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Vincenzo Mollica, l’intervistatore intervistato

vincenzo mollica

Cosa accomuna il cinema italiano con la musica, il fumetto con lo spettacolo e l’arte? Il giornalista e scrittore Vincenzo Mollica, uno dei volti televisivi più noti del giornalismo italiano.

Dopo il liceo classico a Locri, consegue la laurea all’università di Urbino. Appassionato di fumetti e delle canzoni d’autore, collabora con il Radiocorriere tv, la rivista Linus, il Venerdì di Repubblica e il Messaggero. Disegnatore per passione, nel 2006 ha esposto al complesso del Vittoriano le sue opere. Per Radio 2 ha condotto il programma “parole parole, storie di canzoni” grandi interviste agli autori ed interpreti della canzone italiana.

Il 9 marzo 2018 è stato insignito dell’onorificenza di Commendatore Ordine al merito della Repubblica italiana. Tra le riflessioni che fanno da guida al suo lavoro ne citiamo una alla quale è molto legato: “La vita, amico, è l’arte dell’incontro” (Vinicius de Moraes). E noi lo abbiamo incontrato.

Com’è nata la sua passione per il giornalismo?

Fin da quando ero piccolo amavo molto leggere e scrivere. Scrivevo tutto quello che mi succedeva, le mie impressioni. Leggevo tantissimo, giornali e libri che mio padre portava in casa.

Poi vidi un film “10 in amore” con Clark Gable e Doris Day, in cui questo giornalista che si fingeva redattore ordinario in realtà era un caporedattore, quando entrava in redazione con un bellissimo impermeabile e per fare colpo su questa caporedattrice Doris Day, lanciava il suo cappello e centrava sempre l’attaccapanni. Io vedendolo da piccolo mi sono detto ’ che mestiere è questo? Il giornalista. Farò il giornalista!.

1980, parliamo del suo inizio di carriera nella redazione del Tg1

Era come Disneyland per uno che voleva fare il giornalista. C’erano personaggi storici come Nuccio Fava, Lello Bersani e il direttore Emilio Rossi, un vero paladino ed esempio della Rai, il quale assunse me ed Enrico Mentana a due giorni di distanza.

Era un luogo dove vedevo persone che fino a poco prima avevo visto solo in televisione. All’inizio fui mandato alla redazione Esteri, c’era un clima straordinario, era una bellissima Rai.

È recentemente uscito il suo libro “scritto a mano pensato a piedi. Aforismi per la vita di ogni giorno”. Perché un libro sugli aforismi?

Perché da quando sto perdendo la vista per una malattia che si chiama glaucoma, che è anche una citazione letteraria che significa “ladro silente di vista”, non riesco più a scrivere, disegnare, quindi ho pensato di esprimermi attraverso degli aforismi in rima, un’altra mia passione trasmessa dal Corriere dei Piccoli.

All’inizio mettevo questi aforismi accompagnati da immagini su Instagram. L’aforisma che mi somiglia di più contenuto in questo libro, recita così :” Omerico non fui per poesia, ma per mancanza di diottria”. 

Cannes, Venezia, Roma, Los Angeles… tutte manifestazioni che lei ha raccontato e che sono state passerella di stravaganze. Ce ne vuole raccontare qualcuna?

Ho tantissimi ricordi. I più belli sono degli Oscar, la manifestazione cinematografica più importante del mondo. Ho raccontato la vittoria di Benigni, tre Oscar per “La vita è Bella”, ho assistito all’’Oscar alla carriera per Sophia Loren, per Fellini e Antonioni. Il primo anno che andai all’Oscar nel 1989 erano 17 anni che l’Italia non vinceva il premio come miglior film straniero, quell’anno se lo aggiudicò “Nuovo Cinema Paradiso”.

Ma il ricordo più divertente e travolgente è stato con Roberto Benigni. Quando gli fu assegnato l’Oscar come miglior film straniero, m’infilai nel primo padiglione che non era quello dedicato alle interviste per la Tv, Benigni salì sul palco e gridò:” Ah Vincenzone abbiamo vinto!”.

Il ricordo più commovente invece, fu quando Ennio Morricone dedicò l’Oscar alla carriera alla moglie Maria, un momento di grande affetto e tenerezza, come se l’Italia si fosse unita a quella dedica del grande compositore.

A questo aggiungerei un altro momento coinvolgente la premiazione di Federico Fellini che vedendo Giulietta Masina che stava piangendo le disse “Giulietta stop crying“. 

Lei è grande appassionato di musica. Quali sono le colonne sonore della sua vita?

Mina e Celentano sono i due interpreti che amo di più. Tra i cantautori Rino Gaetano, Paolo Conte, De Andrè, Guccini, De Gregori, Battiato, Dalla. Indubbiamente una lunga lista della canzone d’autore, ma il mio preferito in assoluto è Leonard Cohen.

Vasco Rossi invece è l’anima rock di Vincenzo Mollica?

Sono un fan di Vasco Rossi da sempre. Per me è un artista da “fuori concorso“ perché è una cosa particolare come i grandi autori del cinema. Di Vasco mi piace la sua stessa definizione un ”provocautore“.

Lo conosco dal 1984 è un artista straordinario che sa andare direttamente al cuore delle persone che ascoltano le sue canzoni. Scrive in maniera diretta con grande verità e sincerità e questo mi è sempre piaciuto di lui. 

Lei è stato a contatto con diverse forme artistiche che vanno dal cinema di Fellini alla poesia di Alda Merini…

Federico Fellini, Alda Merini e Andrea Camilleri sono le persone che ho sempre intervistato con più amore e piacere. Federico Fellini era la persona più geniale che io abbia mai incontrato. Mi ha regalato la sua amicizia e con lui ho fatto la mia “università personale”, mi ha sorpreso con un motto bellissimo: ”Ricordati Vincenzo, è la curiosità che mi fa svegliare la mattina “. Quella curiosità è la forma di vita più bella e piena di energia.

Alda Merini è stata una grandissima poetessa ed io ho goduto della sua grande amicizia e della sua poesia. Sono uno di quelli che ha avuto il privilegio di scrivere le poesie che lei mi dettava per telefono, perché c’è stato un certo punto della sua vita che non poteva più scrivere. Era come una sinfonia musicale poetica che attraversava la vita e l’anima.

Come tutti sanno lei ha vissuto un periodo in manicomio, anche se non ha mai smesso di suonare il piano e leggere la Divina Commedia, la frase che più la rappresenta e che mi ha colpito è stata “più bella della poesia è stata la mia vita.

Il fumetto, altra sua passione che spazia da Jacovitti a Manara, la definirebbe un’arte rivoluzionaria?

No, la definirei un’arte con pari dignità delle altre. La stessa dignità della pittura, del balletto, della letteratura o del cinema. In Italia abbiamo la brutta abitudine di considerare il fumetto e la canzone come arti minori.

Hugo Pratt una volta nel 1984, facendo uno Speciale su di lui, mi disse “non mettiamo la parola fumetto nel titolo, intitoliamolo Letteratura Disegnata”. Credo che questa definizione rappresenti rappresenti al meglio l’arte del fumetto. 

Nel 1995,  in un numero di Topolino troviamo ‘Vincenzo Paperica’ giornalista chiaramente ispirato a lei. Quanto c’è di Paperica in Mollica?

Tutto! Io sono Vincenzo Paperica, non sono mai stato Vincenzo Mollica. Rinnego la mia identità anzi sulla carta d’identità vorrei che ci fosse la faccia di Vincenzo Paperica. Al punto che ho dato disposizioni a mia moglie Rosa Maria, che quando io morirò, sulla mia tomba voglio la faccia di Vincenzo Paperica con la seguente scritta “Qui giace Vincenzo Paperica che tra gli umani fu Mollica.

Qual è l’intervista che non è riuscito a fare?

A Bob Dylan, perché quando ho cominciato a fare questo mestiere, lui aveva smesso di rilasciare interviste. Sono riuscito a stringergli la mano e questo mi è bastato perché è un grandissimo artista. L’altra è ovviamente Mina con la quale ho avuto il piacere e la fortuna di collaborare per una serie di dvd che raccoglievano la sua storia.

Romeo Difra

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