Home ATTUALITÀ Ettore, vita e morte da invisibile a Roma

    Ettore, vita e morte da invisibile a Roma

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    foto di repertorio

    Pensò a quel silenzio perfetto. Anche adesso, come allora, nessuno sapeva dove lei si trovasse. Anche questa volta non sarebbe arrivato nessuno. Ma lei non stava più aspettando. Sorrise verso il cielo terso.” – da La solitudine dei numeri primi.

    Questa è la storia di Ettore, trovato morto in casa sua. Solo. E solo se ne è andato, dentro una bara di legno in una calda giornata estiva. Una chiesa vuota, proprio come la sua casa, nessuno a dargli l’ultimo saluto. Nessuno.

    Ettore era un numero primo, come quelli che Paolo Giordano racconta nel suo libro. Come i numeri primi, divisibili solo per se stessi e per 1, Ettore era un vecchio dimenticato.

    Non si sa molto di quest’uomo abbandonato, un nonno di Roma che silenziosamente se n’è andato senza che nessuno stesse con lui, senza che nessuno gli tenesse la mano almeno per l’ultimo viaggio.

    A trovarlo sono stati i volontari della Caritas, gli unici che da febbraio entravano in casa sua, per assisterlo e fargli compagnia. Ettore li aveva conosciuti prima dell’inizio del lockdown per l’emergenza Coronavirus; li aveva ringraziati, ma lui non era abituato a ricevere visite, ad avere qualcuno che si occupasse di lui. Ogni volta che i volontari suonavano alla sua porta Ettore gli diceva che non aveva bisogno di nulla, che se la sarebbe cavata da solo.

    Come sempre d’altronde, come ha fatto fino alla fine, quando al suo funerale, c’erano solo lui e il prete.

    Non sappiamo nulla di quest’uomo solo, se era stato sposato, se aveva dei figli, dei nipoti, qualche parente. Se aveva scelto di rimanere solo, anche se la solitudine, quella potente, quella che fa rumore per il vuoto che lascia, alla fine non si sceglie mai.

    Simona, la volontaria che pochi giorni fa lo ha trovato morto nel suo letto, non si era arresa ai suoi “grazie ma non mi serve niente” e ogni settimana continuava a bussare alla sua porta. Ettore alla fine si era convinto che un’altra voce in casa sua a fargli compagnia per qualche ora avrebbe potuto fargli bene, avrebbe potuto attutire quel silenzio profondo che chissà ormai da quanti anni si era insinuato nel suo appartamento romano. Ettore e Simona quando erano insieme riordinavano casa, scambiavano due chiacchiere, erano diventati amici.

    Nel quartiere qualcuno lo conosceva, ma tutti sembravano non vederlo. Non accorgersi di lui. Perfino il portiere del suo stabile non dava peso alle sue assenze, Ettore entrava e usciva dal palazzo ma nessuno lo vedeva. Girovagava per le vie, ma nessuno lo notava. Quando i volontari hanno suonato al campanello e non lo hanno trovato si sono preoccupati, ma nessun altro ha dato peso alla sua assenza.

    Ettore non era andato da nessuna parte, era in casa, morto nel letto. Con un cellulare mai utilizzato sul comodino.

    Il giorno del funerale non si è presentato nessuno. Nessuno sa che uomo fosse, cosa è successo nella sua vita; forse non è stato un buon padre di famiglia, un bravo marito, o forse i suoi figli, se ne aveva, non sono stati dei bravi figli. Non possiamo saperlo e non spetta a noi giudicare, ma nessun uomo dovrebbe morire da solo.

    Nessun anziano dovrebbe meritare di essere dimenticato. Si dimenticano le cose, gli appuntamenti, a volte facciamo di tutto per cancellare i brutti ricordi. Si dimenticano i compleanni, gli anniversari, le chiavi di casa. Ma gli uomini no, non possono essere dimenticati.

    Chissà quanti Ettore ci sono, soli e abbandonati tra le loro quattro mura, dove i telefoni non squillano mai e le voci stridule dei nipoti non rimbombano per i corridoi. Chissà quanti vecchi come Ettore non si sono accorti nemmeno del lockdown perché loro soli ci sono sempre stati, quanti desidererebbero avere una casa disordinata perché il disordine sarebbe vita; quanti vorrebbero che quel campanello suonasse più volte al giorno.

    Chissà quanti di loro piuttosto che sentirsi ripetere dalla tv di bere molta acqua e non uscire nelle ore più calde vorrebbero un braccio a cui aggrapparsi per uscire in quelle più fresche o una mano che gli porge quel bicchiere colmo d’acqua. Proprio come faceva Simona con lui quando andava a trovarlo.

    Fai buon viaggio Ettore e scusaci se puoi.

    Ludovica Panzerotto

    4 COMMENTI

    1. Però, però, però.
      Una considerazione provocatoria: se una persona decidesse volontariamente di fare vita da eremita, non volesse avere attorno nessuno per scelta, senza coniuge, senza figli, senza altri parenti, autosufficiente fino alla fine?
      Dovrebbe per forza finire all’ospizio perché altrimenti potrebbe morire da solo e non avere nessuno al suo funerale?
      E se non gli fosse importato nulla di avere un funerale o qualcuno al suo funerale?

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