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Maltempo, istruire gli italiani cominciando dalle scuole

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Se non fosse che a Senigallia e nei paesi vicini si è consumata, con il suo corollario di morti, una gravissima tragedia  potremmo dire che in fin dei conti non è accaduto nulla di straordinario.

Nel paese dove il 95% dei Comuni è a “rischio idrogeologico” e dove le tragedie avvengono a raffica e con una cadenza impressionante,  nel paese dove si stanziano miliardi per  la salvaguardia del territorio e per le necessarie bonifiche  senza che poi  vengano spesi, non c’è niente di strano che una città possa essere sommersa dall’acqua e dal fango nel giro di qualche ora.

Si dirà che la colpa è dei fenomeni metereologici estremi, delle “previsioni” poco attendibili  e della mancata allerta da parte della Protezione Civile.  La realtà è che siamo in presenza del solito scaricabarile che cerca di attribuire  responsabilità a chi di responsabilità non ne ha.

I fenomeni meteorologi estremi sono una evidenza e lo sono oramai da decenni, da quando a causa del riscaldamento globale  il clima del pianeta è cambiato.

E’  cambiato anche  il regime delle piogge e  gli acquazzoni sono diventati dei veri e propri “nubifragi” dove centinaia di millimetri di pioggia vengono scaricati a terra nel giro di un’ora o poco più;  questi fenomeni abbiamo imparato a conoscerli e riconoscerli da tempo e siamo perfettamente consapevoli delle conseguenze che generano.

A non accorgersene sono  i nostri governanti  e amministratori locali che continuano a rincorrere le tragedie a suon di “stati di emergenza”.

Quanto alle “previsioni”, nonostante la tecnologia e le profonde conoscenze acquisite, restano pur sempre delle previsioni  ovvero dati privi di una certezza matematica. Inoltre il generarsi di fenomeni particolari come i temporali autorigeneranti, i fiumi atmosferici, le nubi “V-shaped” rendono estremamente difficile fare previsioni   specie su zone ristrette.

In merito agli stati di allerta non va dimenticatoto che una “Allerta Gialla” è pur sempre uno stato di allerta che contempla  lo sviluppo di “fenomeni intensi localmente pericolosi e pericolosi per lo svolgimento di attività particolari”. Niente di cui stare tranquilli.

E allora cosa è che non ha funzionato e continua a non funzionare?

Le condizioni a dir poco disastrose in cui si trova il nostro territorio erano (e sono) a conoscenza di tutti i responsabili dei governi fin qui succedutisi e ci dicono che le responsabilità vanno ricercate non solo nei danni causati dall’attività antropica (eccessivo consumo di territorio, modifica degli ambienti naturali, realizzazioni di grandi opere destinate a cambiare irreversibilmente le condizioni del territorio) e nella mancata manutenzione del suolo  ma soprattutto nel non aver saputo adeguarsi a quelli che sono i cambiamenti climatici in atto da decenni.

Sappiamo benissimo (e lo sappiamo da molto tempo) che il ciclo delle piogge si è modificato e che una “bomba d’acqua” (sarebbe più giusto chiamarlo un “nubifragio”) può nel giro di poche ore scaricare in una zona ristretta anche 7- 800 millimetri di acqua; eppure chi governa questo paese non è  stato in grado di pretendere, da chi ne aveva la responsabilità, la pulizia degli alvei e dei delta dei fiumi, la messa in sicurezza delle aree a rischio frana, l’adeguamento dei sistemi idrici e fognari. Ci si è limitati a distribuire miliardi a go-go senza controllare se questi soldi venivano poi impiegati e impiegati nel modo corretto.

Ma la cosa più grave è che chi ne aveva la responsabilità non è stato in grado, come richiesto dal Presidente dell’Ordine dei Geologi,  di istruire gli italiani su quello che è il rischio che ciascuno di noi corre ogni giorno e sulle misure conseguenziali  da adottare.

Sono rimasti alla finestra a guardare il cielo sperando che il buon Dio mettese un po’ d’ordine nel caos atmosferico invece di creare “specialisti” in grado di spiegare agli italiani qual è il rischio a cui oggi andiamo incontro, quali sono i segnali di pericolo e quali i comportamenti da adottare per evitare di affogare miseramente nella cantina della propria abitazione.

Nei paesi del Nord Europa, dove a causa del gelo e della nebbia, il pericolo di perdersi è molto elevato, i bambini delle scuole inferiori vengono istruiti sulle tecniche di orientamento e di sopravvivenza in ambiente invernale.

Da noi non c’è pericolo di perdersi ma a quanto pare, e i fatti recenti ce lo dimostrano in tutta la loro drammaticità, si rischia di morire affogati solo per essere andati a prendere la propria auto durante un acquazzone.

Quello che serve, e serve con immediatezza, è che adulti e  giovani vengano istruiti sui  corretti comportamenti da tenere in caso di “nubifragio” attraverso specifiche lezioni  da tenere nelle scuole o  nei luoghi di lavoro.

Ciascuno di noi  deve sapere qual è il grado di pericolosità della zona in cui vive e quali i rischi a cui può andare incontro; riconoscere i “segnali” che preannunciano repentini e consistenti cambi delle condizioni meteo  (30-50 mm di pioggia in un’ora sono già  un grave segnale di allarme) e di conseguenza i comportamenti da adottare:  non uscire da casa, non scendere in cantina o garage, raggiungere i piani alti; se all’aperto non cercare di “mettere in salvo l’auto”, allontanarsi da fiumi e torrenti, portarsi in zone sopraelevate, non tentare di entrare in sottopassi,  non avventurarsi in zone aperte o scarsamente illuminate.

Vista la frequenza con cui il nostro paese è sottoposto a strazianti tragedie a causa del dissesto idrogeologico è necessario che questo tipo di istruzione la si cominci a diffondere da subito, a cominciare dalle scuole, attraverso “specialisti”  appartenenti al Corpo dei Vigili del Fuoco e alla Protezione Civile Nazionale insieme a geologi ed esperti meteo, tecnici che da decenni ci mettono in guardia sui rischi a cui ogni giorno inconsapevolmente andiamo incontro e che finora non sono stati mai ascoltati.

Francesco Gargaglia

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