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Labaro-Prima Porta: da borgata a quartiere, da quartiere a comunità

cartellolabaro240.jpg“La storia, e tante storie, vengono scritte per avere una origine per capire la propria origine e dare valore alla terra in cui si è nati e si vive. Per questo ritengo di enorme valore ricostruire, attraverso la memoria degli alcuni anziani, la storia del XV Municipio e della lotta delle borgate per diventare quartieri” Così scrive in una nota Vincenzo Pira, coordinatore del PD nel XV Municipio.

“Sono state definite borgate quegli insediamenti urbanistici di edilizia popolare realizzati a Roma dal 1924 al 1937 in quelle che allora erano le zone dell’Agro Romano, lontane dal centro abitato della Capitale. Rispetto ai borghetti e alle borgate spontanee, quelle ufficiali furono espressamente pianificate dal Governatorato di Roma allo scopo di trasferirvi i residenti delle vecchie case del Centro Storico, oggetto di sventramenti e ristrutturazioni per permettere la costruzione di vie più ampie quali Corso Rinascimento o via della Conciliazione.

La nuova situazione sociale venutasi a creare dopo la guerra impose anche una revisione politica sull’uso delle borgate, anche se vi furono alcuni residuali trasferimenti di persone (più che altro dovuti alla necessità di sfollare palazzi dichiarati pericolanti o inagibili) fino al 1950. Furono realizzate a Roma 12 borgate ufficiali, tutte esterne al Piano regolatore generale del 1931, sulle direttrici di traffico verso l’esterno della città : Primavalle, Val Melaina, Tufello, San Basilio, Pietralata, Tiburtino III, Prenestina, Quarticciolo, Gordiani, Tor Marancia, Trullo, Acilia.

Accanto alle borgate ufficiali, ne sorsero anche di abusive, il cui proliferare andò avanti fino ai primi anni settanta, finché, con l’adozione dei nuovi Piani di Edilizia Economica e Popolare, si riuscì a dare alloggio anche agli occupanti di tali insediamenti, perfino più precari di quelli ufficiali, in quanto mancanti di servizi basilari come acqua corrente, allacci fognari ed energia elettrica.

Come in un film ritorniamo al 1930 e proviamo a descrivere la situazione di Labaro / Prima Porta.

Sulla via Flaminia, lungo il corso del Tevere, sono presenti a via Rubra villini di ricchi romani immerse nel verde, in un paesaggio molto bello e valorizzato fin dai tempi di Augusto (Villa di Livia, mausoleo di La Celsa). Sparsi nella campagna alcuni casali agricoli, tra i quali emerge, in questo periodo, un insediamento denominato “Tenuta Cartoni” dove lavoravano circa 200 persone. È il primo insediamento consistente di Labaro.

Per avere un altro forte insediamento arriviamo agli ’40 con la costruzione in zona della industria delle fornaci, che per la lavorazione dei laterizi utilizza l’abbondante terra argillosa e l’acqua del Tevere. I fornaciai si stabiliscono definitivamente nelle colline di Labaro costruendo gradualmente loro stessi abitazioni di fortuna, senza alcun piano urbanistico.

Si ha un forte aumento della popolazione dell’insediamento alla fine della seconda guerra mondiale, quando centinaia di abruzzesi, marcheggiani, ciociari e abitanti delle campagne laziali affluiscono a Labaro e ancora di più a Prima Porta, che già si presentava come borgata consolidata.

La ricostruzione e lo sviluppo dell’edilizia a Roma ha portato a un aumento dell’immigrazione di manovali e muratori provenienti dal sud dell’ Italia che affluirono a Labaro.

Una ulteriore crescita avviene negli anni ’50 con la costruzione sul Tevere della diga di Castel Giubileo, ad opera della Società Idroelettrica Tevere e poi passata all’ENEL a cui lavorarono anche operai provenienti dall’Umbria.

Per necessità furono costretti a diventare abusivi acquistando, fuori dal piano regolatore e fuori legge da alcuni grossi proprietari un piccolo lotto di terreno per costruirsi da soli e gradualmente un alloggio. Da qui l’aumento della borgata con tante abitazioni abusive. Abusivismo di necessità.

Borgate dimenticate per tanti anni dai politici e dalla pubblica amministrazione. Assenza totale dei servizi fondamentali. Fino alla fine degli anni ’70 ancora nella stampa locale si descrive la borgata di Labaro e Prima Porta come luogo di abbandono.

” La gente è costretta a rifornirsi all’unica fontana esistente nell’arco di due chilometri o a bere l’acqua dai pozzi che spesso si mischia a liquami di pozzi neri improvvisati e scavati troppo vicini ai primi. Non esistono nemmeno le fognature tranne che in un tratto di via Dal mine e dove la buona volontà degli abitanti non ha sopperito al bisogno con fosse biologiche si assiste allo scorrere delle acque luride nel prato dove giocano i bambini” (C. Di Pace in L’Occhio – 17 ottobre 1979)

Dagli anni ’60 ad oggi l’attività edilizia a Labaro e a prima Porta è continuata considerevolmente. Intorno ai nuclei di Prima Porta e Labaro si è sviluppata l’iniziativa abusiva tipica dell’area romana.

Le borgate di nuova formazione come Santa Cornelia e Via di Valle Muricana costituiscono un ambito di espansione edilizia molto aderente alla realtà romana ed in continuo crescita.

“Le zone dei “borgatari”, luoghi di povertà, piccola delinquenza e degrado, buono per alimentare dal dopoguerra in poi, miriadi di luoghi comuni e di stereotipi, che hanno marchiato per sempre la parola “borgata”. Eppure la parola “borgata” non può essere lasciata ostaggio di un luogo comune, perché tra le sue pieghe, dentro la sua storia, c’è la storia di una città che da bambina e immatura, è cresciuta e si è fatta adulta. Perché la borgata è stata anche il luogo delle dignità conquistate, dell’emancipazione e della lotta, del diritto ad esistere ed essere parte di qualcosa di più grande, la città appunto.

Da borgate a quartieri ” è stato per anni lo slogan dell’Unione Borgate che nella città di Roma, e anche a Labaro e Prima Porta, ha avuto e ha un ruolo importantissimo di emancipazione e di organizzazione delle comunità periferiche nella lotta per i loro diritti.

Attraverso le opere a scomputo l’amministrazione comunale ha permesso ai cittadini di utilizzare gli oneri che dovevano pagare per risanare gli abusi edilizi per realizzare servizi fondamentali per la comunità. Programmandoli e gestendoli direttamente. Un modo efficace per incontrarsi, capirsi, trovare le modalità adeguate per migliorare la vita del territorio, creare comunità.

Tanto si è fatto per migliorare la vita nei nostri territori che non sono più borgate ma quartieri. Ma tanto resta da fare : in tante zone non è cambiato nulla dagli anni ’60. A Sant’Isidoro o in via Tenuta Picirilli ancora oggi mancano le opere di urbanizzazione primaria: fogne, acqua, riscaldamento.

Una nuova immigrazione di disperati, è arrivata non più dalle regioni povere dell’Italia ma dalla Romania, dall’Africa, dalla Siria, dall’America Latina. Si ripropone un nuovo abusivismo di necessità che oggi non può ripetere il percorso dei primi immigrati italiani.

Nuove strade vanno percorse per garantire lo sviluppo equo e sostenibile nel XV° Municipio realizzando nuove progettualità che recuperino il decoro urbano dove non c’è, migliorino la qualità della vita garantendo sicurezza e tranquillità ai cittadini e ricreino legami di solidarietà e appartenenza che permettano di costruire quanto permesso da anni dalla politica : una città policentrica dove non esitano più periferie e comunità escluse dai diritti fondamentali di cittadinanza.

Rifiutare la guerra tra i penultimi e gli ultimi ma insieme costruire comunità, nel rispetto dei diritti di tutti e della legalità. Ma sentendosi parte di una comunità viva. Rimanendo umani.”

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