata di un Centro visite e di due Sentieri natura ad anello che coprono i principali ambienti. Vasti spazi per parcheggio e sosta, anche con il camper. Per la sosta notturna va comunque chiesto il permesso alla direzione dell’Azienda.

L’Oasi, di circa 250 ettari, comprende un’area per lo più boscosa attraversata da alcuni sentieri ad anello (Rondine, Allocchi, Aironi, Nibbio) che attraversano una fitta macchia dove sono state censite più di 500 specie vegetali; specie ad alto fusto (cerro, farnetto, pero selvatico…), arbusti (corbezzolo, fillirea, ginestra, lentisco…) e una diversissima fitta e bassa vegetazione fiorita.

Anche se si tratta di una “oasi” ovviamente non è affatto facile vedere la fauna selvatica (cinghiali, volpi, istrici, tassi, lepri, faine e la Testuggine di Herman); più probabile osservare in volo esemplari isolati o in coppia di Nibbio o di Falco Pellegrino, specie nelle ore più calde della giornata quando questi rapaci sfruttano le “termiche”.

Castel di Guido in tempi recenti (anche se i primi avvistamenti risalgono al 2013) è balzato all’onore delle cronache per la presenza di “lupi”; esemplari isolati o in modesti branchi che in questo territorio poco antropizzato sembrano essersi adattati bene, anche se i diversissimi colori del manto (dal bianco al nero) fanno pensare più a degli “ibridi”.

I sentieri dell’Oasi sono in terra battuta e ben evidenti percorribili anche dai bambini e grazie alla segnaletica non è possibile perdere l’orientamento.

Purtroppo, lungo gli itinerari non ci sono fontanili pertanto è necessario approvvigionarsi di acqua; inoltre ci sono alcuni tratti privi di ombra per cui è bene equipaggiarsi con un cappellino con visiera o a falde larghe.

Alle spalle di Castel di Guido, percorrendo Via del Bamboccio e Via Ferri-Mancini in direzione Boccea, si arriva in Via di Ceccanibbio dove c’è un museo dal nome impossibile: il Museo Paleontologico “la Polledrara di Ceccanibbio”.

Si tratta di un sito che negli anni ‘80 ha portato alla luce numerosissimi reperti (20.000) di animali oramai estinti sul nostro territorio quali elefanti, rinoceronti, cervi elafi, buoi “primigenio” oltre a tracce di “macellazioni” compiute con strumenti dell’epoca. Purtroppo, il sito apre solo in occasione di particolari eventi.

Francesco Gargaglia

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