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Oggi, nel ricordo di Giorgio Chinaglia

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Pensare che sono trascorsi già quattro anni dalla sua morte manda in subbuglio perfino i pensieri di chi la Lazio mai l’ha tifata, mai la tiferà. Perché uno come Giorgio Chinaglia, icona d’una lazialità che rischia di smarrirsi per strada, lo si apprezzava pure da nemico in campo, trascinatore d’una squadra portata allo scudetto proprio nel giorno in cui l’Italia diceva “sì” al divorzio, segno di un’epoca che stava cambiando.

Long John, Giorgione, Chinaglione, era atleta vero, cresciuto a pane, povertà e pallone e personaggio schietto pure lontano dai riflettori. Basta ascoltare i racconti di chi ha scavalcato gli “anta” per avere l’immagine nitida di quel che fu l’uomo più amato dai laziali fra aneddoti e mille peripezie vissute con compagni di squadra che gli volevano bene e lo odiavano nella stessa identica maniera, perché segnava tanto, ma faceva pure perdere la calma perfino al più serafico degli amici.

“Andiamo, Chinaglia, andiamo!”, spettacolo portato in scena dai Maritozzi, ha riportato alla luce nelle scorse settimane un po’ di quelle storie, tanto assurde quanto vere. E basta dare un’occhiata alla Rete per raccogliere qua e la informazioni che sembrano dettate dall’incoscienza d’uno scrittore senza remore ma che invece fanno parte della quotidianità d’un tempo che fu.

Quando se ne è andato, quattro anni fa, pareva un incubo per molti, non solo per il popolo biancoceleste. E ancora oggi pare assurdo che Gorgio non sia più fra noi.

Massimiliano Morelli

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