Home ATTUALITÀ Aldo Moro, 40 anni fa la telefonata: “andate in via Caetani”

    Aldo Moro, 40 anni fa la telefonata: “andate in via Caetani”

    aldo moro via caetani

    Esattamente quarant’anni fa, il 9 maggio 1978 la Renault 4 rossa con dentro il corpo esanime di Aldo Moro fu fatta ritrovare dai brigatisti in via Caetani, al centro di Roma, simbolicamente a metà esatta tra via delle Botteghe Oscure, dove sorgeva la sede del Partito Comunista Italiano, e piazza del Gesù, dov’era quella della Democrazia Cristiana. «Adempiamo alle ultime volontà del presidente comunicando alla famiglia dove potrà trovare il corpo dell’onorevole Aldo Moro».

    Si concludeva così la telefonata fatta dal brigatista Valerio Morucci a casa del professor Francesco Tritto, assistente di Moro, alle 12:13 di quella mattina. Poco dopo, forze dell’ordine, ambulanze, esponenti politici, TV, giornalisti e una folla di curiosi accorsero sul posto come richiamati da una misteriosa e centripeta forza cosmica. Era quello il centro dell’universo.

    Le immagini della R4 col bagagliaio aperto fecero il giro del mondo e aprirono le edizioni straordinarie dei TG che risuonarono in contemporanea come un catodico canto di morte all’unisono.

    L’epilogo di un dramma collettivo

    Era l’epilogo di un dramma collettivo che aveva attanagliato l’Italia per quasi due mesi. Dopo 55 giorni di prigionia iniziati con l’eccidio di via Fani il 16 marzo, quando un commando delle Brigate Rosse rapì l’allora presidente DC e uccise i cinque uomini della sua scorta, Mario Moretti e gli altri terroristi decisero che era venuto il momento di eseguire la condanna che il processo – il loro processo – aveva avuto come esito.

    A nulla erano valsi gli appelli al dialogo con i brigatisti da parte dell’opinione pubblica; a nulla erano valse le preghiere della famiglia dello statista, del Papa, di Moro stesso; a nulla erano valse le sue lettere scritte dal “carcere” di via Montalcini in cui implorava i suoi compagni di partito di avviare una trattativa per liberarlo; così come a nulla erano valsi i tentativi da parte dei brigatisti di trovare fino all’ultimo un’alternativa all’esecuzione, un riconoscimento politico da parte dello stesso Stato che avevano messo sotto attacco che sarebbe potuto venire anche dalla liberazione da parte del governo di detenuti affiliati alla formazione armata.

    ALDO MORO APPELLOE invece il fronte della fermezza in quella DC dominus incontrastata delle vicende politiche non solo non si ruppe, ma non vacillò neppure.

    Aldo Moro scontava la sua “colpa” ma pagava per tutti. Era lui quello segregato ma sotto accusa era tutta la DC e tutto il pentapartito e l’arco costituzionale, con il PCI correo del compromesso storico.

    3,24 mq d’incomunicabilità

    Per settimane Moro aveva vissuto nello spazio angusto di un’intercapedine ricavata tra il muro del salone dell’appartamento in zona Portuense e una finta libreria installata nella stessa stanza dai brigatisti al fine di non destare il sospetto da parte di eventuali visitatori.

    Era stato all’oscuro di tutto quanto avvenisse fuori, l’unico tramite col mondo esterno fu Mario Moretti, membro del direttivo e capo della colonna romana delle BR nonché del commando assassino, che gli portava – opportunamente incappucciato – il pranzo e la cena su un vassoio e la sera lo “interrogava”.

    I dialoghi tra i due inizialmente venivano incisi su nastro ma quando i brigatisti capirono che il loro alfabeto e quello del presidente DC non avevano neanche un segno in comune la pratica fu abbandonata. I linguaggi e le ottiche delle due controparti erano su piani diversi. I loro percorsi lessicali e concettuali divergevano ed erano destinati a non incontrarsi mai.

    Aldo Moro, per attitudine e propensione, parlava politichese anche con i suoi rapitori, accennava a retroscena (come nel caso di Gladio) che loro non capivano. I meccanismi intrinseci alle dinamiche politiche erano incomprensibili per loro. Che cosa stava dicendo quell’uomo al quale fin dal suo arrivo nel “carcere del popolo” avevano fatto svestire i panni istituzionali e fatto indossare una tuta? Lui, dialetticamente, voleva portarli su un terreno che conosceva bene e che – pensava – lo avrebbe posto in una condizione di vantaggio nei loro confronti. Quando i brigatisti ne presero atto lasciarono perdere gli interrogatori poichè era un dialogo tra sordi.

    Tra loro si alzò un muro d’incomunicabilità che da lì in poi fu rotto solo per discutere gli effetti pratici della sua prigionia o commentare le notizie e gli sviluppi nel dibattito pubblico della questione.

    Quella “cella” divenne la sua tomba ancor prima del bagagliaio della R4, un limbo al contrario, l’anticamera per l’inferno. Era larga 3,24 mq e ospitava una brandina, un water chimico e una piccola scrivania.

    ALDO MORO 3,24 MQPer chi vuole farsene un’idea, l’ambiente è ricreato perfettamente nell’opera di Francesco Arena (nato proprio nel 1978), che ha per titolo la stessa metratura, in mostra al MAXXI per la rassegna “55 giorni di Aldo Moro” (ingresso libero) fino all’11 maggio. L’arte contemporanea che incontra la storia. E’ possibile anche osservarne l’interno dallo spioncino della porta, esattamente come facevano i brigatisti.

    Non siamo alle giostre, ma sentirvi per un attimo Moretti, Maccari, Gallinari o la Braghetti vi desterà un brivido d’inquietudine lungo la schiena, anche solo per dire: io Moro lo avrei liberato. Come in “Buongiorno, notte” di Marco Bellocchio.

    Valerio Di Marco

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