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Quando le BR fecero fuoco a Vigna Clara

br-spara240.jpg29 anni fa, di questi giorni, un attentato delle BR sconvolse la quiete di via della Farnesina. Urla, stridio di gomme, raffiche di P38. Poi il silenzio e due corpi a terra. Da un lato un uomo, ferito. Dall’altro una ragazza, morta. La nostra ricostruzione di quel terribile mattino del 21 febbraio 1986.

Il 21 febbraio 1986 è forse una data minore nella lunghissima cronologia degli anni di piombo, ma pur sempre una pagina triste della nostra storia recente: è il giorno dell’attentato ad Antonio Da Empoli, consulente economico del governo Craxi, che in via della Farnesina viene ferito a colpi di pistola da un commando dell’Unione Comunisti Combattenti, un nuovo gruppo nato da una scissione delle Brigate Rosse.

All’attentato seguirà una sparatoria tra i terroristi e il poliziotto di scorta che culminerà con l’uccisione della brigatista Wilma Monaco, 28 anni, ex-moglie di Gianni Pelosi, un altro brigatista arrestato nel 1985 insieme a Barbara Balzerani, storica componente della colonna romana delle BR.

Fine di un’epoca

Nel 1986 le BR sono quasi al tramonto. Anzi, per come le conoscevamo, non esistono già più. Dopo la ritirata strategica, il declino del collante ideologico e i numerosi arresti dei leader (molti dei quali trasformatisi in “pentiti” tra le mura carcerarie), la formazione terrorista si è scissa in due tronconi, le BR-PCC da una parte e l’UCC dall’altra.

Saranno queste due formazioni a portare avanti le azioni armate nella seconda metà degli anni ottanta, azioni tra le quali spiccano gli attentati al giuslavorista Ezio Tarantelli (BR-PCC, 1985), all’ex-sindaco di Firenze Lando Conti (BR-PCC, 1986) e al generale dell’Aeronautica Licio Giorgieri (UCC, 1987), e la strage di via Prati di Papa (UCC, 1987).

L’ agguato ad Antonio Da Empoli ha come obiettivo quello di tenere a battesimo l’UCC sulla scena del terrorismo italiano.

Il luogo dell’attentato

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Il fatto si consuma in via della Farnesina, una strada tranquilla di Vigna Clara che inizia da via Zandonai e, giù in discesa, arriva fino a Ponte Milvio. In linea d’aria siamo a circa 1,5 km dal punto in cui, nel 1978, Aldo Moro fu rapito dalle BR dopo aver visto trucidare davanti a sé i cinque agenti della sua scorta.

E’ qui, all’altezza del Parco Tassoni e del Parco Atleti Azzurri d’Italia, davanti ad un chiosco di giornali, che il 21 febbraio 1986 si assiste ad una vera e propria scena da far west.

Oggi l’area appare diversa. Interventi di manutenzione stradale, una scalinata che 29 anni fa non c’era, due villette fronte strada elegantemente ristrutturate ne hanno un po’ cambiato la faccia. Anche il gestore dell’edicola non è più lo stesso ma il punto dell’accaduto no, è proprio identico ad allora.

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La cronaca

E’ un venerdì mattina come tanti. Alle nove, Antonio Da Empoli, calabrese, 47 anni, sposato e con un figlio, esce di casa diretto al lavoro, a Palazzo Chigi, dove dal 10 febbraio dirige il dipartimento Affari economici e sociali: un incarico importante, ma “nell’ombra”, e all’ombra di Bettino Craxi.

Le BR però sanno chi è, e lo “attenzionano” già da tempo, quasi certamente da qualche mese.

Come ogni mattina, Da Empoli sale sulla Fiat Regata bianca guidata da un agente di polizia che lo preleva dinanzi la sua abitazione a monte di via della Farnesina per condurlo al lavoro.

E come ogni mattina, Da Empoli chiede all’agente di fermarsi davanti l’edicola che si trova cento metri più a valle perchè vuole comprare i quotidiani.

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Gli studenti della vicina scuola media di via della Maratona sono appena entrati in classe. La situazione sembra calma. Pochi i passanti, qualche anziano col cane all’interno del Parco Tassoni che era meno attrezzato di oggi ma che è sempre stato un punto di ritrovo per i “canari” della zona.

Ma è attorno all’edicola, però, che sono appostati i terroristi.

Due, su una Vespa 125 e su una 50, sono di fronte, sulla viuzza che conduce all’ingresso del parco Atleti Azzurri d’ Italia. Altri due sono dietro il chiosco, ai bordi della stradina che conduce al comprensorio del civico 269.

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Il giornalaio ha appena consegnato i quotidiani a Da Empoli che, mentre si accinge a rientrare nell’auto, viene avvicinato da qualcuno che grida il suo nome e gli punta contro una pistola. E’ un attimo.

Prima che la vittima si renda conto di cosa sta accadendo, due colpi lo hanno già raggiunto, uno alla coscia e uno alla mano destra. “Volevamo solo invalidarlo” diranno poi i brigatisti in una telefonata anonima al centralino della redazione di “Repubblica” a Milano.

Il poliziotto alla guida della Regata capisce subito quello che sta accadendo e agisce con prontezza facendo fare uno scatto in avanti alla macchina e rispondendo al fuoco dei terroristi. Il commando non si aspetta una reazione del genere da parte dell’agente. “Un eroe” diranno poi alcuni testimoni.

La sparatoria è tanto breve quanto violenta. Quindici colpi sparati dall’agente, più di venti dai terroristi.

Wilma Monaco è lì, nel mezzo della sparatoria, e cerca di coprire i compagni. Sotto la casacca viola indossa un gilet antiproiettile. Ha due borse. In una più grande c’è una pistola mitragliatrice tedesca – un residuato bellico che lascia intendere la scarsezza dell’arsenale a disposizione del gruppo – nell’altra una Smith & Wesson 38 special.

La ragazza la impugna e spara tre colpi, poi si volta per fuggire ma improvvisamente barcolla, lascia cadere l’arma, fa un altro passo, e infine crolla a terra: un colpo l’ha raggiunta al fianco, in un punto lasciato scoperto dal gilet antiproiettile.

Anche un altro terrorista rimane ferito (in piazza dei Giuochi Delfici, più tardi, saranno ritrovati dei fazzolettini di carta macchiati di sangue), ma riesce a fuggire insieme al resto del commando.

Intanto, tutto intorno all’edicola è un viavai di gente in preda a crisi di panico. La scena è raccapricciante. Macchie di sangue e vetri infranti sparsi ovunque.

Wilma Monaco è riversa a terra a faccia in giù all’imbocco del vialetto che conduce al Parco Atleti Azzurri d’Italia, accanto alla sua calibro 38.

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Il suo nome si saprà solo nel pomeriggio. Nella sua borsa viene ritrovato un documento di nove pagine con la stella a cinque punte sulla copertina, una copia del quale sarà recapitata più tardi ai giornali con una serie di telefonate anonime a Roma e Milano.

Nel frattempo, Da Empoli viene soccorso e caricato in fretta su un’ambulanza che lo porterà alla clinica Villa San Pietro, sulla Cassia. Le sue ferite non sono gravi, se la caverà con 40 giorni di prognosi.

Destino crudele

Scampato alle BR, però, Da Empoli non riuscirà a sfuggire al destino. Dieci anni più tardi, infatti, morirà all’ospedale di Parma in seguito alle ferite riportate in un incidente stradale avvenuto sulla A1 mentre viaggiava in direzione della Svizzera in compagnia della moglie, che invece si salverà.

Valerio Di Marco

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3 COMMENTI

  1. Sarebbe auspicabile un commento da parte di chi sovente per fatti di scarsa importanza lancia proclami e invoca la vigilanza democratica. Un commento di condanna per il terrorismo rosso e di solidarietà per le forze dell’ordine che pagarono un tributo elevatissimo. O anche questa volta si farà finta di niente?

    • E’ sempre una questione di punti di vista… io sono arrivato all’articolo partendo da un post pubblicato su facebook per un “mi piace” di un amico a un gruppo che adora e inneggia a queste morti, “donne combattenti” morte per un loro ideale e una loro causa… il mondo è brutto perchè è vario

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