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    Libri, quando la trincea non è solo guerra

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    Esposizione al sole

    Ci sono libri che a leggerli ti “stravolgono”. Non parliamo di romanzi, ma di testimonianze di vita vissuta. “Vivere e morire in trincea”, scritto da Marcello Caremani per “Arancia publishing è uno di questi.

    Caremani, aretino, classe 1947, è uno dei medici più apprezzati a livello nazionale per quel che concerne malattie infettive, oncologia clinica ed ematologia clinica.

    Il libro

    I milioni di morti della Prima guerra mondiale vengono di norma ricordati come eroi, ma solo coloro che hanno sofferto in battaglia, falciati dalle mitragliatrici o smembrati dagli obici.

    Altrettante sofferenze, però, sono state patite da milioni di giovani soldati i quali hanno contratto molte malattie, alcune ben conosciute, altre mai viste, che resero difficile il lavoro del personale sanitario.

    Molte di queste patologie furono causate dalle cattive condizioni di vita, caratterizzate dall’assenza di igiene personale grazie al pullulare di parassiti e topi, oltre al fatto che quando insorgeva una malattia diffusiva, dato l’assembramento nelle trincee, il morbo dilagava colpendo e uccidendo centinaia di soldati.

    Il tifo petecchiale, per esempio, da non confondere con il classico tipo da salmonella, ha rappresentato sempre un cofattore importante delle guerre. Il pediculus corporis, infatti, portava a contatto con l’uomo una rickettsia responsabile di questa malattia. Le cifre più raccapriccianti dovute a questa grave infezione sono state quelle della Prima guerra mondiale dove nella sola Russia si ebbero 30 milioni di casi con 3 milioni di morti, ma gravi epidemie furono riscontrate pure nell’esercito serbo, in Austria e in Germania.

    Quelle di colera si susseguirono e solo tardivamente furono presi i giusti provvedimenti per contrastarne la diffusione.

    Due, comunque, sono le patologie che hanno contraddistinto questa guerra: il piede da trincea e lo Shell Shock.

    Il piede da trincea è una malattia che colpisce prevalentemente le estremità inferiori del corpo umano, dove le quattro condizioni ambientali che lo determinavano erano il freddo, l’umidità, il fango e la scarsa igiene. Questo processo morboso caratterizzò le condizioni di vita dei nostri soldati che in diversi casi furono trattati con l’amputazione.

    Lo Shell Shock o ‘scemo di guerra’, come il piede da trincea, rappresentò la nascita di una nuova patologia bellica che connotò la Grande Guerra. Nella Prima guerra mondiale, infatti, si dovette affrontare un nuovo problema, cioè un massiccio fuoco di artiglieria mai visto nei conflitti precedenti, che spesso sconvolgeva la mente dei giovani soldati, trattati dai loro comandanti non come malati ma come codardi.

    E tutti i grandi drammi che coinvolgono l’umanità rappresentano, volenti o nolenti, anche grandi stimoli alla ricerca medico scientifica, come è successo durante la Prima guerra mondiale.

    Un grande cambiamento avvenne con la prima, vera, medicazione antibatterica, quando il dottor Alexis Carrel, chirurgo vascolare e biologo francese, e il dottor Henry Drysdale Dakin, misero a punto la «soluzione di Carrel-Dakin», potente preparato antisettico a base di acido ipocloroso, cioè l’ipoclorito di sodio.

    Altro preparato di notevole importanza fu la tintura di iodio, inventata nel 1908 dal medico istriano Antonio Grossich e utilizzata per la prima volta dall’esercito italiano nella campagna di Libia.

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