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Gabriele Orsi, come volare con “ali di piombo”

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Ventisei anni non ancora compiuti, figlio dell’ex portiere della Lazio Fernando Orsi, nato, cresciuto e tuttora residente a Collina Fleming, laureato in lettere classiche e studioso di filologia moderna, Gabriele Orsi, con cui abbiamo scambiato quattro chiacchiere, è un giovane e brillante scrittore che ha pubblicato di recente il suo primo libro.

“Ali di Piombo” (Armando Curcio Editore) è un romanzo che, tenendo sullo sfondo una Roma mondana e distratta, affronta con attenzione ed ironia alcune tematiche delicate ed importanti.

Mattia, il protagonista, è un giovane universitario con poca voglia di studiare e una manciata di desideri confusi o dei quali è appena consapevole.

Le sporadiche sortite all’università e gli amici, le sbronze e i rapporti con le ragazze: tutto sommato la vita di Mattia sembra procedere senza troppi sussulti, fino a quando non viene pestato e, di conseguenza, conosce Lara, una ragazza enigmatica affetta da disturbi alimentari…

Le paure di una generazione in bilico fra l’adolescenza e il mondo degli adulti, l’amore e la scoperta dell’altro, il rapporto con la malattia e un percorso di crescita tanto solitario quanto doloroso: sono questi gli argomenti sui quali Gabriele Orsi si/ci interroga nelle 350 pagine del suo bel romanzo d’esordio. Ne abbiamo parlato con lui.

Chiacchierando con Gabriele Orsi

Gabriele, come nasce la tua passione per la scrittura?
Diciamo che è una diretta conseguenza dei miei studi umanistici e, comunque, sono un amante della lettura. Leggo soprattutto i grandi della letteratura mondiale non solo per piacere, ma anche perché è dai migliori che si impara.

Quanto c’è della tua personalità nel carattere del protagonista?
Il personaggio di Mattia è molto diverso da me: lui è un amante della vita notturna, del divertimento sfrenato e di ogni genere di eccesso. Anche io amo stare all’aperto, farmi delle lunghe passeggiate tra le rovine di Roma, ma in generale sono molto più tranquillo, un tipo da tavolino e amaro ghiacciato, meglio se in compagnia.

Peraltro, niente si crea dal nulla: un appoggio al reale è inevitabile, specialmente se si sceglie di raccontare frammenti di vita vera.

Quindi, sì, molti dei luoghi e dei locali che ho descritto li ho frequentati per davvero, soprattutto a Ponte Milvio, e persino i personaggi – sia maschili che femminili – sono molto vicini a persone che conosco. Poi la fantasia ha fatto il resto.

Dolore, delusioni e amore: sono i giovani che enfatizzano queste emozioni o gli adulti che le minimizzano troppo?
Alla nostra età è giusto essere un po’ presuntuosi, ingenui, e (perché no?) credere nell’immortalità! Le emozioni, in questa fase della vita, sono un fiume in piena: contenerle è difficile, enfatizzarle ci fa sentire unici e invincibili.

Tutto sta nel modo in cui viene gestita questa anarchia di sensazioni: non credo esista una via giusta o una sbagliata.

Il bello di essere giovani è proprio questo: sperimentare e toccare con mano, prendere confidenza con quello che ci circonda. Qui intervengono gli adulti, che hanno il compito di tenerci per mano e non farci mai perdere la speranza nella potenza delle emozioni.

Credo molto nel connubio fra tradizione e innovazione, tra genitori e figli, anche se progresso non sempre significa evoluzione: “Ali di piombo” cerca di mostrare anche questo, il difficile rapporto tra due generazioni distanti ma indissolubilmente legate tra loro.

Delinei molto bene la personalità di una ragazza affetta da disturbi alimentari: sei bravo nella ricerca o hai osservato qualcuno da vicino?
L’anoressia è un problema enorme, soprattutto tra le ragazze più giovani. Basta guardarsi attorno per accorgersene.

Ho avuto una persona a me molto cara che ha sofferto di questo disturbo: ho fatto tutto quello che era nelle mie facoltà per darle una mano.

L’osservazione di una così drammatica affezione mi ha spinto a fare qualcosa in più e così ho iniziato a documentarmi, a studiare l’anoressia. Così è nata Lara. Quello che ho scoperto, a parte la tragedia di coloro che ne soffrono, è che ogni caso di anoressia è un caso a sé.

Esistono linee comuni, sintomi più o meno pronunciati, ma il dramma di una ragazza anoressica è proprio questo: l’imprevedibilità di ogni singolo caso.

Va detto, però, che “Ali di piombo” non è un trattato medico sull’anoressia: a parlarne in prima persona è, anzi, il protagonista Mattia, che ci si approccia senza possederne alcuna conoscenza scientifica.

Una provocazione: perché 350 pagine? Non ti sembrano troppe?
La mia mano si muoveva che era una meraviglia tra i tasti della tastiera! Scrivevo – e scrivo – innanzitutto per me: è una cosa che mi rende estremamente felice. Avrei desiderato che il romanzo non finisse mai.

Ero entrato dentro i personaggi, avevo imparato a gestirli. Ma il punto finale andava messo, è ovvio. Credo però che un romanzo non debba essere giudicato dal numero di pagine: io stesso ho desiderato di non chiudere certi libri.

E il prossimo progetto?
Mi sto dedicando a dei racconti, che spero di raccogliere entro la fine dell’anno. Credo di avere pronto anche il titolo: “Due fenicotteri rosa allo specchio”.

Giovanni Berti

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