Home CRONACA Fleming, militare morto nella caserma dei Lancieri: caso archiviato

Fleming, militare morto nella caserma dei Lancieri: caso archiviato

caserma lancieri

Con un non luogo a procedere e l’archiviazione del procedimento penale nei riguardi di otto fra ufficiali e sottufficiali, si chiude al momento la vicenda di Tony Drago, venticinquenne caporale dell’esercito morto in circostanze dubbie la notte tra il 5 e il 6 luglio 2014 nella caserma dei Lancieri di Montebello di via Flaminia Vecchia, al Fleming.

Il GIP del tribunale di Roma, Angela Gerardi, ha accolto la richiesta di archiviazione presentata dal pubblico ministero Alberto Galanti ritenendo che “gli elementi ad oggi raccolti non possono ritenersi idonei a sostenere l’accusa in giudizio, non essendo stata neppure accertata la esatta dinamica dei fatti che al limite avrebbe potuto fornire indicazioni su eventuali responsabilità concorrenti di natura colposa”.

A distanza di cinque anni dal tragico episodio resta quindi irrisolto il giallo della morte di Tony Drago. Inizialmente era stata adombrata l’ipotesi dei suicidio ma la famiglia non vi aveva mai creduto.

La vicenda

La macabra scoperta all’interno della caserma dei Lancieri avvenne poco prima delle 7 di domenica 6 luglio 2014 quando il corpo del militare fu trovato senza vita poco distante dalla palazzina degli alloggi. Scattato l’allarme, il personale del 118, immediatamente intervenuto, non poté che constatarne la morte.

Nessuno aveva visto, nessuno aveva sentito qualcosa. Il corpo fu trovato al passaggio della prima ispezione del mattino quando una pattuglia di militari effettua la perlustrazione dell’area della caserma per verificare che tutto sia a posto.

E subito si parlò di suicidio, stando alle dichiarazioni ai carabinieri di alcuni commilitoni una possibile storia d’amore travagliata che tormentava il giovane sarebbe stata la causa del gesto. Le conclusioni a cui giunse il PM allora incaricato dell’inchiesta fu quindi quella del suicidio e venne chiesta l’archiviazione del caso.

Stando però alle affermazioni della famiglia i risultati dell’autopsia avevano fatto emergere ferite non compatibili con la caduta come, ad esempio, alcuni segni sulla schiena di Tony o quelli sul collo, non obbligatoriamente dovuti al precipitare da una finestra. Il corpo sarebbe stato poi ritrovato fuori asse rispetto alla finestra da cui si sarebbe lanciato.

Queste considerazioni portarono il GIP Angela Gerardi a ritenere che “le conclusioni cui è pervenuto il pubblico ministero non possano essere condivise” e negando la richiesta di archiviazione richiese ulteriori indagini alla Procura.
Nel corso di queste, il PM indagò otto fra ufficiali e sottufficiali della caserma per concorso colposo in delitto doloso commesso da soggetti per il momento ignoti ritenendoli responsabili della catena di comando e di non aver correttamente vigilato sulla vita nella caserma dei Lancieri. Il sospetto era che il suicidio fosse stato inscenato a seguito di un episodio di nonnismo finito male.

Si arriva così a marzo 2017 quando viene resa nota la perizia dei consulenti della Procura nella quale si arrivava alla conclusione che era impossibile trovare una valutazione univoca sulle modalità di decesso di Tony Drago, anche se si affermava come fosse “al limite delle capacità umane la distanza del corpo rispetto al punto da cui sembrerebbe essere precipitato il Drago” ed evidenziavano inoltre delle anomalie nel corpo di Tony, nonostante l’insieme delle lesioni non risultasse incompatibile “con una precipitazione non indotta”. Nella perizia medica, però, si riconosce la possibilità che Drago fosse stato colpito “alla schiena, poi al capo con un oggetto piatto e largo”.

Insomma, non si escludeva la morte violenta e il non escluderla avvalorava secondo la famiglia il capo di accusa nei riguardi degli otto indagati ritenuti responsabili di non aver vigilato su quanto accadeva in caserma. Ma nonostante ciò, tre mesi dopo da parte del PM veniva chiesta nuovamente l’archiviazione del caso.

L’epilogo

Nella giornata di ieri, dopo diversi rinvii, il GIP ha accettato la richiesta ritenendo che la dinamica dei fatti non è stata accertata in modo esatto e quindi “gli elementi ad oggi raccolti non possono ritenersi idonei a sostenere l’accusa in giudizio” nei riguardi degli otto indagati il cui procedimento penale è stato archiviato.

Nel provvedimento di archiviazione si sottolinea la presenza nelle indagini di “zone d’ombra non investigate e, oramai, di difficile accertamento, stante il tempo trascorso dai fatti”. In sintesi, non viene negata la possibilità che Tony Drago sia stato ucciso, ma si alzano le mani di fronte al fatto che gli elementi raccolti non siano probanti per rinviare a giudizio gli otto indagati.

Immediata la reazione della famiglia del militare, il cui legale, Dario Riccioli, rimprovera al GIP di aver smentito i periti dallo stesso Tribunale nominati.

“Nel corso dell’udienza del 15 marzo 2017, essi hanno chiarito con rigore scientifico, e ogni oltre ragionevole dubbio, che l’unica ricostruzione compatibile con le lesioni riportate da Tony Drago e l’analisi della scena del crimine fosse quella di omicidio (dapprima colpito alla schiena, mentre era obbligato a fare delle flessioni e, successivamente, al capo con un oggetto piatto e largo)” afferma l’avvocato.

Diego De Paolis, un altro dei legali della famiglia, sostiene che l’attuale disposizione di archiviazione non chiude del tutto la vicenda; nel dir ciò si  basa su quanto affermato dal GIP e cioè che qualora nascesse l’esigenza di fare nuove indagini, se il PM lo chiedesse il caso potrebbe essere riaperto.

“Siamo molto amareggiati – afferma infine Valentina Drago, sorella di Tony – ma vogliamo andare avanti per arrivare alla verità”.

Cosa sia realmente accaduto in quella tragica notte tra il 5 e il 6 luglio 2014 nella caserma dei Lancieri di Montebello di via Flaminia Vecchia, al Fleming, è infatti ancora tutto da scoprire.

Edoardo Cafasso

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