Home SPORT Quel “bombardino” di Franco Nanni…50 anni dopo

Quel “bombardino” di Franco Nanni…50 anni dopo

franco-nanni
Esposizione al sole

I tifosi laziali lo ricordano come uno degli eroi della squadrone biancazzurro che vinse lo scudetto nel 1974, ma Franco Nanni in quegli anni era uno dei più forti centrocampisti del calcio italiano tutto.

Mezzala dalle spiccate doti offensive e dotata di micidiale “caracca“ dalla distanza che gli fruttò – tra le altre cose – il soprannome di Bombardino, Nanni è un pisano doc ma romano d’adozione (vive al Flaminio) e in carriera, dopo le giovanili nel club della sua città natale e poi della Juventus, ha vestito anche le maglie di Trapani, Bologna, Brescia e Viterbese.

Ma è alla mitica Lazio di Maestrelli che più di tutte ha legato il suo nome essendo stato uno dei protagonisti della celebre cavalcata che portò al primo tricolore degli Aquilotti.

Sei anni in biancoceleste non si dimenticano e li ripercorriamo in questa intervista concessa a VignaClaraBlog.it, in cui Nanni ci parla anche dei suoi esordi, oltre che del sogno della Nazionale sfumato per un soffio e quella Coppa dei Campioni che non riuscì a disputare.

E pensare che all’inizio giocavi sulla fascia…

A dirla tutta, da giovane ero una punta, poi cambiai ruolo e quando arrivai alla Lazio facevo l‘ala tattica. Solo che in quella posizione ero un po’ sacrificato, finivo spesso per giocare con le spalle alla porta e con il terzino avversario che mi mordeva le caviglie, sicché Maestrelli mi spostò al centro.

Che tipo di centrocampista eri?

Un attaccante mascherato, un mediano con spiccate qualità offensive, dotato di buona tecnica e un buon tiro dalla media distanza.

Che ricordi hai del periodo nelle giovanili della Juve?

Ci arrivai da quelle del Pisa e ci restai quattro anni, durante i quali ho vinto anche un campionato allievi. Però, durante la settimana, il lunedì e il giovedì mattina, io e quattro miei compagni ci allenavamo con la prima squadra.

Poi durante l’anno di militare la Juve mi dette in prestito al Trapani, anche se nei piani iniziali sarei dovuto andare alla Lazio già in quell’estate del 1968 ma poi l’affare saltò, e per tutta la stagione feci la spola tra la cittadina militare della Cecchignola (a Roma, ndr), dove svolgevo la leva, e la Sicilia per giocare le partite.

Poi nel 1969 l’approdo in biancazzurro. E il caso volle che esordisti in Serie A proprio in Sicilia, in un Palermo-Lazio giocata a novembre

Lascia stare. Avrei dovuto esordire molto prima ma per una norma del regolamento del calciomercato che non so se sia ancora in vigore oggi, ma non credo, dovetti aspettare l’autunno.

Accadde che il Trapani dalla Juve mi aveva preso in prestito con diritto di riscatto per la comproprietà, clausola che fece valere già a marzo/aprile, prima della fine del campionato.

Dopodiché la Lazio, che mi stava seguendo, a maggio mi fece comprare tutto dal Trapani per poi acquistarmi a sua volta dalla società siciliana; così andai in ritiro a luglio con la mia nuova squadra ma il problema era che un giocatore che avesse cambiato due società nella stessa sessione del calciomercato non poteva scendere in campo fino all’apertura della successiva finestra e così restai in naftalina per quattro mesi.

Lazio che quell’anno era appena tornata in Serie A dopo due anni di purgatorio

Sì, facemmo un ottimo campionato e finimmo ottavi ma poi la stagione successiva retrocedemmo di nuovo. Però la risalita fu pronta perché dopo un solo anno tra i cadetti rieccoci in A e da neopromossi facemmo un grandissimo campionato, andando oltre ogni più rosea previsione e lottando addirittura per lo scudetto. Finimmo terzi dietro al Milan e a soli due punti dalla Juve capolista.

La stagione 1972/73 fu quella del gesto sportivo per cui Nanni viene maggiormente ricordato dai dai tifosi laziali: il gol alla Roma realizzato nel derby del 12 novembre 1972 con una bordata tremenda da fuori area che viene ancora oggi ricordata come lo “scaldabagno di Nanni“ (NdA).

L’avrai dovuto fare un sacco di volte in vita tua, ma ti andrebbe di raccontarlo anche a noi, quel gol?

Lo sapevo che gira che ti rigira saresti andato a parare lì (ci dice ridendo, ndr). Del resto, la lingua batte dove il dente duole e quel gol mi ricorda che a novembre saranno passati esattamente cinquant’anni. Siccome me lo chiedono sempre, a volte sembra che ho fatto solo quello in carriera; però poi ci penso e, sì, forse è stato l’episodio più eclatante.

Che dire. Fu un gol importantissimo perché eravamo alla sesta giornata e Roma e Lazio erano entrambe prime in classifica con otto punti. Poco dopo la mezz’ora del primo tempo, sullo 0-0, mi arriva questa palla vicino al cerchio di centrocampo; la metto a terra; mi giro; punto verso la porta; salto due avversari rientrando sul destro e infine faccio partire un missile che s’insacca preciso preciso sotto il sette sfiorando sia il palo che la traversa, manco ce l’avessi messo con le mani, il pallone lì.

La partita finì 1-0 per noi e per la Roma fu un contraccolpo così negativo che a fine campionato rischiò addirittura di finire in B.

Faccio una battuta: ci provasti e ti andò bene, come disse l’allenatore della Roma, Helenio Herrera?

Non la mandò giù. A fine partita mi disse: «Se ci provi altre mille volte non ti riesce mica di segnare». Io allora gli risposi: «Ok, mandatemi al limite dell’area a palla ferma e io la metterò ugualmente all’incrocio».

Come detto, quel campionato lo concludeste in terza posizione. Poi la stagione successiva arrivò lo scudetto, il primo per la Lazio. Quando capiste che poteva essere l‘anno buono?

Non c’è stato un momento preciso. L’anno prima eravamo saliti dalla B pieni d’entusiasmo ed eravamo andati ben al di là delle previsioni; e anche quello dopo fu un campionato incredibile concluso stavolta con la vittoria. Nel calcio funziona così. Fai quattro o cinque partite buone e acquisisci morale, fiducia, consapevolezza dei tuoi mezzi. E noi più vedevamo che andavamo bene più le cose difficili ci diventano facili.

All’inizio non pensavamo per niente allo scudetto ma poi man mano ci convincemmo della nostra forza e ci dicemmo che se l’anno prima eravamo arrivati terzi, perché non crederci e riprovarci. Non avevamo pressioni, non dovevamo vincere per forza sicché giocavamo con quella leggerezza che ti fa rischiare senza pensarci troppo. In più ci conoscevamo bene perché eravamo praticamente gli stessi della stagione precedente.

Una delle cose che più spesso si è sentita e letta su quella Lazio è che lo spogliatoio fosse una polveriera, diviso in clan e con voi giocatori in cattivi rapporti l’uno con l’altro. Cosa c’è di vero?

Erano solo dicerie. La rivalità tra noi era pompata ad arte dalla stampa quando in realtà eravamo solo un gruppo di persone con personalità forti e tra le quali c’era un agonismo sano.

Il nostro “difetto“ era che volevamo vincere anche nelle partitelle d’allenamento e quindi c’era molta competizione tra noi, ma solo sportiva. Ci facevamo la guerra in allenamento. Durante le sedute ci dividevamo in attaccanti contro difensori e in questi casi spesso a vincere sono i difensori perché ci mettono più tigna ed entrano duro, mentre gli attaccanti in genere gigioneggiano un po’, cercano di farti il tunnel, il dribbling e tutte quelle cose lì.

Nelle nostre sfide invece vincevamo quasi sempre noi attaccanti, sicché alla fine gli altri andavano “in puzza“ – eravamo tutti abbastanza permalosi – e li prendevamo in giro, così si creava questa competizione che, ripeto, era solo sul campo, mai fuori.

Poi ovvio che non si può essere amici di tutti, ognuno ha la sua vita e magari finisci per frequentare più un compagno che un altro. Del resto io mi sono sposato da giovane per cui non è che facessi tutta questa vita mondana. Però i rapporti tra noi non sono mai stati cattivi e io andavo d’accordo con tutti.

C’era un compagno con cui legasti di più?

Ho condiviso per tre anni la camera con Frustalupi: lui in campo era il cervello e io il braccio. E poi Chinaglia, che mi ha fatto da testimone di nozze.

E poi c’era Maestrelli a guidarvi. Che allenatore era?

Una persona al di fuori della norma, di una bontà infinita, il suo modo di fare ti conquistava. Trattava tutti allo stesso modo e faceva sentire tutti coinvolti.

Pensa che noi giocatori nell’arco del campionato fummo impiegati in quattordici ma in rosa eravamo molti di più e lui faceva sentire tutti importanti. E poi aveva un approccio pacato, ma nella sua pacatezza riusciva sempre a trovare la parola giusta e a farti accettare le sue decisioni, tant’è vero che gli volevano tutti bene. Io non l’ho visto mai nemmeno una volta incavolato. Per noi era come un padre.

A guidarvi in campo invece c’era Wilson, scomparso lo scorso febbraio. Che ricordi hai di lui?

Pino era un capitano vero, un leader nato. Era fatto apposta per quel ruolo, aveva la stoffa della guida. Se Maestrelli ci compattava dalla panchina, lui lo faceva sul rettangolo verde.

Prima hai parlato di Chinaglia, lui invece ci ha lasciato dieci anni fa. Che giocatore e che persona era?

Giorgio era quello che si dice un pezzo di pane, un bonaccione. Solo in campo era un rompiscatole, ma lo sai perché? Lui era quel tipo di centravanti che vive per il gol, ma non in senso egoistico bensì per fare felici i tifosi, e quando non riusciva a segnare ci stava male.

Voleva sempre la palla e la chiamava continuamente, anche a me che pure amavo spingermi in avanti e tirare, di tanto in tanto. In campo lo vedevi che sbuffava, bofonchiava… a volte iniziava la partita e subito partiva per andare in porta da solo. Ripeto, era un rompiscatole ma nel senso buono.

Dillo a Valcareggi, che quando lo sostituì al mondiale del 1974 si beccò il famoso vaffa. Tu invece, come ti spieghi di non aver mai giocato in Nazionale?

Sinceramente non lo so. Ci sono andato vicinissimo perlomeno in quattro occasioni. Un anno prima di quel mondiale l’Italia giocò due amichevoli contro il Brasile a Roma e l‘Inghilterra a Torino ed entrambe le volte alla vigilia la stampa mi diede addirittura tra i titolari: non solo convocato, ma proprio titolare.

Ricordo che sul giornale c’era il disegnino del campo e le fotine tonde con le facce dei papabili undici di partenza, ognuna con accanto il numero di maglia. Io avevo il 6. Ero sicuro che avrei giocato, fosse andata così forse la mia vita sarebbe cambiata. Non dico scendere in campo ma almeno una convocazione, un piccolo premio.

Altre due volte ci andai vicino poi un po‘ mi demoralizzai e abbandonai il sogno. Comunque, in generale noi di quella Lazio fummo considerati poco in azzurro. In Germania, per esempio, nei 22 convocati c’erano solo Wilson, Re Cecconi e Chinaglia. Del resto all’epoca c’era la triade Juve-Milan-Inter e trovare spazio in Nazionale per chi veniva da altre realtà non era facile.

Dopo la trionfale annata coronata dal tricolore, non siete più riusciti a ripetervi. Come mai? Neanche la Coppa dei Campioni avesti la fortuna di giocare…

Già, mi sarebbe piaciuto misurarmi nella massima competizione europea ma a causa della rissa in campo avvenuta l’anno prima in Coppa Uefa con i giocatori dell’Ipswich Town, ci squalificarono da tutte le competizioni continentali.

Fossimo stati una società più potente probabilmente saremmo riusciti a cavarcela solo con una multa ma anche allora il peso politico era decisivo. Quanto al ripetersi, non so, non è facile. Finché sei una sorpresa va bene ma poi gli avversari ti studiano e approntano le contromosse. A me presero le misure e iniziarono a buttarmi giù non appena arrivavo a quaranta metri dalla porta.

In più, dopo lo scudetto a mio parere non ci rinforzammo come avremmo dovuto. Arrivarono dei giocatori modesti, brave persone, per carità, ma tecnicamente non tali da fare la differenza. In ogni caso l’anno dopo lo scudetto arrivammo quarti.

Dopo la Lazio ti sei trasferito al Bologna. Come ti sei trovato in una realtà così diversa da Roma?

Era una dimensione totalmente altra, una città piccola, pulita, a misura d’uomo, un bellissimo ambiente e bellissima gente, cordiale, gentile. Mi feci un sacco di amicizie, si organizzavano feste a casa, compleanni, e alcune di quelle persone le sento ancora oggi.

La Lazio che sale dalla B e l’anno dopo vince lo scudetto, così come, sempre negli anni ’70, il Cagliari e il Torino anche loro campioni d’Italia o il Vicenza e il Perugia che quasi sfilano il titolo rispettivamente a Juve e Milan: nel calcio di allora pur non essendo all’ordine del giorno, erano cose che accadevano più di frequente rispetto a oggi. (NdA)

Secondo te è più possibile una cosa del genere nel calcio del XXI secolo?

Il miracolo può sempre avvenire però oggi è molto più difficile. Ci sono interessi enormi e girano un sacco di soldi. Le grandi squadre tolgono subito alle piccole gli uomini migliori e hanno rose lunghissime con ricambi quasi sempre dello stesso valore dei titolari.

Un Sassuolo o una Atalanta possono fare un buon campionato, o magari una serie di buoni campionati, ma vincere lo scudetto per realtà del genere oggi è un’impresa quasi impossibile.

C’è un calciatore italiano di oggi in cui ti rivedi?

Forse Barella dell’Inter, o almeno tanti dicono così. Anche se io ero più tecnico, mentre lui è più potente.

Oramai vivi qui da così tanto tempo che possiamo considerarti un figlio di Roma Nord. Come hai visto cambiare il Flaminio nel corso di questi anni?

Non ho di che lamentarmi, il quartiere mi è sempre piaciuto e ho sempre vissuto bene qui. Se proprio devo dire qualcosa che non va menzionerei la sporcizia per strada, l’abbandono e la trascuratezza di certi punti che nel tempo sono aumentati.

Valerio Di Marco

© RIPRODUZIONE RISERVATA

LASCIA UN COMMENTO

inserisci il tuo commento
inserisci il tuo nome