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Alluvioni, come evitare che Roma si trovi con l’acqua alla gola

Galvanica Bruni

Quanto sta accadendo in questi giorni in Emilia Romagna e soprattutto in città come Faenza potrebbe capitare anche a Roma attraversata dal fiume Tevere? Una domanda a cui non è facile dare una risposta;  l’area della capitale, insieme all’Emilia Romagna e la Calabria, secondo l’ISPRA  è una delle zone dove la popolazione è più esposta al pericolo.

Secondo gli esperti il cambiamento climatico e la conseguente modifica nei regimi di piovosità, fenomeni peraltro studiati, conosciuti e accertati già da tantissimi anni, non possono più essere modificati, almeno nel giro di pochi anni e pertanto sempre più spesso saremo colpiti dalla violenza degli elementi (ogni anno sull’Italia cadono 300 miliardi di mc di pioggia che vanno ad ingrossare 7.000 fiumi e torrenti).

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Questo è quanto sta accadendo da lungo tempo nel nostro paese: a interminabili periodi di siccità si alternano piogge violentissime che scaricano nel giro di poche ore enormi quantità di acqua che il terreno e i corsi d’acqua non riescono a smaltire. Da qui le gravi alluvioni aggravate anche dal fatto che la maggior parte dei centri abitati sorge a ridosso di fiumi e corsi d’acqua.

In passato i corsi d’acqua erano una risorsa insostituibile e pertanto le città venivano edificate proprio vicino ai fiumi; il regime “regolare” delle piogge (concentrate nella stagione invernale) manteneva di norma le acque all’interno degli argini. Dove gli argini potevano essere considerati insufficienti allora si lasciavano libere le “golene” al fine di costituire un naturale sfogo in caso di innalzamento dei livelli idrometrici.

L’eccessiva cementificazione e lo scriteriato consumo di suolo insieme al cambiamento climatico hanno alterato questo stato di cose; oggi non solo non può essere fermato il fenomeno del “riscaldamento globale” ma non si possono neppure spostare le città lontano dai fiumi.

Dovremo abituarci?

Dovremo purtroppo abituarci allora a scene come quelle di Faenza e Imola dove persone e animali si sono ritrovate con “l’acqua alla gola”? Forse sì, dal momento che in tutti questi anni non siamo riusciti a correre ai ripari ne a prevedere per tempo le conseguenze dei cambiamenti climatici.

La visione degli argini dei fiumi frantumati e della tracimazione dei fossi pone inoltre un grave interrogativo: se non si possono impedire le piogge e neppure spostare i centri abitati possono però essere innalzati gli argini dei corsi d’acqua soggetti a possibile esondazione? Possono essere costruite delle vasche di contenimento, aree di laminazione o laghi al fine di ridurre l’effetto delle piene?

Di fronte alle  grandi tragedie che affliggono oggi gran parte dei paesi europei tra cui Germania, Francia, Inghilterra e Belgio si è sempre portati a giustificare i danni con l’imprevedibilità e la eccezionalità degli eventi.

La terribile frase “E’ caduta l’acqua che normalmente cade in un anno!” ormai viene usata a sproposito  dal momento che le cosiddette bombe d’acqua sono da tempo la normalità.

Roma è attraversata dal Tevere e nella sua periferia est dall’Aniene; entrambi i fiumi ricevono le acque di numerosissimi corsi d’acqua e fossi.

Le criticità della capitale

Sebbene il sistema di dighe a monte della capitale (Corbara, Aviano, Nazzano, Castel Giubileo) costituisca un regolatore del livello delle acque, Roma presenta numerosissime criticità con i suoi 250.000 abitanti a rischio alluvioni, 32 chilometri di gallerie sotterranee e 700 di reticolo fognario.

Se i quartieri più esposti al rischio frane sono quelli del quadrante orientale le zone a rischio alluvione sono quelle di Ponte Milvio e Flaminio. Secondo il primo rapporto redatto nel 2018 sul rischio frane e alluvioni,  22 sono i relitti di imbarcazioni affondati nel Tevere e mai rimossi, 120 gli ettari cementificati sulle golene, 9 km le rive soggette a smottamenti e in situazioni di grave degrado e 59 le installazioni con ormeggi poco sicuri (come dimenticare la Motonave Tiber schiantata, dopo aver rotto gli ormeggi, su Ponte Cavour?).

“Roma sicura”. Ma lo è?

Le piene più gravi con allagamenti che si sono registrate negli ultimi anni a Roma sono avvenute nel 2008, 2012 e 2014 e questo nonostante la portata dei fiumi di Roma con il tempo vada sempre più diminuendo.

Bisogna dire che a Roma l’Amministrazione non è rimasta con le mani in mano tanto da elaborare piani con cadenza quadriennale relativi a “Roma Sicura”: solo per citare gli ultimi sono stati presentati ‘piani’ nel 2014, nel 2018 e nel 2012.

Nel 2018, a seguito della presentazione del Primo Rapporto su “Rischio alluvioni, frane, cavità del sottosuolo e acque sotterranee” si decise di stanziare la somma di quasi un miliardo di euro per numerosi interventi.

Purtroppo non ci è possibile accedere ai dati aggiornati sullo stato dei lavori né è dato sapere quanti di quei soldi sono stati spesi e quante di quelle decine di interventi proposti sono andati a buon fine. Se però i piani di “Roma Sicura” sono come i piani per rendere navigabile il Tevere ci verrebbe da pensare che poco o nulla è stato fatto; d’altra parte la trascuratezza in cui si trova il fiume di Roma lascia ben  poche speranze.

Andando a spulciare tra le “opere previste” abbiamo  trovato queste voci su lavori da effettuare per esempio su uno dei Fossi di Roma Nord, il Fosso dell’Acqua Traversa.

Nello specifico era prevista la  messa in sicurezza della zona urbana Due Ponti, la realizzazione di un impianto di sollevamento e l’adeguamento degli attraversamenti, il ripristino dell’alveo, la realizzazione di una cassa di espansione e la  messa in sicurezza della zona urbana in Via dell’Acqua Traversa. Non siamo ingegneri idraulici ma a noi sembra che di queste opere non ci sia nessuna traccia e se tanto mi da tanto…

“Serve una struttura permanente”

Se in conclusione si può dire che Roma grazie al sistema di dighe, ai muraglioni e alcuni interventi previsti sugli affluenti (come il fiume Paglia) è sufficientemente sicura non si possono però escludere alcune criticità che oggi, a detta di Erasmo D’Angelis già Sottosegretario ai Trasporti e capo della struttura “Italia Sicura”, interessano 360.000 residenti.

“Roma è particolarmente esposta e serve una struttura permanente di tecnici che abbia un orizzonte più lungo di un governo” dice D’Angelis aggiungendo anche che “molte opere devono ancora partire”.

Certo Roma non è Faenza e il Lazio non è l’Emilia Romagna ma i pericoli derivanti dai cambiamenti climatici a seguito del riscaldamento globale oggi gravano su tutto il territorio nazionale e su ogni città.

Solo la sicurezza che gli interventi programmati vengano portati a compimento in tempi brevi può evitare che anche i romani si ritrovino con “l’acqua alla gola”.

Francesco Gargaglia

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1 commento

  1. Buonasera, le gestione del Tevere nel tratto Ponte Flaminio – Ponte Duca D’Aosta denota, senza possibilità di smentita, la totale incapacità nelle gestione delle sponde. Cespugli, alberi e canneti cresciuti sui bordi delle banchine costituiscono un grave problema per lo scorrimento delle acque in caso di piena. Fortunatamente la diga di Prima Porta riesce a gestire bene il controllo delle acque, ed in caso di necessità procede all’allagamento delle zone alluvionali limitrofe già predisposte.
    Ai tempi di Alemanno sindaco di Roma ricordo molto bene che i “tecnici” avevano predisposto mezzi anfibi e sacchetti di sabbia all’altezza di ponte Milvio lato quartiere Flaminio, dove il Tevere non è mai esondato.
    La gestione delle acque dev’essere assegnata ad un solo Ente Regionale che si deve assumere la piena responsabilità di tutte le problematiche ed avere carta bianca sui lavori da implementare per rendere sicuro il decorso delle acque.
    Infine, chi sbaglia deve pagare, ma purtroppo in Italia sbagliano in molti ma, con il sistema dello “scaricabarile” non paga mai nessuno.
    Gianmarco

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