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    Walimohammad Atai, ‘Il martire mancato’

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    Il martire mancato. Come sono uscito dall’inferno del fanatismo” è il titolo corretto dell’ultima opera di Walimohammad Atai, scrittore afgano fuggito dal suo paese e oggi residente in Italia, dove ha avuto lo status di rifugiato politico.

    Finora ha scritto cinque libri e solo due sono stati pubblicati in italiano; uno dei due, edito da Multimage, è appunto quello di cui parliamo oggi.

    E’ un libro dalle tinte forti, lo diciamo subito. “E’ un libro – ha scritto Giulietto Chiesa nella  postfazione – con la descrizione più minuta, più inquietante, più approfondita, più precisa, di cosa è stata ed è tuttora la scuola internazionale del terrorismo fondamentalista. Ci racconta dove è nata, come è nata, perché è nata. Bisogna leggerla per capire dove siamo tutti e perché siamo arrivati a questo punto. Tutti è la parola giusta, perché dalle righe di Atai emerge che, in molti modi, “noi c’entriamo”, anche se non ne siamo consapevoli”.

    “Nel libro – ci spiega l’autore – racconto come e per quanto tempo sono stato reclutato in un centro di addestramento per i kamikaze, prima in Afghanistan e poi in Pakistan, il rapporto con la mia mamma e mio zio materno che volevano che io diventassi martire, la storia di mia sorella Salma venduta a 12 anni a un signore della guerra e comandante dei talebani nel nostro villaggio, e poi la bellissima storia di mia nonna paterna che ci salvò la vita con la vera cultura afgana e ci spiegò che nostro padre fu ucciso dai talebani con l’aiuto di nostra mamma, perché era medico e non faceva crescere la barba, e il mullah lo decretò all’impiccagione”.

    Nel libro oltre le storie dei suoi amici, bambini kamikaze del suo villaggio, Walimohammad Atai parla anche della sua infanzia, di come usava le vere armi come giocatoli, della raccolta d’oppio, delle violenze che ha subito, purtroppo anche dalla madre, per costringerlo ad arruolarsi nelle fila dei talebani “per combattere la guerra santa”.

    L’autore

    Nato in Afghanistan nel 1996, Walimohammad Atai si è occupato di diritti umani sin da piccolo, seguendo le orme di suo padre, medico e oppositore politico ucciso dai talebani. Dopo aver aperto una scuola laica nel suo villaggio e un laboratorio di cartapesta per fare le scultore, viene accusato dai talebani di essere una spia degli infedeli e, dopo un attentato nei suoi confronti a cui è miracolosamente sopravvissuto, decide di fuggire dall’Afghanistan, ottiene asilo politico in Italia dove inizia un capillare lavoro di informazione e dialogo interreligioso e interculturale.

    Fondatore dell’associazione FAWN (Free Afghan Women Now) per la difesa dei diritti delle donne afgane. Laureato in scienze della mediazione linguistica in Italia, attualmente studia scienze politiche presso l’Università di Pavia.  È Educatore professionale Socio-Pedagogico ed attualmente è coordinatore di un centro d’accoglienza nella provincia pavese, lavora come interprete e traduttore giurato per tribunali, commissioni territoriali, carceri, questure e ministeri.

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