Home CRONACA Una notte con la C.R.I. e gli invisibili del XV

Una notte con la C.R.I. e gli invisibili del XV

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L’appuntamento è alle 19 in punto di venerdì 29 maggio nella sede del Comitato Municipio 15 della Croce Rossa Italiana, all’Olgiata. Il termometro della macchina segna già dodici gradi, nonostante sia la fine di maggio. È piovuto tutto il pomeriggio e ancora qualche goccia bagna l’asfalto; in compenso l’umidità la fa da padrona.

Per una notte VignaClaraBlog.it accompagnerà il team dell’unità di strada nei quartieri del XV Municipio per l’assistenza ai senza fissa dimora, gli “invisibili”. Un servizio che il comitato svolge due volte la settimana con una turnazione dei volontari.

Ore 19, appuntamento in sede

Ad accoglierci in sede c’è Piero, con la sua divisa rossa fiammante; un uomo alto, forte, mani grandi, voce profonda e cuore grande: per prima cosa mette a bollire l’acqua per il thè, “stasera farà freddo, e una bevanda calda la gradiscono tutti” – dice, mentre inizia a compilare i documenti per il servizio di stasera. Piero prende i termos e li prepara con cura, immerge le bustine di thè, mette lo zucchero da parte perché qualcuno lo preferisce senza.

Conta i guanti e le mascherine che tutto il team dovrà indossare e ci spiega che, nonostante la loro attività di assistenza ai senza tetto, dovranno essere pronti a soccorrere chiunque ne abbia bisogno: in caso di incidente stradale o di un malore il team dovrà sospendere il servizio per tutto il tempo necessario a prestare soccorso.

Nel giro di poco, alla spicciolata, arrivano anche gli altri volontari, Emanuela, Andrea e Massimo; aspettiamo soltanto Laurenzia, il capo team, di ritorno dalla Sede Centrale di Via Ramazzini dove è andata a prendere i pasti caldi che stasera verranno distribuiti.

Il Comitato Municipio 15 di Roma della Croce Rossa Italiana è stato costituito nel 2012 e ad oggi conta circa 200 volontari che ogni giorno prestano il loro servizio di volontariato alla popolazione del quindicesimo municipio, con impegno, dedizione e professionalità. I volontari sono tutti impegnati a titolo gratuito nei vari servizi che la Croce Rossa svolge quotidianamente sul territorio: raccolte alimentari, donazione e propaganda alla raccolta sangue, corsi di primo soccorso, servizi ai senza fissa dimora, trasporto infermi e molto altro.” – ci spiega Giovanna Miano, Presidente del Comitato.

Persone diverse, un unico obiettivo

Il gruppo di stasera è eterogeneo, età diverse, mestieri differenti: una giornalista, un’insegnante d’italiano, un consulente informatico …. ognuno di loro arriva di corsa da casa, dall’ufficio, dai mille impegni della quotidianità.

Si cambia, indossa la divisa, disinfetta le mani ed è pronto; non importa se sono già stanchi, se è un venerdì sera, se per cinque ore consecutive scenderanno e saliranno da un pulmino nel buio, con le torce. Tutti e cinque, e noi con loro, hanno un unico obiettivo: non lasciare indietro nessuno, non per stasera.

Nell’attesa di partire, mentre nel magazzino Andrea e Massimo finiscono di sistemare i vestiti da donare ai poveri, Piero e Emanuela recuperano i sacchi di pane e pizza donati dai commercianti di zona e li sistemano nel furgone.

Quando Laurenzia, che rientrando da Via Ramazzini ha già fatto tappa da una signora che vive in una macchina su Via Trionfale arriva, è ora di cena e prima che i pasti si freddino si parte.

Una telefonata e si parte

Si ciao, volevo aprire il servizio per il quindicesimo municipio, ci stiamo muovendo ora” – annuncia Laurenzia al telefono al collega della Sala Operativa Centrale e ripeterà la stessa telefonata anche al rientro. Piero si mette alla guida, il clima all’interno del mezzo è goliardico, si respira la giusta energia per affrontare il servizio, traspare lo stesso entusiasmo di quando si incontrano persone care, amici speciali.

E così è, perché il team della Croce Rossa con il quale viaggiamo conosce tutte le persone che incontreremo stasera, le chiama per nome, o per soprannome, conosce le loro storie, il loro trascorso, sa cosa mangiano o cosa non possono mangiare, da dove vengono, che numero di scarpe portano; conosce le loro giornate, dove dormono, dove si lavano, chi li assiste.

Gli invisibili e la rete di assistenza

Dalle condizioni in cui vivono la maggior parte dei senza fissa dimora che incontreremo stasera saremmo portati a pensare che nessuno si interessi a loro e in alcuni casi purtroppo è così.

Sono “gli invisibili”, ci sono ma non si vedono, eppure in tanti sanno dove sono e come vivono; sembra che nessuna chance sia loro concessa, che l’unica soluzione sia ignorarli.

Altre volte invece – la maggior parte di queste – non è così: dietro queste persone c’è una rete di assistenza solida e ben organizzata: Croce Rossa Italiana, Caritas, Sant’Egidio, Assistenti Sociali, Associazioni di Volontariato, Parrocchie, Istituzioni locali; ognuno fa la sua parte in maniera coordinata con gli altri contribuendo a migliorare le condizioni di vita di persone che, in alcuni casi purtroppo, rifiutano aiuti concreti anche quando questi sono possibili.

La prima tappa del nostro viaggio tra i più deboli è davvero vicina al punto di partenza, poche centinaia di metri percorsi e ci fermiamo da una coppia che vive in un furgone in un parcheggio di un supermercato; gli lasciamo un bicchiere di thè caldo e una coperta pesante, è tornato il freddo. La moglie ci saluta timidamente tirando verso di sé il portellone del furgone; la notte arriva prima per chi una casa non ce l’ha.

Basta un colpo di clacson e un sorriso

Imbocchiamo Via Formellese, e da lì la Cassia Bis. Arriviamo a Prima Porta, è lì che stasera incontreremo la maggior parte dei senzatetto. Ci fermiamo per la seconda sosta in Via della Riserva di Livia, Piero suona il clacson, Laurenzia abbassa il finestrino e chiama: “Antonio, ci siete? E’ la Croce Rossa, venite’”.

I nomi che leggerete sono tutti di fantasia, li chiamano “gli invisibili” ma hanno un’identità, sono persone, e visto le condizioni in cui vivono, la loro identità la custodiscono, la proteggono, perché svelarla nella maggior parte dei casi significherebbe perdere la dignità.

Dalla campagna si apre un cancello di ferro da cui compare Antonio con altri due amici, sono tutti rumeni e vivono in una baracca. Ci salutano con il gomito, come si fa ai tempi del Coronavirus, indossano le mascherine; tutti e tre conoscono i volontari Cri, scambiano due chiacchiere anche con noi.

La solidarietà tra poveri

Ci raccontano che vivono in Italia da molti anni, ma che le loro famiglie sono in Romania; che lavorano, e che tutto quello che guadagnano lo spediscono ai figli. Antonio ci spiega che i vicini di casa, quelli con le ville, sono gentili, gli danno le taniche di acqua potabile, poi prende qualche vestito dalla cesta ma senza esagerare.

Portate i vestiti agli altri poveri, tutti ne hanno bisogno, a noi bastano poche cose” – dice provando felice un gilet. Laurenzia gli sorride, forse vorrebbe abbracciarlo ma il Covid -19 non lo permette, così lo guarda e sussurra: “Antonio ricordati che non sei povero perché hai un cuore grande, i poveri veri sono le persone senza cuore.”

Dalla strada buia risale una signora di mezz’età, sorridente ma affaticata, ben vestita; è accompagnata da un cagnolino, abita lì di fronte, in un’altra baracca, si scusa per aver dimenticato la mascherina.

Risaliamo sul pulmino per proseguire il servizio, Antonio e i suoi amici ci salutano da lontano, fino a che le loro sagome tornano “invisibili”.

Sempre a Prima Porta ci fermiamo su un cavalcavia, il solito clacson di Piero avvisa che siamo arrivati; questa volta oltre al richiamo sonoro e poi vocale di Laurenzia, serve anche fare luce con le torce, il ponte è alto, sotto scorre un torrente fangoso, non è facile farsi sentire.

Dopo poco dalle scalette fatte di fango sbucano in fila indiana altri tre uomini, hanno bevuto, hanno difficoltà ad arrampicarsi. Anche loro non chiedono nulla, prendono quello che i volontari gli consegnano.

Uno di loro, il più giovane e anche il più “fumantino”, ci chiede insistentemente di andare ad aiutare un uomo polacco più vecchio di loro che da un mese vive in una macchina non lontano da lì; deve essere operato a una gamba e ha bisogno di aiuto.

Vivere sotto terra tra Prima Porta e Labaro

Sono quasi le undici e ha iniziato a piovere di nuovo; dopo pochi chilometri ci fermiamo. Questa volta Piero non suona il clacson ma ferma il pulmino e spegne il motore. “Qui scendiamo tutti e restiamo sempre uniti. Fate attenzione a dove mettete i piedi e preparatevi perché ci sono i topi” – annuncia Laurenzia sotto la pioggia.

Prendiamo le buste con i pasti, il termos e qualche vestito e ci incamminiamo a piedi tra i cespugli. Un piccolo sentiero ci porta dal “Portoghese”.

Vive sotto un cavalcavia con sua moglie e di portoghese ha solo il soprannome; è un uomo dell’est che ha vissuto in Spagna, in Portogallo non ci è mai arrivato, ma i soprannomi si sa a volte sono strani, proprio come la vita.

Ed è ora che arriva il peggio, sembra assurdo, ma anche in situazioni come quelle di stasera, c’è sempre chi sta peggio dell’altro, quando credi di aver visto tutto, quando pensi che ogni limite possa essere stato raggiunto ecco che arriva qualcosa di ancora peggiore.

Poco più avanti del “Portoghese” vive Caterina con suo marito. Caterina e il marito “sopravvivono”, non vivono; sono malati e dormono sotto i binari della stazione del treno. Sotto, inteso nel sottosuolo, in un cunicolo alto un metro, con una porta fatta di compensato. Eppure fuori, tra i rifiuti, hanno sistemato un tappeto con una poltrona.

Quando Caterina ci vede piagnucola, sembra intimorita, dice che non ha bisogno di nulla; l’ultima volta che il team della Croce Rossa è andata a trovarla ha avuto una crisi epilettica ma non è voluta andare al pronto soccorso, non intende abbandonare quel poco che ha, che non sapremmo definire con nessuna parola.

La vita in una grotta di tufo

E’ difficile allontanarsi da questa donna e da suo marito ma il servizio deve continuare, così in un silenzio spettrale saliamo di nuovo sul pulmino, cambiamo i guanti, disinfettiamo le mani e Piero mette in moto; ci aspettano ancora un paio di tappe tra Prima Porta e Labaro prima di tornare sulla Cassia.

L’ultima sosta in quella zona sarà proprio al centro del quartiere di Labaro dove due amici italiani vivono in roulotte.

Uno di loro, accento romano e sguardo disincantato di chi nella vita ne ha passate davvero tante, si affaccia alla ringhiera del parcheggio e scambia qualche parola con noi; mentre accende una sigaretta ci racconta che deve fare le analisi del sangue e che sta cercando di capire come percepire i buoni spesa e dove utilizzarli.

Sulla strada a un certo punto Piero accosta di nuovo il furgone e Andrea apre il portellone: davanti a noi solo piante dal fusto alto e grotte di tufo. Facciamo pochi metri tra gli arbusti e ci affacciamo nella grotta: “Simone! Simone ci sei?”.

Anche questa volta sembra davvero incredibile che qualcuno possa vivere lì dentro eppure dopo qualche minuto tra rifiuti, topi grandi come gatti e materassi ammassati sbuca Simone.

Ha la pelle del viso bruciata dall’alcol e dalle intemperie, i vestiti luridi, un cappello troppo grande per lui e si muove a fatica. Chiede di Stefano, un infermiere della Croce Rossa che stasera non è nel gruppo. Resta un po’ con noi, mentre Pantera, il suo gatto nero, gli gironzola intorno.

Il servizio sulla Cassia

Ormai è quasi mezzanotte, la stanchezza inizia a farsi sentire anche sulle spalle dei volontari che però non hanno intenzione di mollare; il giro non è ancora terminato, bisogna passare da Giovanni che dorme per strada davanti alla saracinesca di un negozio a Tomba di Nerone e dai ragazzi che sono ospitati sotto i portici di una parrocchia a La Storta.

Sia Giovanni che gli altri vengono aiutati dai parroci e dalla Caritas delle parrocchie sulla Cassia in cui quotidianamente vanno a fare colazione, si fanno una doccia e ripongono qualche vestito negli armadietti a diposizione. Conoscono per nome tutte le persone che ogni giorno li aiutano e li supportano senza farli mai sentire soli, ma anche loro preferiscono restare lì per strada, hanno paura ad andar via.

La stessa paura che si legge negli occhi di uno dei due uomini che hanno trovato un giaciglio nel motore della fontana adiacente alla stazione de La Giustiniana, nel quartiere omonimo.

Sbucano arrampicandosi su una grata, l’aria lì dentro è irrespirabile, da fuori si scorgono i tubi dell’acqua e le grosse manopole che regolavano il getto della fontana ormai non funzionante.

invisibili-stazione-la-giustinianaSono sporchi, uno dei due ha una grossa cicatrice sulla testa, segno di un brutto incidente avvenuto da piccolo in Romania. Parla correttamente italiano, disquisisce di politica, mentre l’altro spaventato chiede che gli venga misurata la pressione perché sente “il cuore battere forte”. Laurenzia lo tranquillizza, lo distrae parlandoci con calma fino a quando non è ora di andare, manca l’ultima tappa.

Una maglietta e un sacco a pelo

Arriviamo alla stazione del treno a La Storta che è quasi l’una; prima delle obliteratrici, per terra tra qualche cicca, dorme Lorenzo in un sacco a pelo. E’ solo, sembra giovanissimo, ha problemi psichici. Ci accoglie con un sorriso assonnato, parla scherzosamente.

Lorenzo è seguito dagli specialisti degli ambulatori Asl di Santa Maria della Pietà a Monte Mario, ci va quasi ogni giorno, ma poi torna lì, a La Storta. Non ha nulla con sé, dice che qualche giorno fa qualcuno gli ha rubato tutto, le coperte e il trolley con i suoi vestiti; ci mostra dei lividi, dice che è stato anche picchiato.

Gli lasciamo la cena, Laurenzia con amore materno raccomanda di comportarsi bene e di non saltare le visite e gli promette di cercare un altro borsone con altri vestiti per lui.

Si torna in sede

Il servizio è terminato, siamo stanchi e infreddoliti, torniamo in sede; Piero apre il cancello e parcheggia il furgone, Laurenzia avvisa la Sede Centrale di Via Ramazzini che siamo rientrati.

I volontari sistemano il furgone e ripongono accuratamente nel magazzino le scatole termiche del cibo e i termos. Sono gli ultimi atti prima di riprendere la strada di casa ma se non fosse che è ora di andare a riposare Laurenzia e gli altri sarebbero pronti a ripartire.

Prima di salutarci chiediamo di poter scattar loro una foto ricordo di questa esperienza che non sarà facile dimenticare, anche per la passione profusa da queste donne e uomini che si spendono per il prossimo.

“Siamo solo un granello di sabbia in un deserto, ma è giusto così, che ognuno faccia nel suo piccolo la sua parte” – ci dice Piero prima di darci la buonanotte.

Ludovica Panzerotto

4 COMMENTI

  1. Scritto bene. Il racconto scorre come in una sequenza. Le grandi testate non si occupano cosí, empaticamente. Giornalismo civico, come Rai 3 : Iannaccone – Che ci faccio qui.
    Continuate!

  2. questo e’ vero giornalismo, complimenti Ludovica!Non e’ facile parlare di queste realta’ scomode,invisibili solo perche’ non le si vuol vedere

  3. Bravissimi tutti della C.R.I. Grazie Ludovica del preciso articolo. Commovente e reale. Non esiste solo la movida.
    Marina

  4. Avete un cuore veramente grande ! Mi sono commossa nel leggere le condizioni drammatiche in cui vivono ” questi invisibili”. Grazie per la generosità che dimostrate

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