Home ATTUALITÀ Gianni Dragoni, l’importanza di verificare le fonti

Gianni Dragoni, l’importanza di verificare le fonti

gianni-dragoni

Gianni Dragoni è un giornalista professionista, caporedattore-inviato del quotidiano “Il Sole 24 Ore”, dove approda nel 1985 dopo un’esperienza presso l’agenzia ANSA.

Da sempre si occupa di economia, industria e finanza, temi che approfondisce nel suo blog “Poteri Deboli”. Ha collaborato con la trasmissione televisiva “Servizio pubblico”, condotta da Michele Santoro dal 2011 al 2015, oltre ad aver pubblicato libri.

Di uno di questi, “La paga dei Padroni”, Vignaclarablog.it ne parlò nel 2009 con l’autore, che oggi invece ci racconta il suo percorso come giornalista e alcune vicende che lo hanno coinvolto.

Perché hai scelto questo lavoro e quali sono stati i tuoi inizi?

Da adolescente, facendo un tema a scuola su cosa mi sarebbe piaciuto fare nella vita, nacque l’idea di fare il giornalista, di intervistare persone che mi avevano impressionato in modo particolare. Io sono nato in un piccolo paese in provincia di Ravenna e all’epoca mi sembrava un sogno irrealizzabile.

Così, sempre con questa idea in testa, mi iscrissi alla facoltà di Giurisprudenza, a Roma. Durante l’università, iniziai a lavorare per l’ANSA, nella DEA (Documentazione Elettronica ANSA), poi come cronista parlamentare, e il mio mentore è stato un giornalista molto bravo dell’ANSA stessa, Guido Buldrini. Nell’estate del 1985, poi, mi è stato offerto di passare al Sole 24 Ore e dal settembre di quell’anno ho iniziato la mia collaborazione con questa testata, attività che dura tuttora.

Come è cambiata nel tempo la tua attività giornalistica?

Ho lavorato dal febbraio ‘82 all’agosto ’85 presso l’ANSA e poi sempre al Sole 24 Ore. Questo lungo periodo potrebbe sembrare monotono, ma in realtà non è così. L’attività di giornalista è sempre piena di sorprese, le cose ti cambiano davanti all’improvviso proprio mentre le stai affrontando.

Già il salto da un’agenzia come l’ANSA a un quotidiano ha comportato una diversificazione nel modo di approcciare gli argomenti e di raccontarli. Questo l’ho vissuto con una certa ansia, che ha impiegato un po’ di tempo a passare.

Certo, l’impegno al Sole comporta inevitabilmente una tendenza alla specializzazione in determinati settori economici, ma col tempo avviene un’evoluzione, cambiano le situazioni e le persone con cui si viene a contatto.

Dopo qualche tempo mi è capitata l’opportunità di intraprendere un’attività anche in campo televisivo. Parlare di economia in televisione è un argomento che talvolta può disturbare, perché inevitabilmente si finisce col parlare di potere, essendo la televisione un mezzo con un forte impatto mediatico.

Hai scritto libri e fatto TV. Cosa ti è piaciuto di più?

Nel 2008 insieme ad un altro giornalista, Giorgio Meletti, abbiamo scritto il libro “La paga dei padroni”, nel quale si parla dei “turbo stipendi” dei grandi manager, soprattutto delle società quotate in borsa, le più importanti.

Sono quelle che hanno l’obbligo di rendicontare tutti gli aspetti economici, tra cui i compensi dei presidenti, amministratori delegati, e tutti i consiglieri di amministrazione. In questo modo si possono fare delle analisi giornalistiche attendibili, basate su fatti precisi. Questo libro ha avuto un certo successo e l’argomento, trattato insieme alla grave crisi di Alitalia, ha messo in luce le evidenti e gravi contraddizioni di importanti settori economici.

Proprio per questo sono stato chiamato da Michele Santoro nella sua trasmissione “Annozero” e con lui si è sviluppato un sodalizio. Nel 2011, abbandonò la Rai per lavorare presso un’altra emittente, dove condusse per quattro anni “Servizio Pubblico”. Continuai la collaborazione con lui e in ogni puntata conducevo una rubrica su temi economici.

Devo dire che è stata un’esperienza magica. Terminata la trasmissione, non ho avvertito l’interesse a percorrere altre strade in tv, anche perché mi sento profondamente legato a Santoro, oltre che grato per l’opportunità che mi ha dato.

Purtroppo non gli sono stati più affidati incarichi, credo che sia stata esercitata una sorta di censura nei suoi confronti; solo così si spiega perché non gli sono state più affidate conduzioni di programmi. Se guardiamo il panorama televisivo manca molto una professionalità come la sua e il tipo di trasmissioni che riusciva a fare.

Quando vieni a conoscenza di notizie riservate, come verifichi le tue fonti?

Questo è un argomento cruciale. Le fonti senza dubbio sono fondamentali per avere buone informazioni. Quando si incontra una fonte attendibile bisogna con prudenza cercare di fare una verifica incrociata, basandosi su eventuali documenti che comprovino il fatto o su delle evidenze.

Oggi ci sono filmati audiovisivi, oppure foto di documenti prese comodamente con il cellulare. Una volta, senza questi mezzi, era necessario fotocopiare le carte: sicuramente oggi è tutto più facile.

Nel momento in cui si capisce che la fonte è affidabile, allora si è sicuri, anche se in genere io arrivo per gradi a questa conclusione incrociando varie informazioni. A volte ho ricevuto delle buste con segnalazioni anonime, ma in questi casi le cose sono spesso indimostrabili. Se si commette un errore se ne risponde con la propria reputazione e, eventualmente, anche nelle sedi giudiziarie.

Ti hanno mai citato in giudizio per diffamazione o altro?

Di cause legali ce ne sono state alcune. Ne esistono di due tipi: quelle penali per diffamazione o, recentemente, si è diffusa la pratica di cause civili per chiedere danni economici. Quest’ultimo sistema è un modo più “vile” di muovere un’azione giudiziaria perché il giornalista ha meno possibilità di difendersi anche se ha scritto la verità, a differenza della causa penale dove la dimostrazione di aver scritto il vero o il verosimile è un fattore estremamente importante per la sua difesa.

Sono stato citato in giudizio soprattutto da personaggi “potenti”, come ad esempio il noto banchiere Cesare Geronzi. Credo se ne possa tranquillamente parlare anche perché ormai sono notizie di dominio pubblico.

Io avevo scritto sul Sole alcuni articoli in merito alla Gea World, una società di procuratori di calciatori professionisti, dove lavoravano figli di diversi personaggi illustri, tra cui la figlia dello stesso Geronzi. La Gea è stata accusata più volte di essere in posizione dominante nel calciomercato, secondo alcuni di poter perfino influenzare partite e risultati.

Tutto era vero, però Geronzi promosse una causa per “danno alla reputazione” in cui chiese 10 milioni di euro e in parallelo sua figlia ne chiese uno. Tuttavia, la causa è stata ritirata dallo stesso Geronzi nel 2011.

Tutto ciò ha reso di fatto più difficile scrivere perché, quando c’è un procedimento giudiziario contro una testata giornalistica, l’effetto è quello di intimorire il giornale e rallentare l’indagine giornalistica. Anche se con il direttore del Sole di allora, Ferruccio de Bortoli, eravamo pienamente convinti di quello che era stato scritto e consapevoli di poterci difendere da accuse infondate e strumentali.

Come mai la questione si è poi risolta così, avete raggiunto un accordo?

Con me direttamente non hanno parlato, forse potrebbero averlo fatto con personalità poste “più in alto”. L’idea che mi sono fatto è che la vicenda della Gea, alla luce dello scandalo “Calciopoli”, avesse in qualche modo perso significato. Geronzi all’epoca aveva mosso un procedimento giudiziario perché probabilmente le notizie relative alla Gea potevano dar fastidio alla sua carriera.

Quando gli avvocati hanno ritirato il tutto presso il Tribunale di Milano, io non intendevo accettare. Nel frattempo, essendo cambiato il Direttore, la testata riteneva opportuno chiudere la questione e mi sono di fatto ritrovato solo.

Mi sorprese il fatto che, quando dichiarai al giudice le mie intenzioni a proseguire, questo mi spinse, in un certo qual modo, ad accettare la conclusione del procedimento: la considerai una forma di pressione, perché un magistrato dovrebbe limitarsi ad amministrare la “Giustizia”.

Nel subire la causa avevo patito un danno professionale oltre che un disturbo alla mia persona dal momento che, in una causa di quel tipo, un professionista può anche essere messo in ombra. L’avvocato mi fece notare che, se avessi voluto continuare, avrei dovuto provvedere personalmente alle spese legali. Alla fine ho desistito, ma ho deciso con l’avvocato che nei documenti fosse riportata una postilla a chiarimento del tutto.

Perché hai scelto Vigna Clara dove vivere, cosa ti piace del quartiere?

Io sono arrivato a Roma nel 1976 per gli studi universitari ed abitavo a Cinecittà. Successivamente con un gruppo di amici ci siamo trasferiti vicino a P.zza Euclide.

Quando mi sono sposato, mi sono spostato a Via Cortina d’Ampezzo e, dopo la nascita dei figli, con mia moglie abbiamo deciso di avvicinarci alle scuole che avevamo scelto. Così siamo arrivati a Vigna Clara.

Mi trovo bene in questo quartiere, abito in una via silenziosa. Anche se mi muovo in scooter per evitare problemi di parcheggio, ritengo che i collegamenti pubblici siano abbastanza soddisfacenti, pur mancando ancora la Metro.

Per il resto, apprezzo la tranquillità della zona che, allo stesso tempo, è vicina a centri commerciali. Apprezzo anche la vicinanza con il Foro Italico, il Tevere, spazi non congestionati che danno un senso di ampiezza e di libertà.

Caterina Somma

© RIPRODUZIONE RISERVATA

LASCIA UN COMMENTO

inserisci il tuo commento
inserisci il tuo nome