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Il funzionario della Farnesina

il funzionario

Non so per quale strana associazione di idee oggi mi è venuto in mente un uomo. Sbucato direttamente dalla mia adolescenza, trascorsa a Ponte Milvio, all’inizio degli anni ottanta, quando la zona possedeva ancora ben salde quelle caratteristiche tipiche più di un paese che di un quartiere di una grande città.

Quest’uomo, che chiamerò per comodità “il funzionario” o “il diplomatico”, noi ragazzi del quartiere Farnesina avevamo occasione di vederlo molto spesso, tutti i pomeriggi in cui andavamo all'”asfalto” a giocare a pallone. L'”asfalto” è quel parcheggio, praticamente mai utilizzato e un tempo non invaso dalla rampa della tangenziale, che si trovava appena oltre il parco Volpi (“i giardinetti”) e prima del Ministero degli Esteri.

Estate o inverno che fosse, il funzionario camminava. Camminava in continuazione, non ricordo di averlo mai visto fermo da qualche parte. Con i suoi passi copriva tutta la zona intorno al Ministero. Stadio Olimpico, stadio della Farnesina, parco Volpi. Altre volte si spingeva fino in piazza, a Ponte Milvio. Lo vedevi più volte nello stesso giorno percorrere il medesimo tragitto, coprire lo stesso perimetro.

Il diplomatico non parlava mai con nessuno e indossava un completo tutto spiegazzato che, a seconda delle stagioni, era fradicio di pioggia o appiccicato al suo corpo magro e curvo che lo faceva assomigliare ad un uccello. Le sue scarpe erano ridotte male, deformate, poi dopo qualche mese tornavano nuove. Sempre lo stesso modello di mocassini neri. Il funzionario poteva avere  quarant’anni e a me sembrava vecchissimo, ma non era questa la cosa che mi colpiva maggiormente di lui.

Il diplomatico era quello che oggi chiameremo un “invisibile”. In pochi gli dedicavano un’occhiata ed erano ancora di meno quelli che gli riservavano uno sguardo più lungo. Non veniva nemmeno preso in giro o a sassate (“a serciate”) dai ragazzini, che a quell’età sono delle carogne senza cuore. Semplicemente e drammaticamente non esisteva per gli altri. Per la maggior parte, almeno.

Io ne ero affascinato, mi chiedevo che tipo di vita facesse (o avesse fatto) ma non avevo una risposta. “Chi?”, ribattevano gli amici ai miei rarissimi e altrettanto timidi tentativi di saperne di più. Mica lo vedevano, loro. Il diplomatico non esisteva ai loro occhi.

Più avanti, verso la fine degli anni ottanta, venni a sapere qualche brandello di informazione che non ricordo da dove provenisse. Ponte Milvio era ancora una sorta di enclave ai tempi e qualcosa trapelava sempre in questa specie di stato sovrano governato da generazioni di famiglie che si conoscevano da sempre.

Il funzionario era un dipendente importante e competente del Ministero degli Esteri che aveva avuto una tragedia non meglio identificata (una moglie morta, forse un figlio) ed era impazzito (chiedo scusa ma quando hai 16 o 17 anni non è che sei un fine psicologo).
Non era stato licenziato o forse sì. Fatto sta che ogni giorno si recava sul posto di lavoro e ogni giorno ne usciva rapidamente. Evidentemente non era più nella condizione di poter lavorare e alcuni suoi (ex) colleghi ogni tanto gli compravano un paio di mocassini nuovi.

Così, il diplomatico, che per la maggior parte degli altri non esisteva, aveva trovato nel suo “moto perpetuo” una routine compulsiva che era la sua coperta di Linus e che in qualche maniera lo proteggeva dal suo dolore. Coperta e protezione del tutto inadeguate e insufficienti, beninteso.

Non infastidiva nessuno, non rivolgeva la parola a nessuno e non incrociava mai lo sguardo di nessuno. La sua intelligenza era stata apparentemente ma non del tutto cancellata dai suoi occhi sfuggenti. Ricordo una sigaretta fradicia di pioggia tenuta stretta fra le labbra, ma forse mi confondo. Non so dire se fumasse, il diplomatico.

Guardandolo, ogni tanto dicevo al mio amico Flavio (lo vedeva anche lui), “quella è la fine che farò io”. Lo dicevo con leggerezza ma senza alcun intento derisorio e Flavio lo capiva. Provavo una simpatia per quell’uomo. Non sapevo perché, ma avvertivo un’affinità con quella persona.

Anni dopo, probabilmente a metà degli anni novanta, lessi sul giornale che il diplomatico era stato accoltellato da due balordi ed era morto. Il fatto era successo proprio nelle vicinanze dell’”asfalto”, su via dei Colli da Farnesina.

Provai dispiacere ma anche qualcos’altro, che solo adesso riesco a decifrare. Un uomo era uscito dai binari della propria esistenza e aveva trovato una maniera di non farsi travolgere totalmente da un dolore incontenibile. La cosa più crudele non è stata la circostanza che sia stato ammazzato per due lire, che magari nemmeno aveva addosso.

No. La cosa più crudele è stata che qualcuno l’abbia preso in considerazione brevemente, l’abbia reso visibile solo per qualche minuto ed esclusivamente per i propri meschini traffici, e l’abbia riconsegnato subito dopo alla sua invisibilità, lasciandolo lì, su quel marciapiede, come un sacco di immondizia di cui non importa niente a nessuno.

Se qualcuno conosce il suo nome, lo dica. Se qualcuno conosce la sua storia, o parte di essa, la racconti, per favore. È anche a causa del funzionario o del diplomatico (fate voi) se io odio la gente e allo stesso tempo amo l’umanità.

Giovanni Berti

8 COMMENTI

  1. Lo ricordo anche io, longilineo direi “smilzo”…e anche io sapevo che aveva avuto una tragedia familiare ed era “impazzito”. Non sapevo avesse un trascorso nel ministero degli esteri, però lo ricordo camminnare, camminare sempre con il mozzicone di sigaretta se non lo fumava lo metteva dietro l’orecchio. Ricordo di avergliene date, perché era solito chiedere una sigaretta. Grazie per questo bel ricordo, era una persona che non dava fastidio a nessuno e mi dispiace sia morto così.

  2. Ciao Giovanni ho letto con molto interesse il tuo ricordo.ho avuto la sensazione di leggere un primo capitolo di un libro .hai descritto molto bene rendendo bene l idea di questo uomo misterioso.,lasciando molta curiosità.
    Roberto

  3. La descrizione sembra corrispondere a quella di Franco Federico Giovanni Ginocchio, che però è deceduto nell’ottobre 2006. Ignoravo le circostanze della sua morte. Funzionario diplomatico preparatissimo, ma indubbiamente strano. Ci h parlato qualche volta nei primi anni ’90

  4. Bellissimo racconto che sembra il capitolo di inizio di un romanzo, come dice Roberto. Non occorre uno psicologo per capire che Berti è un empatico, uno di quegli uomini che “entrano nei panni” ( secondo gli inglesi nelle scarpe, ma è lo stesso) per condividerne lo stato d’animo. Gli empatici, per questa loro dote, si trovano a disagio in questo mondo dove prevalgono l’egoismo, l’invidia e l’odio. Ecco perchè Berti dice che odia la gente anche se ama “l’umanità”. L’empatia è un messaggio di speranza per un’umanità migliore.

  5. Bel racconto davvero. Merca rara oggi chi si sofferma sugli “invisibili” e su chi entra in generale in empatia con gli altri. Comunque essendo più giovane io mi ricordo di un signore che abitualmente risiedeva al centro di piazzale ponte milvio con un carrello e tutte le sue cose dentro. Aveva pochi capelli e noi ragazzini all’epoca andavamo a dargli fastidio. Spari dopo il 2005/2006 e sapemmo che era un signore benestante impazzito dopo la perdita della moglie e della figlia per un incidente. Ancora grazie per questo bel racconto che trasuda di umanità.

  6. Giovanni sei bravissimo. È una bellissima storia scritta da una penna asciutta e coinvolgente. È un peccato che ogni volta gli invisibili vengano ricordati con romanticismo solo dopo la loro morte. Fino a quel giorno, agli occhi di tutti, trasmettono solo fastidio e disgusto che a volte si traduce in violenza.

  7. Il ricordo condiviso nell’articolo è davvero bello. Se è la. Persona citata nel commento sopra, puoi trovare la sua storia professionale, online sul sito del Ministero degli Esteri, nel documento “STATI DI SERVIZIO DEL PERSONALE DELLA CARRIERA DIPLOMATICA E DELLA DIRIGENZA DEL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI
    CHE HA CESSATO DI FAR PARTE DELL’AMMINISTRAZIONE DAL 1° GENNAIO 2000 AL 30 MAGGIO 2014”.

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