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    “L’età grande” di Gabriella Caramore

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    È un bellissimo libro e merita il successo che ha avuto finora, quello di Gabriella Caramore, “L’età grande”, uscito per Garzanti. È importante per il tema affrontato, certamente, quello della vecchiaia, un tema che oggi veleggia tra la rimozione generalizzata e la banalizzazione merceologica/consumistica.

    La vecchiaia nell’era del libero liberismo e dell’irresponsabilità inconsapevole ha perso i contenuti di autorevolezza e rispetto per i quali era da secoli riconosciuta e considerata.

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    Eppure è un tempo a cui bisognerebbe tornare a dare struttura oltre che dignità. E’ quello che fa Gabriella Caramore in questo libro molto lucido, che evita i toni consolatori, che chiama le cose per il loro nome e affronta di petto la durezza di trovarsi ad affrontare il “tempo penultimo” della vita, quello nel quale il corpo e la mente, solitamente, cominciano a cedere il passo, e l’orizzonte degli eventi e degli interessi si restringe progressivamente.

    E’ però un tempo di vere opportunità, sostiene Caramore, se si ha la fortuna di arrivarci (purtroppo molti se ne vanno prematuramente) e di arrivarci in condizioni buone o accettabili, di salute.

    Caramore incoraggia a tenere gli occhi e le orecchie aperte, anche e soprattutto in questo tempo. Anche se il traguardo appare già scritto e l’autrice è profondamente convinta, come molti, che la morte sia la reale fine di ogni tutto e quindi anche di quello che si è fatto e che si lascia, che può sopravvivere – labilmente e per poco – come la traccia del volo di una foglia quando si distacca dal ramo.

    Ciò nonostante, Caramore insiste che questo tempo – e il modo in cui lo si può “spendere” – è molto importante o può esserlo.

    E numerose considerazioni di uomini e donne illustri confortano questa convinzione, oltre al volo dello spirito che si è incarnato o ha preteso di farlo, nella storia mortale umana, come sa bene Caramore, per decenni conduttrice di un magnifico programma radiofonico su RadioTre, “Uomini e profeti”.

    Le parti più preziose del libro sono forse quelle in cui le considerazioni “oggettive” e le analisi sempre equilibrate sulle implicazioni del vivere “da vecchi”, cedono il passo a ricordi personali dell’autrice, memorie, impressioni rimaste come impronte, frammenti poetici offerti dal presente, come le passeggiate solitarie che la Caramore si concede in luoghi di pace miracolosa, come la Basilica di San Giovanni a Porta Latina, a Roma, uno spazio di “paradiso” in terra, nel bel mezzo del caos infernale di una metropoli.

    Una lettura che fa bene, non solo al cuore.

    Recensione a cura di Fabrizio Falconi (fabriziofalconi.blogspot.com/)

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