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Resilienza: la risposta di Prima Porta al rischio idrogeologico

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foto di repertorio

C’è una lunga storia dietro le criticità urbanistiche e territoriali di Prima Porta, un elenco di alluvioni e nubifragi su cui è possibile intervenire tramite un unico fattore di ripresa: la resilienza.

È questo il filo conduttore che nella giornata di martedì 31 gennaio ha guidato la discussione nell’ambito dell’incontro dal titolo “Prima Porta tra fragilità e idraulica e valori ambientali” tenutosi nel circolo PD locale alla presenza di tanti cittadini.

A tre anni di distanza dal 31 gennaio 2014, quando avvenne l’ultima alluvione – tragico evento che mise in ginocchio residenti e commercianti di Prima Porta – si è tenuto appunto questo incontro volto a chiarire il futuro piano d’azione sulla marana, area paludosa che da decenni genera gioie e tormenti nella periferia di Roma Nord.

Prima Porta punta allo sviluppo resiliente

Con “resilienza” s’intende genericamente la capacità di un sistema di adattarsi al cambiamento subito; nel caso di Prima Porta, come l’area sia in grado di assorbire e reagire ai problemi.

Parlando però di una zona paludosa, il fattore “resilienza” merita un discorso a sé che Simone Ombuen, Professore di Urbanistica presso il Dipartimento di Architettura dell’Università di Roma Tre, nonché promotore della Carta delle vulnerabilità climatiche di Roma, ha illustrato ai presenti.

Ogni territorio è sottoposto a criteri di resilienza e sensibilità: per Prima Porta l’assorbimento delle acque sarebbe possibile grazie ad una maggiore presenza di aree verdi, mentre la sensibilità è strettamente legata alla densità demografica sul territorio”, ha affermato Ombuen durante l’evento. C’è da fare però un lungo passo indietro, ripercorrendo la storia del quartiere.
Fino al 1890 Prima Porta era un’area disabitata pubblica, caratterizzata da dei pantani che ne impedivano la vivibilità. Ma è a partire dal 1977 che è possibile invece notare un’intensa attività di edificazione”.

Ma com’è possibile? – interviene un residente – noi abbiamo acquistato il terreno con un rogito notarile prima di costruirci sopra!”.
L’impasse si trova nelle pratiche di condono edilizio non portate a termine. Alcune aree prevedevano infatti una demolizione ed una successiva ricostruzione dell’area di Prima Porta, restituendo l’area ai privati, ma solo una parte ristretta del quartiere fu invece sottoposta agli interventi.

In parole povere, a dispetto della natura di Prima Porta prevalse la crescita disordinata dell’edilizia e l’abusivismo, ignorando la conformazione del terreno su cui oggi poggiano le fondamenta. La situazione si è fatta poi evidente con la prima, irrefrenabile, alluvione del 1965, a cui ne sono seguite molte altre.

Un quartiere in perenne stato di crisi

Come ha ricordato anche Daniele Torquati, consigliere PD al XV Municipio ma all’epoca dei fatti presidente dello stesso, “nell’arco di un anno le precipitazioni raggiungono una media di circa 800 mm di altezza. Il 31 gennaio 2014 a Prima Porta ne scesero 170 mm solo in 4 ore, collezionando 27 frane sul territorio municipale e dovendo barcamenarci con un piano d’evacuazione antiquato, pensato su Labaro anziché su Prima Porta”. Un piano d’emergenza che, tra l’altro, segnalava l’evacuazione tramite via Dalmine, che però risulta chiusa da anni.

Questo dato conferma tutt’oggi la mancanza di una preparazione necessaria a fronteggiare stati di crisi ed alluvionali a Prima Porta, una realtà che però non esita a ripresentarsi in inverno e durante la stagione delle piogge.
Abbiamo portato all’Ordine del giorno della Commissione Bilancio la richiesta di un’erogazione fondi per il dissesto idrogeologico. Risultato? Bocciata”, ha risposto così Giulio Pelonzi, Consigliere comunale della Commissione urbanistica di Roma.

Cosa è stato fatto fino ora, cosa c’è da fare

La cattiva notizia – sostiene Ombuen – è che per quanto s’intervenga su Prima Porta, non si riuscirà a salvare la borgata. Si possono certo dilatare i tempi d’intervento, ma serve una nuova strategia, perché l’attuale sistema idraulico non è efficiente”.

Basti pensare che, nel sottosuolo del quartiere, alcuni tratti fognari sono FI 8oo e sfociano in tubature di altre dimensioni e più strette. Senza contare che la raccolta delle acque piovane chiare e scure non è differenziata. Sono serviti a poco lo sbloccamento dei fondi dal patto di stabilità del 2008, il potenziamento delle idrovore di via Procaccini e la periodica richiesta di fondi del XV Municipio alla Regione Lazio.

Giunti a questo punto, sono tre le soluzioni a cui può ricorrere Prima Porta: rifare l’intero impianto fognario del quartiere, con il dubbio che comunque possano insorgere lo stesso dei problemi; realizzare degli interventi a monte per ridurre l’apporto idrico durante le alluvioni (ad esempio con la creazione di boschi); lo spostamento delle attività commerciali e delle residenze o, congiuntamente, tutte e tre le tipologie d’intervento.

Il primo passo, sicuramente, è coinvolgere la popolazione ed i residenti creando consapevolezza.
Dobbiamo farci carico delle nostre responsabilità e ammettere di aver costruito dove non potevamo, ora la natura ci chiama a fare i conti – sostiene Alessandra Bonfanti, portavoce di Legambiente Lazio – la Marana non rappresenta un ostacolo alla vita del quartiere, ma un’opportunità”.

Come? Rendendola pedonabile per esempio, sottoponendola ad interventi di decoro e concependola come parte integrante della comunità. “Viviamo a ridosso di una costola del Tevere, ma non possiamo accedervi”, afferma Bonfanti.

Anche il Presidente del Parco di Veio, Giacomo Sandri, concorda sul percorrere il sentiero meno battuto.
Non è nemmeno concepibile pulire l’alveo del fiume, significherebbe facilitare la furia del corso d’acqua durante i nubifragi”.

Se la natura chiama, qualcuno deve rispondere. E che si tratti del Comune di Roma, del XV Municipio, della Regione o dell’Acea, con cui il Comune ha attualmente un contenzioso di 1.200 euro sul potenziamento delle idrovore di via Procaccini, bisognerà farlo al più presto. Prima che sia la Marana a pretenderlo.

Barbara Polidori

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3 COMMENTI

  1. La prima cosa che si può fare è costruire una nuova scuola a monte di Valle muricana, trasferendoci quella di via Concesio. Il 70% dei bambini vengono da su. Ne gioverebbe anche il traffico

  2. Mi sembra che nel suo insieme molte delle considerazioni svolte siano del tutto fondate. Tra queste, che ai più potrebbe sembrare la più illogica e che invece non lo è affatto riguarda la pulizia dell’alveo dalla vegetazione; molto spesso i residenti del luogo hanno visto nella scarsa manutenzione dell’alveo il problema principale legato agli allagamenti. In realtà questo è solo in minima parte vero. Più precisamente andrebbe detto che il pericolo non è dato tanto dalla “normale vegetazione” ( che serve anzi a rallentare la furia delle acque e l’effetto bomba a valle) quanto dalla crescita negli anni di veri e propri alberi con fusto; questi ultimi, insieme alla presenza di ponti con scarsa luce, rischiano di occludere il decorso delle acque e facilitare l’esondazione delle marrane. Si pensi ai piccoli ponti in via della Giustiniana angolo via S. Cornelia o a quello, mai citato e preso in considerazione da nessuno, che si trova poco prima del lago di pesca di La Celsa e di fatto fuori uso da sempre. Inoltre negli anni si è alzato di molto il letto della marrana a causa dei sedimenti fangosi, riducendone la portata. è ovvio che la manutenzione non deve riguardare quindi solo l’estirpazione della vegetazione ma anche e soprattutto puntare a ridurre il livello di sedime depositato sul letto della marrana che pare abbia raggiunti quasi i 2 metri ( una minima parte in realtà è bene che rimanga per motivi analoghi a quelli sopra richiamati sul deflusso delle acque). L’unica cosa che mi lascia perplesso invece è quanto dichiarato dal Cons Torquati circa il piano di evacuazione a suo dire “antiquato”. Il piano di emergenza Comunale che include quello specifico sul rischio idraulico per Prima Porta Labaro, risale al 2006 e indica con precisione le aree di prima accoglienza e quelle di ammassamento per la popolazione con la chiara indicazione delle vie da percorrere anche per i mezzi di soccorso. Potrei sbagliare ma non mi sembra che via Dalmine si citata e comunque non è certo la sola opzione prevista per raggiungere le “Aree di Attesa” di via della Riserva di Livia, Largo Borghi, Villa di Livia etc. Comunque complimenti per l’iniziativa agli organizzatori e partecipanti.

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