Home VIGNA CLARA Quando a Vigna Clara si diceva “oggi andiamo a Roma”

Quando a Vigna Clara si diceva “oggi andiamo a Roma”

Tram-ponte-milvio
Galvanica Bruni

Sono passati quasi 70 anni da quando vivo a Vigna Clara e i ricordi sono avvolti in una specie di nebbiolina piuttosto fitta che ne sbiadisce i contorni e li rende confusi. A volte parecchio. Ma mi pare che si chiamasse ‘Uno’ il tram che partiva da piazzale Flaminio, percorreva tutta la Flaminia urbana, attraversava sferragliando ponte Milvio, che mio padre chiamava ponte Mollo, e usava il piazzale davanti alla chiesa per girare in tondo e rimettersi col muso verso la città.

La domenica, per chi stava di là, era ancora il mezzo prediletto per la gita fuori porta. Ma noi eravamo di qua, un chilometro più su, sulla Cassia. Nella neonata Vigna Clara.

Continua a leggere sotto l‘annuncio

Stava per cominciare la seconda metà degli anni ’50. E si intravedeva la luce in fondo al tunnel dopo lo sfacelo della guerra. L’Italia stava crescendo.

Vigna Clara negli anni ’50

La legge Tupini per l’edilizia economica e popolare stava funzionando da volano per l’economia – adesso ci si riprova con i bonus – e le cooperative che avevano comprato i terreni dall’Immobiliare intorno all’avveniristico complesso residenziale degli Stellari a Vigna Clara – adesso sono diventati famosi perché ci è andato a vivere Totti – avevano portato qualche centinaio di famiglie della ‘buona borghesia’ romana in esilio, come diceva mia madre, laddove prima crescevano le viti della contessa Clara Stelluti. Cioè in campagna.

Insegnava ancora, mia madre, allora, alle medie, in una traversa di viale Parioli. Ma la domenica, in primavera e in autunno, la dedicava alla ricerca delle proustiane madeleinettes che per lei erano nel Tridente. Babbuino, Corso e Ripetta, poi Scrofa. Non per niente aveva vissuto la sua infanzia e la sua giovinezza in via Rasella.

Nel ’44, quando ci fu il botto, abitava con mio padre in Via Dessié, vicino alla batteria Nomentana. Con i bombardamenti se la sono vista brutta parecchie volte.

La prima cattedra gliela avevano data a Terni, al Tacito, ma poi era riuscita ad avere il trasferimento a Roma. Sì, perché lei, che era un’archeologa che si era fatta due anni a Creta con la scuola archeologica italiana, era stata costretta a passare all’insegnamento perché il fascismo si era inventato che le donne non potessero fare carriera nella pubblica amministrazione e lo stipendio come impiegata del ministero non sarebbe stato sufficiente a mantenere lei e la madre. Gli insegnanti allora guadagnavano di più. Erano considerati ben pagati. Allora…

Da Vigna Clara si andava a Roma…

E così, spesso, la domenica da Vigna Clara scendevamo in macchina a ponte Milvio. La Cassia era a due sensi. E… tutti sul tram, perché era divertente. Se a qualcuno fosse venuto in mente di parlare di un problema di parcheggi, le risate si sarebbe sentite anche a piazza del Popolo.

Un giro per il Centro, una visita alla Pietà della cappelletta di San Silvestro, che mamma salutava come se Maria fosse un’amica. Le piaceva entrare dalla porticina di via del Gambero perché le sembrava più intimo. E devo confessare che, ancora adesso, se mi capita, quando me la trovo davanti così quasi all’improvviso, mi fa un certo effetto. La messa la prendevamo lì o in un’altra delle tante chiese del centro della Capitale del Cattolicesimo.

Mio padre immancabilmente in piedi con il cappello in mano, lui ateo vero e convinto, ma credente, fortemente credente nella nobiltà del Rispetto.

Ricordate i ‘rispetti’ della tradizione agricola italiana? Quando si arava un campo non si arrivava mai fino al fosso o al fossetto che rigorosamente lo delimitava.  Ci si fermava prima, una metrata e mezzo, due, prima. Per lasciare delle strisce di terreno più sodo dove poter passare a piedi o cavallo. I ‘rispetti’, appunto.

E così mio padre diceva spesso che, con il passaggio dalla società agricola a quella industriale, con i rispetti il mondo aveva perso anche il Rispetto. Allora, decine di anni fa…

Ma, tornando a quelle domeniche, poi si tornava verso casa. Quasi mai senza passare in una rosticceria che era all’inizio della Flaminia, che se non sbaglio si chiamava Canepa, e che faceva secondo mia madre i migliori supplì di Roma. Tram fino a Ponte Milvio e in macchina, una Giulietta fiammante appena arrivata da Milano, fino a casa.

Qualche volta, però, lì dove finiva la salita della Cassia, ci fermavano a mangiare da Dino, il Romagnolo. Una trattoria che si era stabilita nella casa del custode di una delle tante meravigliose ville che costeggiavano la consolare da ponte Milvio fino a Villa Manzoni.

Ma la cosa più esilarante, a ripensarci oggi, era che al ritorno, se per caso sulle scale di casa si incontrava un altro condomino che ci chiedeva dove eravamo stati, mamma e papà rispondevano: “siamo appena tornati da Roma”.

Michele Chialvo

© RIPRODUZIONE RISERVATA

6 COMMENTI

  1. Fine anni 50 inizio 60 mi ricordo che la domenica percorrendo in auto la cassia verso casa in prati quando eravamo altezza tomba di Nerone mio padre diceva quasi arrivati siamo vicino Roma e senza dimenticare che negli anni precedenti la tutt’ora esistente trattoria Pallotta era una stazione di posta dove si cambiavano i cavalli per raggiungere piazza de popolo non è altro che l’estensione della nostra amata odiata Roma io da nord ora a sud ricordo che ad inizio del nuovo millennio sotto la villa di Totti per rimanere in argomento pascolano le pecore ora strade rotonde e centri commerciali buonaserata

    • Negli anni 50/60, da La Storta, per comprare le scarpe nuove o un cappotto, andavamo con il 201 -passava ogni 30 minuti- “fino a Ponte Milvio e con il 32 fino a Piazza Risorgimento, poi ai negozi di via Ottaviano e via Cola di Rienzo, con una visita alla Standa.
      Poi, quando papà ha comprato un Fiat giardinetta, ci andavamo in macchina e papà aspettava “Parcheggiato” 2/3 ore che finissero i suddetti acquisti che, allora, venivano considerati “importanti”.

  2. Un grazie all’autore di questo bello articolo di ricordi!!!
    Vorrei confermare che il tram che andava da Piazzale Flaminio a Ponte Milvio era proprio il numero “1”, trasformato in linea di autobus nel 1960 quando con le Olimpiadi si istituirono i sensi unici in Via Flaminia e Viale Tiziano, e non si ritenne opportuno spostare un binario da Via Flaminia a Viale Tiziano.
    Sono nato appena dopo il 1960, ma ho un interesse nella storia dei trasporti romani, per cui posso dirvi quello che vi dico.
    Aggiungo che fino agli anni ’50 esisteva anche un altro tram, il numero “101”, che altro non era che un’appendice extraurbana del numero “1”. Il “101” faceva capolinea a Ponte Milvio e arrivava ai Due Ponti seguendo Via Flaminia Vecchia. Era una specie di servizio a spola che viaggiava su un binario unico. E da bambino mi ricordo benissimo di aver visto il binario del “101” oramai in disuso proprio su Via Flaminia Vecchia quasi ai Due Ponti. All’epoca esisteva un “101” autobus che aveva anch’esso preso il posto del tram. Naturalmente la viabilità era molto più semplice dell’attuale, rivoluzionata poco prima dei mondiali del 1990 con la costruzione degli svincoli.

  3. Michele Chialvo ha ricostruito esattamente la vita di Ponte Milvio, Ponte mollo così come la sentivo raccontare da mia madre e da mio padre che ci vissero fino al ’30 trasferendosi poi a Via Ripetta dove io sono nata. Mia madre raccontava che , per venire e Roma con il tram 1 si portava delle scapre di ricambio (che in tram cambiava) per il fatto che piazza ponte Milvio spesso era piena di fango e attraversarla era un disastro. Bella narrazione.

  4. Anch’io vorrei raccontare la mia storia quando ero ragazzino e lavoravo nella macelleria di mio padre a via flaminia vecchia da ponte Milvio in si davanti alla clinica Villa del rosario oggi ho 80 anni ma ricordo tanti aneddoti dell’epoca grazie

LASCIA UN COMMENTO

inserisci il tuo commento
inserisci il tuo nome