Home TOR DI QUINTO Viale Tor di Quinto, sapete perché si chiama così?

Viale Tor di Quinto, sapete perché si chiama così?

viale tor di quinto

Può capitare  che il venerdì sera, quando la Flaminia è intasata dal traffico, chi sosta annoiato in fila su viale Tor di Quinto si chieda l’origine del toponimo; scontata la conclusione. Una qualche torre romana costruita da un tal “Quinto”. In realtà non è proprio cosi e vi spieghiamo perchè.

Il lunghissimo viale che da Ponte Milvio porta alla Via Flaminia ha una ricchissima storia e sebbene negli ultimi anni il volto di questa strada sia cambiato, continua a rimanere un tracciato ricco di fascino.

Anticamente “Ponte Mollo” era proprio l’ultimo avamposto della città eterna; da li in poi solo campagna e qualche casale isolato. Sui vasti campi che costeggiavano il corso del Tevere pascolavano le pecore che rappresentavano il soggetto preferito degli acquerellisti di mezza Europa.

Poco distante dal Ponte Milvio, sui resti di una antica villa romana , fu realizzata dalla famiglia Lazzaroni una abitazione con annessa torre (che non ha nulla a che fare con la Torre di Quinto), oggi restaurata e proprietà dell’ENEL; dalla parte opposta della strada sorge invece un bellissimo edificio industriale destinato ad uffici.

I terreni che costeggiavano la via quasi sicuramente appartenevano al Demanio Militare tant’è che proprio a Tor di Quinto, alla fine dell’800 venne realizzato il Poligono Umberto 1° (tutti i poligoni UITS sorgono su terreni del demanio militare) e, nel 1891,  la celebre sede distaccata della Scuola di Cavalleria di Pinerolo (oggi conosciuta come Ippodromo Militare).

Nel 1910 l’era moderna irruppe a Tor di Quinto con la realizzazione del tracciato ferroviario (in realtà un tramvia) che da Roma portava a Civitacastellana; i binari passavano davanti alla Torretta Valadier e poi imboccavano Viale Lazio (così si chiamava in passato il Viale) dove si trovavano ben due stazioni.

Nel 1950 a Tor di Quinto si insediò anche il Reggimento “Lancieri di Montebello” su terreni sembra di proprietà del Marchese di Roccagiovine (già Ufficiale di Cavalleria) che ne fece dono allo Stato con la clausola che sarebbero rimasti di proprietà dell’Esercito fin quando il reggimento sarebbe rimasto in quella sede; nonostante alcuni tentativi per sloggiarlo (a causa del rumore causato dai mezzi corazzati) il reparto però è ancora là.

Negli anni ’70 la cronaca locale e nazionale cominciò ad interessarsi a Viale Lazio per il gran numero di “lucciole” che la sera lo frequentavano; un fenomeno di costume che si interruppe solo con l’arrivo della caserma dei Carabinieri (forse la cattiva fame di Viale Lazio fu la ragione del cambio di nome).

Tor di Quinto, ecco spiegato il nome

Dopo questa breve carrellata sul passato non resta che spiegare l’origine del toponimo.

Sembra che al tempo di Adriano I (772-795) venne realizzata sulla riva destra del Tevere una torre di avvistamento con lo scopo di osservare sia l’ansa del fiume che la Via Flaminia. La torre permetteva di fare segnalazioni semaforiche in direzione di Ponte Milvio e quindi di dare l’allarme in caso di minaccia.

Il nome “torre di quinto”  fa riferimento alla distanza di 5 miglia dalla Porta Ratumena, una antica e misteriosa porta sotto il Campidoglio da cui aveva origine la Via Flaminia.

Il caso sembra così risolto. Il fatto è che dalla Porta Ratumena, praticata nelle mura capitoline, alla torre di avvistamento la distanza non è di cinque miglia. E allora?

Agostinelli Iorise nel suo libro SPQR sembra aver trovato la risposta: “Sul territorio dell’attuale quartiere fu ritrovato nel 1875, all’interno di quello spazio del territorio assegnato al distaccamento dei Carabinieri a cavallo dal nuovo istaurato Stato Monarchico, un monumentale sepolcro del primo secolo che, a somiglianza di quello più famoso di Cecilia Metella, era tondo a più tamburi e poggiava su di un alto basamento. Questa era la “Torre” posta proprio al “Quinto miglio della via Flaminia” a cui si fece riferimento al fine di donare il nome al quartiere. La solenne struttura parzialmente recuperata fu ricostruita e spostata sulla via Nomentana (vicino Villa Blanc dove è ancora oggi visibile) ad opera dell’archeologo G. Boni e, udite, udite, viene ipotizzato che possa essere un cenotafio postumo dedicato al poeta Publio Ovidio Nasone il quale, proprio sulla collina dove oggi insiste l’area residenziale Fleming, aveva la sua elegante residenza suburbana“.

Nel 1875 infatti l’architetto Boni durante gli scavi archeologici dell’area di Tor di Quinto, vicino al luogo dove oggi sorge il poligono di tiro, scoprì un grande mausoleo costituito da una  base rettangolare in muratura, sormontata da due tamburi; temendo che i frammenti marmorei potessero essere venduti separatamente ne propose l’acquisto al Conte Blanc e ne curò poi la ricostruzione all’interno della villa.

Oggi per effetto delle tante opere i confini della villa sono arretrati e il Mausoleo di Tor di Quinto sorge praticamente a bordo strada. A pensarci bene è proprio curioso che il mausoleo che ha dato il nome a Viale Tor di Quinto sia sulla Via Nomentana. Stranezze della storia.

Francesco Gargaglia

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