Home ARTE E CULTURA Emanuela Giovannini, un palcoscenico in carcere

Emanuela Giovannini, un palcoscenico in carcere

emanuela giovannini

Nata a Roma, cresciuta a Pineta Sacchetti e residente sulla Cassia, Emanuela Giovannini è un’autrice e regista che da vent’anni è impegnata in progetti di teatro sociale ed altre iniziative artistiche. Dopo essersi diplomata al liceo linguistico, si laurea in Discipline dello Spettacolo e frequenta l’Accademia “Silvio D’Amico”, dove studia regia e pedagogia teatrale.

Sposata con l’attore e doppiatore Gino La Monica e mamma di una bambina, nel 2001 fonda l’associazione culturale Adynation, che si occupa di promuovere la drammaturgia contemporanea e garantire la fruizione dell’arte alle fasce più fragili della società, usando il teatro come strumento per fare cultura in contesti di disagio familiare e sociale.

Tenendo presente la lezione di Brecht, Pasolini e Pirandello, che ispirano e guidano i suoi lavori, Emanuela Giovannini non ha l’ansia da palcoscenico, realizza i suoi progetti quando li ritiene necessari e porta le suggestioni del teatro in luoghi come il carcere minorile di Casal del Marmo. Quando non scrive e non dirige fa la dialoghista, firmando gli adattamenti di film e serie tv.

Emanuela, come si trova sulla Cassia?

Ho frequentato questa zona da adolescente quando il sabato pomeriggio, con le amiche, andavo alla discoteca “Magic Fly”. Non dico che avevo un amore a settimana, ma quasi…
Poi ci sono tornata anni dopo, quando mio marito mi ha invitata da lui.

Ci ho messo un po’ a comprendere questa zona e a scoprire tutta la vita che c’è nelle numerose traverse. Devo ringraziare i miei cani, per questo, perché essendo sempre alla ricerca di aree verdi per loro, ho imparato a conoscere i dintorni di casa mia.

Pregi e difetti della zona?

I pregi sono la Valle dell’Insugherata e le tante aree verdi. E anche le scuole, con gli studenti che “colorano” il quartiere. La vicinanza con il raccordo anulare e la tangenziale, poi, ci permettono di raggiungere qualsiasi zona di Roma…traffico permettendo.

Il traffico, la spazzatura e il degrado di certi punti sono i difetti più rilevanti, ma queste caratteristiche non è che siano tipiche solo della Cassia…

Come nascono “Adynation” e le iniziative di teatro sociale?

A 23 anni, per puro caso, ho iniziato a lavorare in carcere e lì ho scoperto che c’erano tante cose da raccontare, tante vite alle quali dar voce e, così, fra uno spettacolo e l’altro, è passato un ventennio e io sono ancora lì. Ogni volta, per ogni nuovo progetto, è una lotta ma poi in scena si compie il miracolo e vale la pena restare.

Nel 2008 abbiamo aperto, in collaborazione con le case-famiglia e i servizi sociali e della giustizia di Roma e del Lazio, l’Officina di Teatro Sociale, grazie alla quale i ragazzi in condizione di disagio sociale e familiare possono gratuitamente svolgere attività artistiche, frequentare corsi di formazione in discipline tecniche dello spettacolo e dar vita ad eventi e spettacoli, spesso coniugandoli con attività di ristorazione.

Non abbiamo una sede e forse non l’avremo mai, ma le attività esistono e, oggi, alcuni ragazzi, che hanno iniziato come fruitori delle attività, sono soci e ricoprono cariche nel consiglio direttivo dell’associazione.

Quanto sono importanti le favole nei suoi progetti?

Sono un punto d’arrivo. All’inizio del mio rapporto con questi ragazzi, loro non avrebbero mai accettato di cimentarsi con le favole: roba da bambini! Oggi, che sanno di potersi fidare di me, si lasciano condurre dove voglio e ci siamo lanciati……

ed è arrivato “Pinocchio Reloaded”…

Sì! L’idea mi è venuta perché loro sono tutti “Pinocchio”, soprattutto quando devono venire alle prove e, invece, si perdono perché nel tragitto incontrano chissà quali gatto e volpe…Il testo ha funzionato benissimo: la commistione fra attori professionisti e “ragazzacci” è stata l’asso nella manica, tutti si sono divertiti e amati moltissimo.

E, poi, Pinocchio è una favola straordinaria, piena di riferimenti alla storia d’Italia di quegli anni che ci fanno comprendere l’Italia di oggi, e in grado di esprimere così bene le difficoltà della crescita e dell’accettazione delle regole.

E “T’Immagini”?

È frutto della necessità! Avevo un progetto di educazione alla legalità da dover sviluppare con alcuni dei ragazzi e degli attori di “Pinocchio Reloaded” e, in base a loro, ho scritto il testo, tenendo la struttura del lavoro precedente sullo sfondo e inserendo ospiti da altre favole. E ha funzionato!

Come autrice e regista ha firmato “La Notte Più Lunga”, in cui unico protagonista era suo marito Gino La Monica…

Quando ho incontrato Gino, avendo a disposizione una delle voci più belle d’Italia e un attore di così grande spessore, ho voluto tentare un esperimento e, così, ho cucito un testo attorno ai monologhi di Pirandello che ho amato di più negli anni della formazione, divertendomi anche a vedere se sapevo scrivere in “pirandellese”…

Perché il pirandellese è una lingua, con una sua punteggiatura e ritmi ben precisi, la cui conoscenza è indispensabile per recitare…

E come è andata?

L’esperimento è riuscito perché nel testo ci sono dei monologhi che sono miei e, a volte, mi hanno chiesto da quale opera li avevo tratti. È stato un bel lavoro: il testo è gustosissimo per un attore, perché non si tratta di un florilegio di pezzi al leggio che raccontano la produzione pirandelliana, ma di un vero e proprio testo.

Il personaggio ha un suo sviluppo coerente, organico e, mentre attraversa alcune opere pirandelliane, porta avanti il suo bel conflitto drammatico, fino a giungere all’agnizione e alla conclusione.

Possibilità di rivederlo in scena?

Non so. A Roma siamo stati presenti in due stagioni di seguito, nel 2014 e nel 2015, e quindi non prevediamo di rifarlo, per ora. Per quanto riguarda l’inserimento nei circuiti italiani, bisognerebbe aprire un capitolo a parte sui problemi della distribuzione degli spettacoli ma…in ogni caso non sarebbe semplice per Gino andare in tournée: ha molto lavoro a Roma e non potrebbe allontanarsi neanche per brevi periodi.

Tornando alle sue iniziative di teatro sociale, vuole raccontarci l’esperienza nel carcere minorile di Casal del Marmo?

Come dicevo prima, lavoro lì da vent’anni. Ci sono entrata un po’ come una kamikaze, non mi rendevo bene conto di dove mi trovavo.

Il teatro portato in un carcere è in grado di seminare il panico! Ci sono tante cose che non si possono fare lì dentro, ci sono norme e regolamenti da rispettare! Pian piano ho imparato a muovermi e, oggi, mediamente fila tutto liscio.

Il lavoro è completamente diverso rispetto alle tradizionali prove perché il gruppo cambia in continuazione, anche da un incontro all’altro, in base alla permanenza dei ragazzi in Istituto, e poi perché all’inizio nessuno di loro vuole lavorare. Bisogna convincerli, pregarli, raggirarli e, poi, se ci prendono gusto, guidarli perché facciano del loro meglio.

Ma possono cambiare idea in ogni momento e allora bisogna motivarli in continuazione, oltre che adularli e sedurli, perché completino il percorso.

E poi?

A un certo punto il laboratorio ingrana e, allora, accadono cose belle. Ad esempio, una volta una ragazza, che era stata scarcerata il giorno prima dello spettacolo, ha chiesto un permesso speciale per rientrare e fare la sua parte.

Oppure, un’altra volta, è uscito un ragazzo che aveva un monologo di Pirandello e si è presentato alle prove il suo compagno di cella, che già sapeva il testo a memoria, perché lo aveva imparato sentendo l’altro mentre lo studiava. Quando il gruppo si è formato, i ragazzi tengono molto all’attività e si impegnano tanto.

E una volta in scena?

Quando vanno in scena i ragazzi sono davvero bravi: sono a loro agio in quello che fanno e lo fanno bene. Gli spettacoli sono godibili e il consenso che ricevono è sincero, mai pietistico. Nelle loro vite avere il consenso degli altri è un evento raro ed è molto bello regalar loro l’occasione di ricevere applausi ed essere apprezzati.

Però…

però se non ho qualcosa che sia davvero “teatro” da mostrare, io non li mando in scena. Non a caso, abbiamo fatto di recente lo spettacolo, a sei anni di distanza dall’ultima volta. In questi anni il teatro, e anche il cinema, è stato presente in Istituto, abbiamo svolto tanti progetti culturali, ma non c’era materiale da mostrare al pubblico e, quindi, ci siamo astenuti.

Progetti per il futuro?

Sto scrivendo un testo sull’amore e su quelli che lo complicano, quando invece l’amore è così facile! Poi, dovrei riprendere in carcere a settembre e, contemporaneamente, inizierò a girare un documentario con i ragazzi dell’area penale esterna. L’argomento non lo rivelo: è una sorpresa!

Giovanni Berti

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