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    Giovanni dalle Bande Nere di Carlo Maria Lomartire

    Nel 2001 il bravissimo regista Ermanno Olmi girò una pellicola dal titolo “Il mestiere delle armi” che ebbe uno straordinario successo di critica e si aggiudicò alcuni prestigiosi premi. Il film racconta gli ultimi mesi di vita del “capitano di ventura” Giovanni de’Medici.

    Il “Giovannino” di Olmi è un personaggio silenzioso, serio a volte cupo, un ritratto differente da quello che emerge nel libro di Carlo Maria LomartireGiovanni dalle bande nere: la ferocia e il coraggio dell’ultimo capitano di ventura” (Ed. Mondadori, 205 pag., 19 Euro).

    Ottimo soldato, audace e coraggioso, con una straordinaria capacità tattica in combattimento, Giovanni, figlio di Giovanni de’Medici e Caterina Sforza (soprannominata “la tigre”) in realtà fu un irrequieto attaccabrighe e un violento (pugnalò a morte il suo primo avversario quando ancora era poco più che un bambino), frequentatore di bettole e donne dai facili costumi (ma tra le sue braccia caddero anche numerose nobildonne), marito e padre, oggi si direbbe così,  “assente”.

    La sua figura rispecchia ovviamente l’epoca in cui visse che, nonostante siamo in pieno “rinascimento”, fu un periodo non solo di lotte e congiure tra le grandi famiglie italiane, il papato e gli stati confinanti ma anche di uno stile di vita che  lasciava alquanto a desiderare.  Caterina Sforza fu data in sposa a 10 anni (roba da far impallidire perfino i tagliagole del califfato), le relazioni extraconiugali, i figli illegittimi e le “famiglie allargate” erano la normalità, cardinali e papi avevano amanti e figli e gli omicidi, con il pugnale o il veleno, erano all’ordine del giorno.

    E’ in questo ambiente che cresce Giovanni le cui inevitabili irrequietezze si cristallizzano in quello che è il “mestiere delle armi”; determinazione e ferocia ereditate dalla madre, sui campi di battaglia dimostra tutta la sua audacia ma anche intelligenza. Comprende immediatamente che il tempo della cavalleria pesantemente armata è  finito e cosi dà vita a bande armate in modo leggero, molto mobili e adotta delle tattiche simili a quella che sarà la moderna guerriglia. La sua truppa sarà sempre ben addestrata e molto disciplinata e adotterà un abbigliamento uguale per tutti, ufficiali e gregari (una vera rarità tra i mercenari al soldo dei nobili).

    Lontano dalla famiglia, impegnato in continue battaglie non disdegna però i piaceri della carne e per questa ragione vivrà sempre in ristrettezze economiche.

    E’ al servizio di Papa Leone X che darà il meglio di sé e alla morte del pontefice, adotterà il colore nero per le sue uniformi e per gli stendardi: da qui il soprannome di “Giovanni dalle bande Nere”.

    Quando a Governolo il “gran diavolo” (altro soprannome di Giovanni) verrà colpito al ginocchio da un colpo di falconetto sparato dalle truppe del Frundsberg in marcia contro Roma, le condizioni del ferito appariranno subito gravissime. Portato a Mantova, vegliato dal suo inseparabile consigliere Pietro l’Aretino, subirà l’amputazione dell’arto colpito dalla cancrena e morirà dopo cinque giorni di agonia.

    Le sue ultime parole furono: “Non voglio morire tra questi impiastri, mettetemi sul mio letto da campo”.

    “Giovanni dalle bande nere” di Carlo Maria Lomartire è un eccellente libro che si legge con grande piacere e che narra con dovizia di particolari e in uno stile a volte romanzato la straordinaria esistenza di uno dei grandi protagonisti di quello che fu uno dei più turbolenti periodi della storia italica.

    Francesco Gargaglia

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    1 commento

    1. Bellissimo il film di Olmi; la cupezza del personaggio rendeva bene l’atmosfera di quell’Italia la cui grande civiltà si stava ormai spengendo.

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