Home TEMPO LIBERO Olimpico, il teatro delle meraviglie di Pellisari

Olimpico, il teatro delle meraviglie di Pellisari

aria

In scena fino a domenica 16 ottobre al Teatro Olimpico, “Aria” (Arie barocche nell’aria) è la nuova, mirabile, creazione di Emiliano Pellisari, uno spettacolo cross-over che marca con un convincente punto esclamativo l’apertura della stagione numero 196 dell’Accademia Filarmonica Romana.

Per tutti i cento minuti (più l’intervallo) della sua durata, questa rappresentazione, in cui si fondono efficacemente danza acrobatica e musica, physical theatre e canto, regala una nuova esistenza, una dimensione “altra” e suggestioni inedite al “teatro delle meraviglie” del barocco italiano.

Questo progetto ambizioso, che Pellisari ci aveva anticipato in questa intervista, ha avuto una gestazione lunga e complicata, che finalmente è approdata alla prima assoluta di giovedì 6 ottobre. Buio in sala, si comincia e si trattiene il fiato.

Bastano solo dieci secondi per mettersi alle spalle le beghe del vivere quotidiano e riempirsi gli occhi d’incanto e meraviglia: la macchina dello stupore dell’artigiano teatrale funziona già a pieno regime, sta già disegnando un mondo e scrivendo le uniche due regole che ne governano il funzionamento.

La prima regola è la cancellazione di una regola, l’abolizione della legge di gravità, marchio di fabbrica della No Gravity Dance Company fin dal 2005. I danzatori e le danzatrici condividono il palco con i due cantanti e sei musicisti della Roma Barocca Ensemble: le arie di Pergolesi, le pagine strumentali e vocali di Vivaldi, il “Trillo del Diavolo” di Tartini accompagnano le evoluzioni degli acrobati, evidenziandone i gesti e la drammatizzazione che ne consegue, i corpi diventano forme, immagini in movimento, suggestioni ipnotiche, illusioni scherzose.

La seconda regola è la fantasia, che deflagra dal palco e travolge gli spettatori con una detonazione poetica e gentile, ma incontrollata. I musicisti e i cantanti entrano nelle coreografie, ne sono il fulcro o l’accompagnamento; la musica, le voci e i movimenti si uniscono e si fondono magicamente, cesellano l’aria, la colorano, ne tracciano i contorni e le sfumature, ne modificano la qualità e la consistenza, rendendola sempre diversa, ora leggera e frizzante, ora salvifica e rivelatrice.

La performance, tanto inusuale quanto accattivante, è impreziosita dalla bellezza delle coreografie (Pellisari insieme a Mariana Porceddu), dall’eleganza dei costumi (Daniela Piazza) e da un disegno luci così cinematografico e maniacale da far pensare a “Barry Lyndon” (sempre Pellisari insieme a Vincenzo Turi).

La mente corre inevitabilmente alla trilogia dantesca, che ha conquistato le platee di mezzo mondo e che era governata dalle medesime regole, ma in “Aria” Pellisari (dopo il passo falso di “Comics”) lancia una nuova sfida, alza l’asticella, volta pagina e scrive un nuovo capitolo del suo personalissimo libro dei sogni.
Tredici quadri coreografici (la potenza e la magnificenza dello “Stabat Mater” su tutti) per dispensare ancora una volta stupore e meraviglia.

Una scommessa nuova, una scommessa vinta.

Giovanni Berti

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