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Ilaria Alpi, ventinove anni senza giustizia

Ilaria Alpi Miran Hrovatin
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20 marzo 2023, siamo a ventinove anni dall’assassinio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin. Ventinove senza verità né giustizia per la reporter della Rai e il cineoperatore che l’accompagnava nella sue inchieste.

Perché Ilaria ha pagato con la vita il suo lavoro, la sua voglia di indagare, di ricercare l’origine delle cose, la sua curiosità. La stessa che l’aveva portata sulle tracce dei trafficanti di armi e rifiuti tossici, tra i paesi industrializzati e l’Africa. Traffico oliato da consistenti tangenti.

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Prima di Ilaria e Miran era toccato al sottufficiale del Sismi Vincenzo Li Causi chiudere la bocca per sempre. E Li Causi era una delle fonti dell’inviata romana, nata a Vigna Clara, nei pressi di piazza Jacini, e studentessa al Liceo Tito Lucrezio Caro, nello stesso quadrante cittadino.

Ventinove anni dopo Ilaria e Miran sono ancora senza giustizia, ma in ventinove anni la verità ha fatto dei grandi passi avanti. Nonostante tutti i tentativi di insabbiare, deviare, distrarre.

Un percorso ad ostacoli che non ha mai scoraggiato i genitori di Ilaria che hanno continuato a pretendere fino al loro ultimo giorno di vita che si andasse a fondo anche nella individuazione dei responsabili dei depistaggi che hanno ritardato per anni le indagini.

Ventinove anni di “polveroni” alzati all’unico scopo di distrarre l’attenzione della pubblica opinione e deviare le indagini. Tante le complicità di cui ha goduto il depistaggio, anche ai vertici. Troppe le incongruenze e i falsi scoop che sono girati attorno al duplice omicidio dei due giornalisti.

Ricostruzioni fallaci di quel giorno – 20 marzo 1994 a Mogadiscio, a pochi metri dall’hotel Hamana – in cui Ilaria Alpi e Miran Hrovatin furono crivellati di colpi sparati a bruciapelo come confermò l’autopsia eseguita a distanza di anni, anziché nell’immediatezza del duplice omicidio. Fantasie sostenute da testimonianze aggiustate, mentre si faceva spazio, a fatica, la realtà. Ossia, il movente di quei delitti: traffico d’armi e rifiuti tossici.

Il depistaggio funzionò perché l’innocente Hashi Omar Hassan, detto “Faudo”, ha trascorso dietro le sbarre 17 dei 26 anni cui fu condannato sulla base di testimonianze che facevano acqua da tutte le parti, compresa quella del primo accusatore, un certo Gelle, che dopo aver testimoniato si rese irreperibile. E in seguito, rintracciato da una giornalista, ritrattò ammettendo di aver raccontato ciò che gli italiani volevano: un colpevole e la rapida chiusura elle indagini.

Faudo è stato assolto e liberato nel 2016 per non aver commesso il fatto. Per lui un risarcimento di tre milioni di euro che gli è costato la vita l’anno scorso, a Mogadiscio a causa di una carica di dinamite collocata sotto la sua vettura.

Né a far luce ha contribuito la Commissione Parlamentare d’inchiesta che ha solo aggiunto nebbie alle nebbie. Ventinove anni senza giustizia. Giustizia che ha dovuto fronteggiare anche una serie di  ripetute ed insistite richieste di archiviazione da parte della procura. Fin qui respinte dal giudice per le indagini preliminari. Ma fino a quando?

Rossana Livolsi

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1 commento

  1. La “vicenda Alpi” fa parte di quella sterminata serie di vicende in cui compaiono sempre i servizi segreti della Repubblica: strage di piazza Fontana, strage stazione di Bologna, strage di Brescia, bombe a Firenze e sui treni, rapimento Moro, Ustica, strategia della tensione, golpe Borghese, P2, trattativa Stato-Mafia ecc. ecc. La cosa strana di tutte queste vicende è che a quanto pare TUTTI conoscono moventi e mandanti ma NESSUNO ha mai individuato i veri colpevoli. La maggior parte dei processi, durati decenni, sono finiti in assoluzioni o in un nulla di fatto. Mistero!
    Ora eliminata come causa della morte di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin il fatto che si muovessero dentro Mogadiscio ,zona ad altissimo rischio, senza scorta armata, resta la tesi del “traffico d’armi e di rifiuti tossici”. Dove sono le prove? Boh…..altro mistero?

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