Home CRONACA Lo scalo de Pinedo, dalla gloria all’oblio

Lo scalo de Pinedo, dalla gloria all’oblio

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Si sa, il Tevere, dall’antichità sino alla prima metà del ‘900 è stato sempre navigabile; lo hanno navigato gli antichi romani, è stata una importante via d’acqua nel medioevo e nel ventennio ha permesso il trasporto, su di una gigantesca chiatta, del monolite in marmo di Carrara innalzato al Foro Italico. Sulle sue rive sorgevano numerosi scali, il più importante dei quali era quello di Ripetta.

Alla fine dell’800, per rimpiazzare il Porto di Ripetta andato distrutto a seguito della realizzazione dei muraglioni,  fu costruito  un importante scalo con ampi gradoni in marmo.

In realtà lo scalo, che prese successivamente il nome di Scalo de Pinedo, rimase in attività per pochi anni ricevendo per lo più le merci destinate alle concerie della Via Flaminia; poi cessò qualsiasi attività e oggi versa in condizioni di abbandono e degrado.

Lo Scalo de Pinedo, imponente e molto bello, è costituito da gradoni e rampe che portano alle rive del fiume; sulle lastre di marmo sono ancora piantati i grandi anelli in ferro indispensabili per l’ormeggio. Lo scalo fu costruito poco distante da quello che era il Porto di Ripetta e su quello che oggi si chiama Lungotevere Arnaldo da Brescia.

Nel 1925 si decise di intitolare lo scalo al Comandante Francesco de Pinedo che con il suo idrovolante aveva compiuto una trasvolata di 55.000 chilometri.

Partito il 20 Aprile 1925 da Sesto Calende con un idrovolante SIAI S.16 (battezzato Gennariello con l’aggiunta del motto latino “Ibis redibis”) de Pinedo raggiunse Brindisi poi la Turchia, l’Iraq, l’Iran, l’Indonesia, l’Australia, le Filippine, il Giappone, la Cina, l’India, il Pakistan per poi dirigere nuovamente verso l’Italia. Il 7 novembre 1925 “ammarò” sul Tevere proprio davanti allo scalo affollato da migliaia di romani che lo acclamarono come un eroe.

In realtà si trattò  di una impresa epica dal momento che l’idrovolante con cabina aperta era un monomotore realizzato in legno che sviluppava una velocità massima di 190 km/h.

Oggi di quell’impresa che fece il giro del mondo non rimane nulla, neppure il ricordo, dal momento che lo Scalo de Pinedo, ignorato, trascurato e maltrattato, dimenticato perfino da chi avrebbe l’obbligo di mantenerlo pulito, versa in uno stato di gravissimo abbandono.

I marmi che affacciano sulle acque del fiume sono totalmente ricoperti di graffiti e di scritte demenziali; perfino i massicci anelli di ferro sono stati imbrattati. In molti punti le lastre di marmo sono sconnesse o spezzate, sbriciolati anche alcuni muretti.

Una delle rampe è totalmente ricoperta da rovi e non è più accessibile mentre le altre hanno il fondo sconnesso e danneggiato.

Erbacce e piante crescono dovunque e si insinuano nelle fessure che il tempo ha aperto tra i marmi; uno spettacolo tanto angosciante quanto indecente.

Come se non bastassero i tanti rifiuti sparsi ovunque, anche una serie di cassonetti sono stati allineati alla base dello scalo, giusto per rendere ancora più deprimente il luogo.

Oggi lo Scalo de Pinedo, sporco e danneggiato, serve come parcheggio mentre le sue rampe consentono alle auto di raggiungere le banchine dove sono ormeggiati numerosi galleggianti privati o adibiti a locale pubblico.

La fine funesta dello Scalo de Pinedo è d’altronde in linea con i tantissimi siti in stato di abbandono come il Foro Italico o lo Stadio Flaminio. Un abbandono reso ancora più mortificante dalle tante promesse di intervento.

Francesco Gargaglia

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2 COMMENTI

  1. Ma esiste un piano di manuatenzione? E se esiste, chi controlla che venga rispettato? Tra l’altro l’accesso alle banchine è aperto a tutti, chiunque può scendere con la macchina o con qualsivoglia mezzo parcheggiare o scorrazzare lubgo le banchine. Ma se anche dovessero sistemare lo scalo (e questo potrebbe avvenire in concomitanza con grandissimi eventi a Roma tipo Olimpiadi o mondiali di qualcosa) nel giro di due tra anni tornerebbe all’abbandono odierno.
    Che tristezza. E quante occasioni mancate. Ma perchè Roma è indietro di decine e decine di anni, a livello organizzativo, rispetto al altre capitali? Tutti provano a risollevarne le sorti ma nessuno ci riesce.

  2. Ma da quando a Roma si fa manutenzione di qualcosa? La sorte dello scalo è identica a quella del Ponte Flaminio e di tanti altri punti del Tevere, per il quale ancora si continuano a tirare fuori progetti costosissimi per la sua navigabilità senza mai preoccuparsi de salvarlo dal degrado per renderlo fruibile a chi volesse goderne anche solo per una passeggiata o un giro in bicicletta lontani dallo smog e dal caos del traffico.

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