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    Roma 2118: Ritorno al Futuro

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    Immaginate di trovarvi a bordo di una vecchia e catarrosa FIAT 500, non di un’argentea e splendente DeLorean DMC-12. Sul display, che uno scienziato folle ma geniale ha installato sul cruscotto del veicolo, programmate la data del 14 ottobre 2118. Una volta partiti, fra scossoni e tremori, raggiungete la velocità fatidica di 67 km orari, attivando così il flusso canalizzatore, che vi fa compiere un balzo temporale di un secolo.

    In pochi secondi siete nella Roma del futuro. Come vi immaginate la nostra città fra cent’anni? Noi abbiamo previsto questo scenario…

    I cartelli “attenzione radici affioranti” erano dappertutto, ma erano in pochi quelli rimasti a leggerli. Gli ex cittadini romani – una popolazione ormai ridotta a meno di diecimila unità – vivevano ammassati in tre campi nomadi, allestiti alla meno peggio nei pressi delle zone una volta chiamate Tiberina, Saxa Rubra e Valle Muricana, e si spostavano a piedi o a dorso di mulo.

    All’ingresso dei campi le bacheche erano affollate da facce: le foto degli scomparsi. Centinaia, forse migliaia di persone erano, infatti, sparite nel nulla da un giorno all’altro, ma tutti sapevano che erano state inghiottite dalle voragini che avevano trasformato la città in un reticolo pericolosissimo di grotte carsiche.

    La Ditta che produceva il nastro arancione bucherellato, che circondava in maniera approssimativa le buche e qualsiasi altra cosa, non solo prosperava da decenni ma era l’élite che governava la città con un pugno di ferro che non si curava di rivestire con un guanto di velluto.

    I campi nomadi, formalmente sotto la giurisdizione delle Nazioni Unite, erano di fatto gestiti e controllati dalla Ditta, che operava in regime di monopolio assoluto.
    I nomadi, che da tempo avevano perduto il loro status di cittadini ed erano diventati apolidi, costituivano la forza lavoro della Ditta, che non li retribuiva e li terrorizzava costantemente.

    Se qualcuno si ribellava, finiva in qualche voragine. Se qualcuno osava protestare, finiva in qualche voragine. La gente non parlava e viveva nella paura.
    Le facce all’ingresso dei campi aumentavano, le persone che ci vivevano diminuivano. Ma non troppo rapidamente: nessuno si priva dei propri schiavi, a meno che non sia davvero necessario.

    Alcuni – i più fortunati – erano autorizzati a guidare motoveicoli di piccola cilindrata. Ma potevano farlo solo per consegnare il pranzo o la cena (e le loro infinite varianti) ai familiari e agli amici dei funzionari della Ditta.

    Come gli altri, i rider non avevano diritti, ma ricevevano una misera paga e nutrivano la vaga speranza di diventare liberti. Non liberi, ma schiavi affrancati la cui condizione dipendeva dai capricci del dominus.

    Nel frattempo, mentre accarezzavano la loro illusione di diventare cittadini, i rider rischiavano la vita ad ogni consegna. Non solo perché la città era piena di voragini mal segnalate o perché pochi minuti di ritardo nella consegna dei pasti potevano essere la causa di un’arbitraria condanna a morte, ma anche perché erano continuamente presi di mira dalle pistole dei figli dei padroni, che, incoraggiati dai genitori, consideravano il tiro al bersaglio dei rider un passatempo assai divertente.

    Transitando nei pressi del luogo in cui una volta sorgeva l’ufficio anagrafico di Prima Porta, uno dei rider, scansata una voragine evidente, non si avvide di una buca, più piccola ma altrettanto insidiosa, e vi precipitò dentro.

    La sua discesa verticale gli sembrò infinita ed ebbe, quindi, il tempo di rassegnarsi ad una sorte che sapeva essere inevitabile e toccata a molti altri prima di lui; ma inaspettatamente, alla fine, rimbalzò su una superficie morbida, per poi essere rapidamente afferrato prima che il motorino gli cadesse addosso. Nelle grotte c’era qualcuno…

    La notte era calata sul campo nomadi che sorgeva nella zona una volta chiamata Tiberina.
    Elide Martufoni era in ansia e non lo nascondeva: suo marito non era tornato da una consegna e lei immaginava cosa fosse successo. La sua preoccupazione era aumentata anche dalla circostanza che il motorino era stato pagato solo a metà. Ciò significava che era nei guai con la finanziaria, anch’essa controllata dalla Ditta.

    I suoi vicini la incoraggiarono a prendere un calmante: il giorno successivo bisognava tornare al lavoro e non erano ammessi ritardi e, ancora peggio, assenze.
    Il trasgressore veniva prima messo alla gogna su FingerBook, il social network del Tribunale Unico Capitolino, poi, dopo aver ricevuto almeno venticinque insulti di varia natura, veniva condannato, bendato e accompagnato a camminare senza sosta. Fino a quando finiva in una voragine.

    Il mattino successivo, Elide si presentò puntuale all’appello e, insieme a molte altre persone, venne scortata dalla Gendarmeria della Ditta alla fermata della linea 200, l’unica rimasta operativa in città. Il bus non faceva fermate: dopo un percorso scandito da buche e conseguenti tremori, il mezzo scaricava la manodopera nei campi circostanti, dove gli schiavi raccoglievano pomodori, ruchetta, cicoria e melanzane, a seconda della stagione.

    Nel frattempo, mentre Elide e i suoi sventurati compagni si dedicavano al lavoro, nel sottosuolo fremevano i preparativi per la cerimonia. Augusto Martufoni – il marito di Elide, che era precipitato nella voragine il giorno prima – stava per diventare ufficialmente Sabotatore Scelto dello Stato Libero di Pizzardonia.

    Gli appartenenti allo Stato Libero, dopo che la Ditta li aveva scalzati dalla guida della città cinquant’anni prima, avevano trovato rifugio nelle grotte e lì si erano organizzati in una nuova carboneria, nelle cui fila militavano molte persone che erano state salvate dalle voragini tramite un sistema, purtroppo ancora molto parziale ed approssimativo, di materassi che ne evitavano lo sfracellamento.

    I nuovi arrivati, prima frastornati ed increduli, poi riconoscenti, venivano immediatamente reclutati. Ciò avveniva prima che questi si rilassassero, cambiassero idea e gli venisse in mente che volevano tornare ai campi. Qualcuno ci aveva provato ma era stato strangolato e/o soffocato tramite l’applicazione invasiva su tutto il corpo del nastro giallo e rosso che era il simbolo e la bandiera dello Stato Libero di Pizzardonia.

    La carboneria usava metodi altrettanto spietati di quelli della dittatura: era in corso una guerra e non si poteva andare tanto per il sottile.

    Dopo il giuramento, in cui snocciolò senza sbagliare la ricetta della carbonara e quella della cacio e pepe, Augusto fu condotto in una grotta piena di ufficiali dello Stato Libero. Per le sue capacità di meccanico, lo reputavano già pronto per la sua prima azione: sabotare uno degli autobus della famigerata linea 200.

    Tornato in superficie, con la sacca degli attrezzi a tracolla e una missione rischiosa da portare a termine, Augusto Martufoni scivolò nell’afosa nottata romana come un’anguilla che conosca a menadito il proprio itinerario senza bisogno di vederlo.
    Penetrato senza difficoltà nell’edificio che fungeva da deposito dei bus della famigerata linea 200, in poco più di quaranta minuti svolse il proprio lavoro e rapidamente fece ritorno nel sottosuolo.

    La mattina successiva sua moglie Elide e molte altre persone salirono puntualmente sul bus della manodopera e furono accompagnati a raccogliere melanzane e pomodori.
    Il mezzo, stranamente, funzionava meglio. Le sospensioni limitavano al minimo le scosse e i tremori, il motore suonava come un’orchestra affiatata e il tubo di scappamento non emetteva più la solita fumata grigiastra e nauseabonda. Il mezzo non funzionava meglio, funzionava alla perfezione!

    Una volta tornato nel reticolo di grotte carsiche che era il covo della carboneria, Augusto non aveva perso un attimo di tempo. Non poteva certo permettersi di riposare, nonostante gli inviti in tal senso ricevuti da tre ufficiali entusiasti.

    Munito di un dispositivo portatile, che aveva opportunamente occultato sotto la giacca e che si sarebbe attivato grazie ad uno dei satelliti secondari della Ditta, uscì di nuovo, questa volta da una grotta lontana da occhi potevano diventare indiscreti.
    Una volta fuori, dopo aver scarpinato per il resto della notte attraverso cunicoli angusti e tortuosi, accese il dispositivo, inviò il segnale in codice al satellite e si dispose ad una breve attesa…

    Un minuto dopo, più di quattromila biciclette gialle si mossero all’unisono. Nascoste nel Tevere o imboscate nei quartieri ormai disabitati che un tempo venivano chiamati Labaro, Flaminia e Cassia, le biciclette gialle a guida autonoma gps puntarono sugli obiettivi che il satellite aveva loro assegnato.

    Una volta penetrate nelle molteplici ramificazioni delle grotte, le bici sgonfiarono le gomme e dalle gomme fuoriuscì un gas venefico che uccise tutti i membri dello Stato Libero di Pizzardonia.

    Seduto sulla sponda del Tevere, Augusto Martufoni non sprecò nemmeno una lacrima. Tornò al campo nomadi che sorgeva nella zona una volta chiamata Tiberina ed abbracciò forte sua moglie Elide. La Ditta gli aveva promesso una casa e un posto nella élite che governava la città.

    Mentre Augusto ed Elide camminavano mano nella mano verso un tramonto sfolgorante di abbacinanti riflessi arancioni, il Presidente Supremo della Ditta, assai compiaciuto per il successo della missione, lanciò i dadi. Se fosse uscito il dodici avrebbe, forse, onorato la sua promessa…

    Giovanni Berti

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