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    È stata l’amante di scrittori e giornalisti

    Mai rapporto fu così intenso e palese...

    È stata l’amante generosa o ingrata di scrittori e poeti, la confidente discreta di registi e sceneggiatori, la compagna fedele di quattro generazioni di giornalisti. Strumento di larghissima diffusione per più di un secolo, ha determinato la creazione e la prosperità di industrie in tutto il mondo e fatto nascere una nuova professione:  è la macchina da scrivere o macchina per scrivere, che dir si voglia.

    Un po’ di storia

    Si ritiene che nel XIX secolo fossero più di cinquanta gli inventori a lavorare – in modo indipendente, più o meno nello stesso periodo e a latitudini differenti – sull’idea che avrebbe portato alla nascita della macchina da scrivere.

    In Italia, dopo “la preziosa stamperia” del conte Fantoni (1802) e il lavoro svolto da Piero Conti (1823), Giuseppe Ravizza brevettò nel 1846 il suo “cembalo scrivano”, un precursore della macchina per scrivere destinato ai non vedenti.

    Furono, però, gli americani, nel 1868, a produrre la prima macchina da scrivere su scala industriale: la mitica Sholes & Glidden, meglio conosciuta come Remington n.1, andò incontro ad un successo commerciale clamoroso (Mark Twain fu tra i primi ad adottarla), che aprì la strada alla diffusione di massa dello strumento e alla nascita della dattilografia, la nuova professione che inizialmente era riservata solo alle donne.

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    Tre generazioni di Olivetti

    Sul finire del 1908 l’ingegner Camillo Olivetti fondò a Ivrea la prima fabbrica italiana di macchine da scrivere: la “Ing. C. Olivetti e Co.” produsse tre anni dopo la M1, la sua prima macchina per scrivere sulla cui italianità ed efficienza, come da manifesto pubblicitario, garantiva il Sommo Poeta in persona.
    Diventando sempre più competitiva di anno in anno, la fabbrica sfornò la M20 e la M40 e, nel 1932, subito dopo il passaggio di consegne dal padre Camillo al figlio Adriano, realizzò la MP1 (Ico), il suo primo modello portatile.

    Sotto la guida illuminata di Adriano Olivetti, che dal 1940 allargò la produzione anche alle calcolatrici e dal 1950 iniziò a commercializzare la mitica Lettera 22, “la fabbrica in mattoni rossi” conobbe un successo sempre crescente, il cui apice venne raggiunto nel 1955 (cinquantamila dipendenti e milioni di esemplari venduti) e consolidato nel 1963 con l’acquisizione dell’americana Underwood sotto la direzione del figlio Roberto.

    Perfezionamenti, veline e declino

    Continuamente perfezionata, resa più sofisticata o portatile, accessoriata con carta carbone, correttori e bianchetto, divenuta elettrica per scrivere più velocemente o silenziosa per non disturbare la quiete degli altri, la macchina da scrivere si affermò ovunque, nelle redazioni dei giornali come negli studi degli scrittori e dei registi, negli uffici come nei teatri di guerra, diventando anche lo strumento con cui il Minculpop del regime fascista, servendosi di carta velina e carta carbone, impartiva le sue disposizioni (le “veline“, appunto) a tutta la stampa.

    Dopo aver lungamente consentito la facilità e l’uniformità della comunicazione, la macchina per scrivere, salvo rarissime eccezioni, è andata in pensione alla fine degli anni ottanta del secolo XX, soppiantata da un’altra rivoluzione, quella del personal computer.

    Il mattino ha l’oro in bocca…

    Premesso che Woody Allen continua a scrivere i suoi film con la sua leggendaria Olympia SM3, non è raro trovare nella produzione cinematografica scene memorabili associate alla macchina da scrivere.

    Pensiamo, per esempio, alla poesia surreale e all’ironia irresistibile di Jerry Lewis, che nel film “Dove vai sono guai!” (“Who’s minding the store?”, 1963) a tempo di musica pigia i tasti e aziona la leva “a capo” di una macchina da scrivere che esiste solo nella sua e nella nostra immaginazione.

    Jerry LewisPoi, mentre nella versione italiana di “Shining” (1980) la Adler di Jack Nicholson produce all’infinito solo la frase “il mattino ha l’oro in bocca“, indice di una follia che sta per esplodere, invece la Royal 10 che compare su “Misery non deve morire” (1990) deve essere usata con estrema attenzione da James Caan, pena le crudeli ritorsioni di Kathy Bates.

    Guardi, la lista è un bene assoluto, la lista è vita: tutto intorno, ai suoi margini, c’è l’abisso“, dice Ben Kingsley in “Schindler’s List” (1993) mentre mostra a Liam Neeson i fogli dattiloscritti con i nomi delle persone che si salveranno dallo sterminio.

    Diversamente simbolica è la macchina da scrivere della quale Dustin Hoffman e Robert Redford (alias Bernstein & Woodward) si servono per comunicare fra loro temendo la presenza di una “cimice”: in questa scena di “Tutti gli uomini del presidente” (1976) la verità silenziosa contenuta in quei caratteri stampati urla contro il muro di menzogne eretto dal potere.

    tutti gli uomini del presidente

    Compagna di vita di scrittori e giornalisti

    A proposito di giornalisti, sicuramente tutti ricordano la celebre foto del 1940 che ritrae un concentratissimo Indro Montanelli, da poco rientrato dalla Finlandia, da dove aveva raccontato l’eroica resistenza di questa piccola nazione contro l’Armata Rossa. Colto da Fedele Toscani (il papà di Oliviero) per i corridoi del Corriere della Sera, il trentenne Montanelli è seduto sopra una pila di libri, è intabarrato fino alle orecchie e porta in testa il cappello, mentre le dita affusolate cercano i tasti della sua inseparabile Olivetti Lettera 22.

    Indro MontanelliOra esposta nella collezione permanente del MOMA di New York, pratica, sobria e di design, questa magnifica macchina portatile ha ospitato anche la prima stesura dell’articolo “Cos’è questo golpe? Io so” di Pier Paolo Pasolini, i romanzi e i reportage di Oriana Fallaci, le mani inquiete di Leonard Cohen e cinque milioni di battute selezionate dalla mente prolifica di Cormac McCarthy.

    Dopo aver scritto il suo primo romanzo (“Post Office”) con una Underwood, Charles Bukowski affidò tutta la sua irriverenza ai tasti e ai meccanismi di una Royal Quiet De Luxe, prima, beninteso, che una donna furibonda gliela scaraventasse per strada.

    Prodotta in Svizzera e (forse) inventata da un italiano, solida, leggera e poco ingombrante, la Hermes Baby è stata la fedelissima compagna di vita e di avventure di Ernest Hemingway e John Steinbeck, mentre “sua sorella”, la Hermes Rocket, condivise con un’Olympia SG3 il prestigioso incarico di raccogliere l’universo immaginifico e visionario di Philip Dick.

    Mentre Agatha Christie affidò ad una Remington Portable No. 2 il delicatissimo compito di imbrogliare e svelare progressivamente le sue trame gialle, Georges Simenon, invece, diede corpo e anima al suo Maigret grazie ad una Royal 10, lo stesso modello che si vede in “Misery non deve morire”.

    La nostra storia, un milione di storie

    Baciata e accarezzata, usurata e maltrattata, guardata con astio o rassegnazione, lasciata sempre nello stesso posto o portata in giro per il mondo, esposta alle intemperie o custodita come una reliquia, la macchina da scrivere è andata in pensione da quasi trent’anni e, in alcuni casi, è diventata un oggetto di antiquariato.

    Tuttavia, considerato che per il suo tramite sono passati eventi bellici, verità rivelate, personaggi indimenticabili, capolavori della cinematografia e romanzi meravigliosi, è come se questo strumento continuasse ancora oggi a raccontarci con umiltà e fierezza un milione di storie, inclusa la nostra e inclusa la sua.

    Giovanni Berti

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