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    La forza di un racconto: “Open” di Andre Agassi

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    Ci è voluto “Open” il libro autobiografico di Andre Agassi, che ho letto soltanto ora, per sentirmi per una volta del tutto d’accordo con una affermazione di Baricco. Il quale scrive a proposito di questo libro: “Se parti, non scendi più fino all’ultima pagina.”

    Ha pienamente ragione. “Open” è più avvincente di un romanzo, specie di una gran parte di quelli che oggi vengono sfornati.

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    Il merito è della vicenda personale di Agassi, certo, della sua vita piena di cose curiose e memorabili da raccontare, ma soprattutto delle capacità di scrittore di J.R. Moehringer (di famiglia italiana, nonostante il suo cognome), che ha materialmente scritto il libro, “montando” letterariamente ore e ore di registrazione.

    Moerhinger, del resto, dopo aver vinto il Pulitzer per il giornalismo, ha scritto un romanzo, Il Bar delle Grandi Speranze, che ha vinto molti premi importanti e che è stato ottimamente portato sullo schermo da George Clooney con il titolo di The Tender Bar (2021), protagonista Ben Affleck.

    La forza di Open – che può essere tranquillamente letto anche da chi non capisce un’acca di tennis – è nella descrizione di un “processo di individuazione”, come direbbe Jung. Quel percorso, cioè, attraverso il quale ciascuno conosce (dovrebbe cercare di conoscere) se stesso, che è poi lo scopo per cui si sta al mondo.

    Agassi a cinque anni si ritrova con una racchetta da tennis in mano, ferocemente in mano a un padre pazzo, esule armeno trapiantato nel deserto di Las Vegas. Il padre pazzo ha deciso per lui il suo destino. Sarà, costi quel che costi, un tennista. Ma non uno qualsiasi, un campione.

    La “vocazione” di Agassi non è la “sua” vocazione, dunque, ma la vocazione che qualcun altro gli ha messo indosso e che lui, per molti motivi che sono l’ossatura del libro, non può fare a meno di non indossare. Ciò gli provoca un costante sentimento di scissione: amore-odio per il tennis, amore-odio per (quel)la vita, che durerà fino al giorno in cui – dopo aver conquistato ben otto titoli slam – deciderà di smettere.

    È quindi una vicenda che parla a tutti. Perché tutti, più o meno, nella incertezza del nostro destino, ci siamo trovati a dover scegliere tra quello che gli altri o un altro pensavano fosse il giusto per noi e quello che noi, confusamente o no, sentivamo invece che fosse “più” giusto.

    La confessione di Agassi è bella, dolorosa e sa di autentico (è questa la bravura di Moeringher). Quando un libro autobiografico di 500 pagine, scritto tutto in prima persona, senza pause, e al tempo presente, ti tiene inchiodato – anche se tu sai già tutto di cosa accadrà perché quel tennista lo hai visto decine e centinaia di volte in televisione per tutti gli anni ’90 e anche dopo) – vuol dire che il libro è più che ottimo.

    La trasformazione del “Kid di Las Vegas”, ranocchio che si veste con orrende tute fucsia e ha al posto dei capelli un parrucchino biondo leopardato (un boro, lo si sarebbe definito a Roma), in un principe della racchetta, gentleman, marito romantico e benefattore con una evolutissima scuola di formazione per bambini disagiati, è oggettivamente ben scritta e soprattutto credibile.

    Agassi, dopo aver tanto sofferto, si è anche trovato. Ed è questa la cosa più bella. Ha avuto la capacità di aiutarsi e di farsi aiutare. Ha capito che non sapeva chi era perché non gli era stato permesso né di conoscere le cose del mondo, né di conseguenza, se stesso.

    È una bella parabola di vita, un inno al sacrificio (parola che oggi suscita allergia), un racconto vero, come devono essere i racconti.

    Fabrizio Falconi (fabriziofalconi.blogspot.com/)

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