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    Gli “Occhi azzurri” di Arturo Perez Reverte

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    immagine di repertorio

    Chi ha letto i romanzi di Arturo Perez Reverte e in modo particolare la saga di “Capitan Alatriste” (riproposta nella straordinaria pellicola “Il destino di un guerriero” interpretato da Viggo Mortensen) non potrà che apprezzare questo racconto breve: “Occhi Azzurri” (Ed. Solferino, pag. 75, Euro 7,90).

    Il 30 giugno del 1520 gli uomini di Cortes abbandonano la capitale dell’impero azteco, Tecnochtitlan,  assediata da migliaia di indios assetati di sangue e vendetta; la maggior parte di loro non vedrà l’alba del giorno dopo compreso il protagonista di questa storia, un veterano spagnolo.

    Verrà giustiziato con un coltello di ossidiana e l’ultimo suo pensiero sarà per il figlio che sta per venire al mondo: “Speriamo – pensò – che mio figlio abbia gli occhi azzurri”.

    Perez Reverte non si smentisce; i suoi racconti lunghi o corti che siano  sono sempre racconti epici che trasudano coraggio, orgoglio e sangue al centro dei quali emerge sempre la figura di un soldato tanto eroico quanto povero e scalognato: proprio come “Alatriste”.

    “Occhi azzurri” è un racconto breve (anzi brevissimo, appena 40 pagine) ma intenso e coinvolgente; quello che sta accadendo nella “Noche Triste” il lettore lo vivrà con un brivido sulla sua pelle presagendo fin dalle prime pagine l’epilogo tragico della vicenda.

    Il miraggio dell’oro e della ricchezza, premessa indispensabile per fuggire da una vita di stenti, sarà fatale a quei soldati coperti di ferro che troveranno la morte tra le paludi o sugli altari sacrificali di Tenochtitlan. Un epilogo degno dei racconti di Perez Reverte.

    Francesco Gargaglia

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