Home ATTUALITÀ Giordano Petri: “Una necessità sociale denunciare la violenza sulle donne”

    Giordano Petri: “Una necessità sociale denunciare la violenza sulle donne”

    Foto-Giordano-Petri

    Giordano Petri è un attore italiano, di teatro, cinema e televisione, trapiantato a Roma Nord da Città di Castello, in Umbria.

    Dopo una laurea in giurisprudenza, per inseguire il sogno di diventare attore lascia la sua città natale e si trasferisce a Roma, dove frequenta il Centro Sperimentale di Cinematografia. Giordano è un attore poliedrico, volto di numerose fiction di successo targate Rai e Mediaset, più volte interprete teatrale al fianco di Monica Guerritore, attualmente impegnato con l’uscita del film “Credo in un solo padre”, di Luca Guardabascio, dove recita come protagonista insieme a Flavio Bucci, Massimo Bonetti e Luca Lionello.

    Il film racconta un tema di grande attualità, quello della violenza sulle donne, ed uscirà nei cinema, quando questi saranno di nuovo aperti al pubblico. Per ora, l’8 di marzo uscirà in esclusiva sulla piattaforma Chili.com.

    Nato e cresciuto a Città di Castello, cosa ti ha portato a Roma?

    Io sono umbro, precisamente di Città di Castello, in provincia di Perugia. Ho studiato giurisprudenza ma devo ammettere di essermi laureato per far contenti i miei genitori, perché sapevo di voler fare l’attore. Quindi ho preso la laurea, l’ho messa nel cassetto, e ho inseguito il sogno di venire a Roma per tentare una carriera artistica.

    Parallelamente all’università, infatti, frequentavo la scuola del Teatro Stabile dell’Umbria e una delle mie insegnanti, Valeria Ciangottini, la “Paola” del film “La Dolce Vita” di Fellini, mi suggerì di provare le selezioni per entrare al Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma, perché una scuola di cinema, insieme ad una base teatrale, poteva essere interessante per il mio percorso.

    E così ho iniziato, nonostante i miei genitori fossero contrariati perché avrebbero voluto che io seguissi le orme giuridiche di famiglia. Io, invece, ero molto deciso su quello che volevo fare, avevo le idee molto chiare. Sono venuto a Roma, rimboccandomi le maniche e facendo mille lavori per mantenermi, dal pony express al cameriere, attività che mi hanno permesso di frequentare per quattro anni il Centro Sperimentale. E così, sono a Roma da 20 anni, tutto parte da Roma, per fare questo mestiere per forza bisogna stare qui.

    Raccontaci com’è nata la tua carriera

    La mia esperienza è nata proprio in teatro, il cinema era solo un sogno irraggiungibile. Ero un ragazzo di provincia che sognava il cinema grazie ai film ed agli sceneggiati, all’epoca c’erano quelli. Non avrei mai potuto immaginare che, un giorno, avrei recitato in un film. Ho iniziato infatti con il Teatro Stabile dell’Umbria e con la Fontemaggiore di Perugia per poi arrivare a Roma dove, grazie alla formazione del Centro Sperimentale, sono approdato a palcoscenici più importanti.

    Il primo spettacolo importante a cui presi parte fu al fianco di Monica Guerritore, insieme alla quale feci quattro anni di tournée, portando in scena “La Signora delle Camelie” e “Giovanna d’Arco”. Lei è un’attrice bravissima, con un carisma pazzesco ed è una donna molto affascinante, una testa pensante.

    Proprio in questo periodo emergenziale sta portando avanti le battaglie di noi artisti, promuovendo e sostenendo la creazione del “RAAI – Registro delle Attrici e degli Attori Italiani”, nato in reazione all’impatto dannoso che l’emergenza sanitaria Covid-19 ha avuto sulla categoria degli attori, i quali non godono di alcun inquadramento giuridico e, di conseguenza, di alcuna tutela assistenziale.

    “Credo in un solo padre” è un film che tratta il femminicidio. Cosa pensi del fenomeno?

    Si, è un film di grandissima attualità che denuncia il femminicidio, la violenza di genere e quella perpetrata nelle mura domestiche. Credo sia ormai una necessità sociale della donna quella di tirare fuori la questione e denunciare. La donna non può essere vittima del proprio carnefice, che molto spesso è la persona che dice di amarla o che dice di starle accanto.

    Il film trae origine da un’indagine effettuata nei paesi dell’entroterra campano da Michele Ferruccio Tuozzo, autore del libro “Senza far rumore”, da cui il film è ispirato. In questi luoghi, purtroppo, spesso ancora oggi la donna è vista come la “causa” del problema, colei che provoca il suo carnefice che si sente così legittimato a violentarla o ucciderla.

    Ti è capitato di conoscere donne che hanno subito forme di violenza?

    Purtroppo mi è capitato di sentire racconti di abusi psicologici, legati più a forme di mobbing e avances subite nel posto di lavoro. Spesso la donna si sente intimidita dall’orco, un essere viscido e cattivo che, in qualche modo, assume atteggiamenti e crea situazioni per cui, alla fine, il coltello dalla parte del manico lo ha sempre lui. E allora la donna cede perché ha paura di perdere il posto di lavoro e le sue opportunità professionali, o fa finta di nulla per garantire ai figli un futuro.

    Per questo, credo sia importante avvicinarsi di più alle associazioni, denunciando il più possibile, così da poter fare muro a questa rete di violenze che deve assolutamente essere debellata.

    Mai come in questo periodo di lockdown, tra l’altro, sono aumentati i casi di violenza sulle donne all’interno delle mura domestiche, per mano di uomini che credono di essere forti ma, in realtà, al contrario, sono molto fragili, deboli, disturbati e hanno bisogno di un grandissimo aiuto.

    Dobbiamo imparare a capire per tempo i campanelli di allarme di queste persone che potrebbero essere potenziali assassini e violenti, e su questo fare azioni legate ad un processo di denuncia e blocco di questa mano assassina.

    Da tempo vivi a Roma Nord. Cosa ti piace della zona e cosa cambieresti?

    Ho abitato per molto tempo in Via dei Monti della Farnesina, e ora sono andato a vivere non troppo lontano da quella strada. Frequento assiduamente la zona di Ponte Milvio, ma devo dire che la frequentavo di più quando ero più giovane, perché è il quartiere dove si concentra la movida notturna, ci sono i ristoranti e tanti punti di ritrovo. È anche il quartiere dei famosi lucchetti, un simbolo della Roma mistificata da Federico Moccia con il cinema.

    È una zona molto tranquilla, che ti accoglie, ed è stata poi tanto rivalutata e riqualificata negli ultimi anni. Hanno ripotenziato i parchi, le strade soprattutto la zona di via Flaminia verso Corso Francia. Il quartiere è ben servito, c’è tutto. Una sorta di “paesone”, dove trovi sotto casa tutto quello di cui hai bisogno, il supermercato, la posta, i negozi e la banca. Puoi fare tutto senza doverti per forza spostare in centro.

    Inoltre, devo dire che c’è una buona forma di accoglienza da parte degli stessi abitanti del quartiere nei confronti di chi, come me, non è romano d’origine, a differenza invece di altri quartieri che mantengono la loro identità per cui o ti adatti oppure devi cambiare. Le persone sono molto eleganti e disponibili. Non cambierei nulla, mi piace così.

    Caterina Somma

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    1 commento

    1. Si accomuna costantemente il nome di monica guerritore ai temi più ricchi di dramma e tragedia, interprete eccelsa nella parte di donne difficili o prevenienti da un vissuto difficile.
      Mentre invece la storia personale della guerritore è esempio di gioia, autonomia e libertà, destinata ad un matrimonio alto borghese fugge letteralmente di casa a 15 anni per seguire se stessa e trovare poi il proprio destino nel teatro piuttosto che nell’arte in generale è Commendatore del Lavoro, onorificenza che le fu data per gli enormi successi ottenuti al cinema ed in teatro proprio per la grande bravura di attrice nell’interpretare ruoli di donne difficili o provenienti da un vissuto difficile.
      Il dramma dei femminicidi è un tema relativamente recente, strettamente connesso con la mutazione morale e culturale e con la crisi economica non riguarda figure di donne difficili o provenienti da un vissuto difficile ma attraversa mondi di normalità che esplodono al loro interno con vittime sempre le donne.
      Difficile trovare storie emblematiche rappresentative del tragico fenomeno così da poter mettere nelle mani della politica strumenti efficaci o soluzioni percorribili.

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