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Al Via Le Querele Di Torquati

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Gli hanno dato del comico, del pinocchio, del saltimbanco. Lo hanno ingiuriato. Gli hanno scritto che la morte del giovane investito sulle strisce a Labaro lo scorso 19 ottobre gli peserà sulla coscienza per tutti gli anni a venire.

Una vera e propria campagna di diffamazione nei riguardi del presidente del Municipio XV, Daniele Torquati, portata avanti su facebook da alcuni utenti nonostante che nel 2016 la diffusione di un messaggio offensivo sul social sia stata equiparata dalla Corte di Cassazione a diffamazione paragonabile a quella a mezzo stampa, e quindi come tale “diffamazione aggravata”.

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Perché il carattere di un messaggio sulla bacheca Facebook, attraverso il quale “gruppi di soggetti socializzano le rispettive esperienze di vita”, è potenzialmente quello di “raggiungere un numero indeterminato di persone”, e questo giustifica la condanna per diffamazione aggravata punibile con la reclusione da sei mesi a tre anni o con una multa non inferiore a 516 euro.

E anche chi si nasconde dietro un nickname, dietro un profilo fake non si salva. Perché a identificarlo sarà l’IP (internet protocol address), un codice numerico assegnato automaticamente dal provider a un determinato dispositivo elettronico nel momento in cui si connette da una determinata postazione e che consente, nel caso in questione, a individuare il titolare della linea dalla quale è avvenuta la pubblicazione o l’invio del contenuto offensivo.

E’ ancora la Cassazione a dirlo. Nel 2021 i giudici dell’alta corte hanno infatti ritenuto che la diffamazione sui social sia configurabile anche “su base indiziaria”, tenuto conto “della convergenza, pluralità e precisione di dati quali il movente, l’argomento del forum sul quale avviene la pubblicazione, il rapporto tra le parti, la provenienza del post dalla bacheca virtuale dell’imputato, con l’utilizzo del suo nickname”.

Il fatto

Gli hanno dato del comico, del pinocchio, del saltimbanco. Lo hanno ingiuriato. Gli hanno scritto che la morte del giovane investito sulle strisce a Labaro gli peserà sulla coscienza per tutti gli anni a venire. E non è ancora tutto.

Dalla sua elezione, avvenuta nel 2021, su facebook Daniele Torquati è stato oggetto di post non certo gratificanti. E con lui altri componenti della giunta. Ma è soprattutto il presidente a esser nel mirino di alcuni detrattori che nel tempo non gliene hanno risparmiato nessuna.

Finché non è arrivata la stagione delle querele. A tutto c’è un limite.
Ho 39 anni, da 25 faccio politica e  ho sempre pensato che la via giudiziaria non dovesse mai confondersi con la Politica. Per questo non ho mai sporto denunce; le ho subite, ma mai sporte. Neanche quando durante il clima di “Mafia Capitale” si definiva chiunque mafioso e gli insulti erano all’ordine del giorno“.

E’ quanto scrive Torquati in un lungo e pacato post notturno nel quale annuncia di aver depositato  questa settimana la sua prima querela per diffamazione “contro chi, in questi mesi, si è dilettato in offese gratuite sul web. Sono stato combattuto, ma alla fine ho deciso di farlo perché, pensandoci bene, credo di aver mantenuto comunque fede al mio principio per cui la Politica non debba trovare soluzioni attraverso la via giudiziaria“.

“Questa querela – continua Torquati – non c’entra con la Politica in senso stretto, ma con l’educazione civica di chi è stufo, non per se stesso, ma in generale, di vivere in un Paese dove mitomani si sentono liberi di insultare, schernire, deridere e bullizzare il prossimo”.

Senza voler volutamente ricordare quanto scrisse quel previgente di Umberto Eco in tema di diritto di parola sui social, Torquati sottolinea come “la rabbia che sfocia in atteggiamenti del genere sia una malattia del nostro tempo. Malattia che ferisce e fa male, non a chi come me sa difendersi, ma a chi la subisce o anche semplicemente a chi legge e può ricevere un esempio negativo. Spero che questo mio gesto – conclude Torquati – possa aiutare i più giovani che hanno bisogno di esempi positivi e non certo di maleducati invasati”.

Occhio al codice penale e a quello civile

Per comprendere bene i rischi derivanti da una troppo disinvolta attività di commento online, occorre tenere presente un dato di fatto: la diffamazione, oltre ad essere un illecito penale, è anche un illecito civile, fonte di risarcimento del danno.

In altri termini, il diffamatore, oltre a potere incorrere in una sentenza di condanna penale, si espone anche al rischio di una condanna civile al risarcimento del danno, che può essere anche elevato.

Si consiglia dunque di prestare attenzione ad ogni commento che viene inviato nell’etere, poiché la giurisprudenza è alquanto severa in merito alle sanzioni a carico di coloro che compiono atti illeciti mediante l’utilizzo improprio dei social.

Claudio Cafasso

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1 commento

  1. In merito alla “questione” di via Gradoli, mi riferisco solo
    ed esclusivamente a quella, il secondo appellativo mi sembra
    ampiamente guadagnato sul campo.
    Giudizio da estendere in condivisione con i suoi predecessori e successori alla
    carica di Presidente del Municipio : evidenza, questa, che comunque non può
    in alcun modo emendare le sue personali colpe e omissioni.

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