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Branko, la sua storia, il teatro, le stelle e Marte

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Di Branko ce n’è uno, l’astrologo dalla voce inconfondibile. Lo conosciamo tutti per l’oroscopo, ma in pochi sanno la sua storia, che ha voluto raccontare a Vignaclarablog.it.

Entriamo nel suo studio, a Roma Nord, sommerso di giornali, di libri e di copertine, tra cui una della mitica Brigitte Bardot, che confessa di adorare. Nella stanza si percepisce un’atmosfera particolare, dovuta alla sua energia, creatività e cultura. Sulla scrivania, una macchina da scrivere stile “Olivetti” ed è con quella che Branko, ogni giorno, scrive pagine e pagine di oroscopi nella tranquillità del verde che lo circonda.

Non facciamo fatica a credere che chiunque lo incontri per strada gli chieda previsioni riguardo al proprio segno. Confesso di averlo fatto anche io, e tranquillizzo tutte le donne del segno del Sagittario che Branko non ha problemi con le donne Sagittario: “va alla grande la donna Sagittario”. 

Lei è conosciuto per gli oroscopi, ci racconti però la sua storia

Tutto è iniziato così. Stavo studiando regia all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica “Silvio d’Amico” nel centro di Roma e un giorno, presso un bar in zona via Gregorio VII dove abitavo, ho conosciuto un gesuita brasiliano. Non lo conoscevo, ma sai quando arrivi la mattina al solito bar e vedi sempre le stesse persone? Ti viene poi automatico, a un certo punto, salutarle.

Ero triste per una delusione di amore, avevo 24 forse, e lui capì subito la mia sofferenza. Mi disse: “Vabbè, dai, ti passerà, sei giovane”. Nei giorni successivi era già una conoscenza, io gli raccontavo le mie ambizioni di diventare regista teatrale, o aiuto regia. Un giorno lui mi consigliò di leggere un libro sull’astrologia, dicendomi che avrei potuto capire le stelle, diventare bravo ed aiutare gli altri, oltre me stesso. Disse anche che avrei trovato una forza, ma di vivere l’astrologia in termini filosofici, pensando al mito greco. Ed ho iniziato cosi.

Nel frattempo, ho terminato gli studi all’Accademia e ho iniziato come aiuto regista di compagnie importanti. Erano gli anni ‘69 ’70, e ho debuttato con Lilla Brignone, il massimo del teatro, per poi proseguire come assistente di Enrico Maria Salerno, poi con Garinei e Giovannini, con Paolo Stoppa e Romolo Valli. Insomma, i migliori. Era una cosa che mi piaceva moltissimo.

Successivamente, Franco Enriquez mi ha fatto conoscere l’opera, a Genova, a Firenze, presso il Teatro del Maggio Musicale Fiorentino, poi al S. Carlo di Napoli, dove mi sono follemente innamorato dell’opera, come lavoro dietro le quinte, non ho mai avuto la voglia di andare in scena, sono sempre stato timido. Per me il massimo era vedere Riccardo Muti che faceva le prove, in silenzio. Se penso a queste esperienze incredibili mi sento molto fortunato.

Poi, cosa è successo?

Poi i miei genitori si ammalarono e io tornai a casa per assisterli. Lasciai le compagnie teatrali, perché non potevo più seguirle in tournée. Lì, a Capodistria, ho iniziato a lavorare alla radio per 7 anni ma, nel frattempo, continuavo le letture sull’astrologia, sui segni, i pianeti che mi piacevano sempre di più.

Quando ho perduto i miei genitori, sono tornato a Roma, in zona Corso Francia, anche se dopo tutti quegli anni non avevo più i contatti che avevo prima. Avevo l’esperienza maturata in radio e, ascoltando Radio Dimensione Suono, ne rimasi colpito per la musica e le voci, era diversa dalle altre radio private. Trovai il numero di telefono e chiamai. La segretaria mi passò il direttore, Eduardo Montefusco, a cui piacque subito la mia voce e disse di inventare un programma per coprire la fascia oraria dalle 6.30 alle 9.00 del mattino. Iniziai il giorno seguente.

Ovviamente, non c’erano veri e propri stipendi, quindi cercai sponsor per tutta Vigna Clara e Vigna Stelluti, finché la radio non ha preso piede, spostandosi dalla Balduina a Piazza Euclide, poi a Viale Mazzini. Lavoriamo ancora insieme, una cosa rara.

Le manca l’attività teatrale?

Mi manca molto. Mentre lavoravo già con Dimensione Suono Roma a Piazza Euclide, grazie alla disponibilità del direttore, portavo avanti la mia collaborazione con la radio a Capodistria dove avevo una rubrica di lettere.

Mi chiamò di nuovo Enriquez che aveva bisogno di una mano per una rappresentazione di “Giovanna d’Arco” al Teatro Carlo Felice di Genova con Valeria Moriconi e l’orchestra, mentre lui faceva una regia a Monaco di Baviera. Ovviamente, non poteva fare entrambe le cose contemporaneamente, così feci lo spettacolo secondo le sue indicazioni. Dopo questo lavoro, lavorai al Teatro Comunale di Firenze dove ho conosciuto Gregoretti che mi ha portato a Napoli. Più che il teatro della prosa, mi manca molto l’opera.

Ha rimpianti? Cosa avrebbe voluto fare che non ha fatto? 

In parte il teatro. Quando ero al S. Carlo di Napoli con Gregoretti, alla sera della prova generale, da soli senza pubblico, erano tutti sul palcoscenico e mi chiesero di restare a lavorare lì. Non ho accettato, ma l’emozione di stare nel teatro vuoto, buio, seduto in platea durante le prove e ascoltare l’orchestra è qualcosa di straordinario.

Si immagini a Firenze, sentire Renata Scotto interpretare i Vespri Siciliani diretti da Riccardo Muti, a cui io voltavo le pagine dello spartito, da solo nella sala prove. Incredibile se ci penso ora, all’epoca non me ne rendevo conto.

Un altro rimpianto che ho, ma non un vero e proprio rimpianto perché comunque non avrei mai potuto accettare l’incarico per via della salute dei miei genitori, è legato a New York. Potevo andare a lavorare al Metropolitan di New York come aiuto del primo assistente alla regia.

Un anno, al Festival di Spoleto, ho conosciuto l’allora direttore del Festival, Gian Carlo Menotti, che mi propose questa collaborazione al Metropolitan di New York dove lui in quel momento lavorava. Non andai ma tutto sommato è stato giusto così, per i miei genitori.

Crede, quindi, nelle coincidenze?

Si, era destino. Sono rimasto in Italia e con il tempo è nato il programma “Branko e le stelle”. Nel 1984, alle radio passava praticamente solo musica inglese e la RCA, la casa discografica di Gianni Morandi, realizzò un 33 giri denominato “Immagine Italiana”, che conteneva solo canzoni italiane di Gianni che in quel momento doveva ripartire musicalmente.

Per promuovere quel disco e il concerto che lui avrebbe dovuto fare al Teatro Olimpico di Roma, la RCA scelse Radio Dimensione Suono e me in particolare. Quindi, Gianni per un mese venne con me in trasmissione tutte le mattine, io scrivevo i testi che lui leggeva insieme a me. Tra noi è nata una grande simpatia e amicizia.

In quel momento, tra le altre rubriche che portavo avanti, vi era quella sull’oroscopo, che da subito ha avuto un grande successo e, poiché volevo che fosse Gianni ad avere successo, ho iniziato seriamente a scrivere oroscopi anche per lui che li leggeva con me durante la trasmissione.  Per farla breve, gli ho riempito il Teatro Olimpico e da quel momento lui … boom, è diventato quello che ancora è oggi, e io insieme a lui con i miei oroscopi. Tutto è stato spontaneo e naturale, niente di forzato e programmato.

Cos’è per lei l’oroscopo?

Ancora oggi insisto nel ritenere l’oroscopo una filosofia di vita, un’arte. Per me l’astrologia è un’arte, una filosofia, come ci sono tante filosofie e religioni. Mi piace dare vita a Marte. Quando pochi giorni fa hanno fatto vedere su Focus la discesa sul pianeta Marte in diretta, ho provato un’emozione fortissima, ma veramente grande, indescrivibile.

Quando ho visto la prima fotografia della sonda, questa terra un po’ rossa un po’ giallastra senza niente, eppure con quel fascino, è stato qualcosa di davvero incredibile. Ho detto anche al pubblico, ma possibile che quello sia il pianeta dell’amore fisico, dell’energia? Si, è possibile. Se io voglio, è possibile. Se io ci credo, è possibile.

Soprattutto, come si è visto già sulla Luna, percepisci che c’è un silenzio, e questo lo confermano i cosmonauti. Un silenzio intorno, un mistero. E così do vita a tutto questo, naturalmente in forma colloquiale affinché il pubblico possa comprendere.

Branko, lei crede in Dio? 

In fondo, lì capisci che c’è qualcosa di più, fuori dalla nostra portata e comprensione. Non so cosa sia ma c’è. Questo mistero che non puoi capire, né spiegare, c’è. Dalla televisione lo percepisci. La terra, i sassi, dalle immagini, parlavano. Non sai cos’è, invisibile, ma ti affascina. Cosa sarà? Dio? Non si sa, ma c’è qualcosa intorno a noi.

Caterina Somma

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