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Alluvioni a Labaro e Prima Porta: che fare per prevenirle?

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foto di repertorio
Galvanica Bruni

“Sicurezza idraulica e rischio idrogeologico a 10 anni dall’alluvione di Prima Porta del 2014” è il tema del Consiglio straordinario che si terrà nel Municipio XV martedì 6 febbraio con inizio alle 11.30.

La memoria di quanto accadde quel giorno è ancora viva: in sole ventiquattro ore su Prima Porta e Labaro caddero oltre duecento millimetri di acqua provocando allagamenti di case e negozi con famiglie sfollate e danni ingenti. Oltre trenta frane interessarono tutto il territorio del XV, fra le quali le più rilevanti e importanti ai fini della mobilità furono quella che tagliò in due via Cassia ‘Antica’ e l’altra sulla Tangenziale altezza Corso Francia. Per rimuoverle e ripristinare la situazione originaria furono necessari per il Comune oltre sei mesi di lavoro e circa 2,7 milioni di euro di cui 1,2 spesi con la procedura della “esecuzione in danno”. Chissà se in questi dieci anni il Campidoglio è riuscito a recuperare quella cifra dai privati proprietari del terreno che franò sulla Cassia.

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Tornando al cuore dell’evento e al tema oggetto del Consiglio straordinario, “i quartieri di Labaro e Prima Porta continuano ad essere territori molto vulnerabili e a rischio alluvionale e le misure finora adottate non paiono sufficienti a garantire che i drammi successi nel passato non si ripetano nel prossimo futuro”.

È la convinzione di Vincenzo Pira, antropologo, residente a Labaro da decenni e buon conoscitore del territorio, secondo cui “l’elenco delle alluvioni nell’area rimanda alla più tragica avvenuta il 1° settembre 1965 con morti e distruzione di case e strutture produttive. Alluvioni che si sono ripetute nel 1984, nel 1987, nel 2002, 2004, 2005, il 31 gennaio 2014 e recentemente nel mese di giugno 2023”.

Vincenzo Pira ha studiato il fenomeno, e per capire le cause e la complessità della situazione ha fatto riferimento a studi tecnici che i dipartimenti di Ingegneria e di Architettura dell’Università Roma Tre hanno realizzato negli anni scorsi. Stando agli stessi, all’origine del problema vi sono le costruzioni di abitazioni in zone a rischio alluvionale con una ampia deforestazione delle aree.

“Dai primi anni ’70 – scrive Pira nella sua analisi – l’intera area di Labaro Prima Porta è stata sanata ed è parte legittima della città di Roma con una pretenziosa, e insufficientemente realizzata, programmazione di recupero urbano, di demolizione di gran parte del fatiscente patrimonio edilizio esistente, della costruzione di nuova edilizia multipiano, la bonifica dei suoli paludosi e la realizzazione di robuste opere di urbanizzazione (inclusa la previsione di un’adeguata rete fognaria e di raccolta e smaltimento delle acque meteoriche)”.

“Le opere materialmente eseguite furono la costruzione di ampi e alti argini di terra nella parte urbana delle marrane, alcuni tratti del sistema di raccolta delle acque reflue, due fossi di guardia a cielo aperto e alcune urbanizzazioni primarie tra cui la costruzione di impianti idrovori a Pietra Pertusa, Villa di Livia, via Frassineto e uno da anni in attesa di collaudo in via Procaccini. Misure però non sufficienti a risolvere i problemi di sicurezza idrogeologica che permangono nella loro drammaticità fino ad oggi”.

“L’attuale amministrazione del Municipio XV – sottolinea Vincenzo Pira – ha posto questo tema come priorità numero uno della sua programmazione ed è impegnata a far presente e richiedere a tutti gli enti preposti un maggior impegno e investimento adeguato per risolvere il problema.
Tra le maggiori criticità identificate negli ultimi anni troviamo l’insufficiente pulizia degli argini delle marrane e scarso dragaggio delle stesse”.

“Negli ultimi 4 anni – ricorda Pira – la Regione Lazio ha tagliato la vegetazione degli argini interni alle marrane e ha previsto un finanziamento di 2,6 milioni di Euro per il dragaggio, quantità che è ritenuta insufficiente se comparata ai 12 milioni spesi nel precedente lavoro di dragaggio nelle stesse aree di interesse”.

“Altra criticità: sono previsti nel bilancio comunale 5 milioni di Euro complessivi per la manutenzione delle idrovore funzionanti in tutta la città. Tali impianti idrovori sono valutati da alcuni esperti come utili a mitigare il rischio ma non a risolverlo. Sono dimensionati per gestire una situazione di ordinarietà ma sono del tutto inadeguati ad affrontare eventi, che purtroppo attualmente sono diventati sempre più possibili, di piogge intense in tempi limitatissimi. E questo va considerato ormai non come emergenza ma obbligo di gestione ordinaria. È incomprensibile che l’impianto idrovoro di via Procaccini, costruito da più di 10 anni fa non sia ad oggi messo in funzione. Peraltro l’allagamento di giugno 2023 ha avuto come causa il non funzionamento dell’idrovora di via Frassineto a causa di scarsi controlli e inadeguato funzionamento”.

“Per quanto riguarda la riflessione su prospettive più strategiche gli esperti dell’Università Roma Tre propongono:

  1. Liberare le aree interessate dai livelli più elevati di rischio idraulico dagli edifici e dalle attività esistenti, trasferendole in aree poste fuori dal rischio e ampliare le aree golenali.
  2. Superare l’idea che sia sufficiente realizzare ulteriori sistemi di sollevamento, costosi e inadeguati alle attuali sfide, senza prevedere interventi di riprogrammazione urbanistica e dell’adeguatezza delle infrastrutture fognarie e delle acque chiare.
  3. Porre in essere una politica di piantumazione arborea di tutte le aree recuperabili.
  4. Prevedere l’ampliamento e diffusione di tetti verdi, di raccolta delle acque piovane e la sostituzione di aree impermeabili con materiali permeabili o semipermeabili, al fine di ridurre il carico del sistema drenante in caso di piogge intense”.

“Programmazione – conclude Pira – che non è realizzabile nell’immediato, ma già proporla come riflessione può essere un primo passo per sognarla e realizzarla”.

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1 commento

  1. Senza dimenticare una delle variabili più significative che determinano i rischi idraulici della zona, vale a dire i livelli di sbarramento/deflusso delle acque della Diga di Castel Giubileo e ancor meglio un efficace coordinamento tra questo impianto e quelli presenti (e spesso non funzionanti, come giustamente segnalato nell’articolo) a Prima Porta.

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