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Un anno di lockdown con gli occhi dei trentenni

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“Da oggi Italia zona protetta”, così l’ex premier Giuseppe Conte annunciava a tutti gli italiani l’emanazione del Decreto sintetizzato #iorestoacasa. È passato un anno esatto, eppure “qualcosa ancora qui non va”, canterebbe Dalla.

Sono tanti i passi compiuti in questi 12 mesi, i cambiamenti accettati, le difficoltà affrontate. Ci siamo allontanati ma sentiti più uniti, ci siamo guardati con sospetto ma aiutati nei momenti più duri; abbiamo scoperto il valore della tecnologia, fronteggiando lo smart working e la didattica a distanza; abbiamo rinunciato ai baci sulla guancia, agli abbracci, alle strette di mano, ai brindisi, alle cene al ristorante e a casa di amici.

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Ma la nostra battaglia contro il Coronavirus non è ancora finita e i numeri dei contagi continuano a crescere e a spaventarci.

Per questo atipico anniversario la nostra testata ha voluto dare spazio alle voci di un gruppo di trentenni che si sono divincolati tra decreti e normative, cambiando piani e posticipando progetti. Come Luca Comanducci e Andrea Centorame, titolari del ristorante Tiuni al Fleming, come Federico Bassetti, proprietario del negozio di tessuti che porta il suo nome, e come Adelaide Cao, in smart working da un anno.

La ristorazione diventata delivery

“La prima sensazione è stata di smarrimento, non avevamo idea di cosa fosse il Coronavirus e di cosa sarebbe significato per il nostro lavoro. Le informazioni di quel periodo erano molto vaghe”.

Luca e Andrea, soci e amici, uno è lo chef, l’altro gestisce l’amministrazione e la sala; il loro ristorante “Tiuni-Osteria con cucina”, in via Flaminia 814, al Fleming, è rimasto chiuso per un mese e mezzo, dovendo annullare le prenotazioni, restituire gli acconti e smaltire la merce già acquistata portandola a casa.

“Poi ci siamo adattati alla situazione, cambiando il menu con piatti adatti al delivery e all’asporto. La riapertura estiva è stata un sogno durato troppo poco, come forse era prevedibile. Ora navighiamo a vista, la nostra cucina è creativa, basata su qualità e freschezza del prodotto, quindi non è facile lavorare con il rischio che il giorno dopo chiudi”.

Il loro fatturato è diminuito del 70-80 per cento e c’è amarezza nelle loro parole. “Se si chiede a un’attività di investire in sicurezza, è perché si vuole seguire una politica di lungo termine e convivere con il virus; invece, se apri e chiudi, vuol dire c’è una situazione d’emergenza ma che deve durare un tempo limitato. Siamo una categoria facile da colpire”, spiega Andrea e Luca aggiunge “Dobbiamo chiederci, però, in quanti hanno davvero rispettato le normative? Noi stiamo facendo uno sforzo enorme per portare avanti l’attività, abbiamo dimezzato i coperti – da 55 a 26 – ed esortiamo i clienti a tenere le distanze e a indossare la mascherina. Il ristoratore furbetto, il cliente disattento, la politica che ha gestito male la situazione: la colpa è un po’ di tutti”.

Senza il pesce piccolo anche lo squalo muore di fame…

Federico abita a Ponte Milvio e ogni mattina si reca in centro per sollevare la saracinesca del suo negozio “Bassetti Tessuti Roma”in via delle Botteghe Oscure, che gestisce insieme al fratello, Gianluca, e al cugino, Massimo.

“Le maggiori difficoltà sono da attribuire all’effetto domino causato dalla chiusura quasi totale di certi settori, che ha interrotto la catena commerciale, ma senza il pesce piccolo anche lo squalo muore di fame. Noi vendiamo al dettaglio e all’ingrosso, ma in questo periodo è mancato sia chi doveva produrre sia chi doveva consumare”.

Basti pensare alle cerimonie annullate, ai matrimoni rimandati, all’assenza di turismo, alla chiusura dei teatri, alla sospensione delle riprese cinematografiche. “Si è fermato tutto: gli atelier, le sartorie, gli alberghi, lo shopping, persino i professionisti che prima si vestivano su misura per presentarsi bene in ufficio ora lavorano da casa in pigiama”.

“Gli aiuti statali non sono stati sufficienti – continua Federico – né facili da ottenere, per me come per tantissimi altri. Ma da pagare ci sono contributi, affitti, utenze, oltre alla sanificazione quotidiana e ai dispositivi di protezione individuale, ossia mascherine e gel disinfettante”.

A ciò si aggiunge la gestione dei dipendenti, “Il blocco dei licenziamenti ha evitato la catastrofe, ma la cassa integrazione erogata in ritardo e in percentuali molto basse hanno spinto me – e tanti altri – a far lavorare i dipendenti che non avrebbero potuto farcela altrimenti”.

Il vaccino porta fiducia, infatti per Federico “La speranza è che il peggio sia passato e che la campagna di vaccinazione permetta il ritorno alla normalità e la ripresa dell’economia”.

Un anno di smart working

“Quando il capo mi disse che avrei dovuto lavorare da casa, credevo sarebbe durata qualche settimana. Invece è passato un anno”. Adelaide, lavora per una società di consulenza ed è tornata in ufficio solo due volte dal 10 marzo 2020.

“Abbiamo imparato a lavorare con questa nuova modalità casalinga, chiamata smart working: a parlare tramite chat, a organizzare riunioni in video-call e a seguire webinar per restare aggiornati; ma ci manca il contatto, lo sguardo d’intesa con la collega, la battuta o lo sfogo, la sintonia che può crearsi solo condividendo la stessa stanza. Ora nella pausa caffè stendo i panni o avvio la lavastoviglie”, racconta ironica per poi passare a una visione più ampia di questi mesi di pandemia.

“All’inizio stare a casa mi faceva sentire al scicuro, ma ora sento che a livello sociale qualcosa si sta rompendo: siamo più arrabbiati e diffidenti, ce la prendiamo un po’ con tutti e ci auto-isoliamo, perché questo futuro opaco ci disorienta”.

A trent’anni, di norma, si pensa a crescere professionalmente e a creare una famiglia, ma difronte a quanto sta succedendo non è facile mettere in pila i mattoni del domani.

“Ho visto amici perdere il lavoro e doversi reinventare, mentre altri stanno consumando i soldi messi da parte o si stanno addebitando per tenere in piedi le loro attività. Credo sarà dura per la nostra generazione rimettere insieme i pezzi”, afferma Adelaide e aggiunge “Adesso anche fare un figlio significa affrontare più difficoltà di quelle che la gravidanza già comporta di per sé: non poter fare accedere il compagno in sala parto, i parenti che non possono venirti a trovare, andare a fare le visite con la preoccupazione del contagio, contagiarsi in gravidanza con il timore che possa comportare problematiche al bambino”.

Quanto manca?

Oggi è un anno da quando tutta l’Italia si è accesa di rosso e sono più di 100mila i morti per Covid-19. Possiamo dire di aver imparato ad avere attenzione verso l’altro e ad apprezzare le passeggiate all’aria aperta, i picnic al parco, gli sport outdoor e il cibo da asporto. Ma quanto manca ancora per la normalità?

Giulia Vincenzi

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