Home ARTE E CULTURA Immigrant Songs al MAXXI

Immigrant Songs al MAXXI

ledzep.jpgDal 3 al 19 ottobre, al MAXXI, le voci musicali e poetiche degli immigrati nei film di Angelica Mesiti e Malik Nejmi. Due artisti nomadi: una donna e un uomo, occidentale lei non occidentale lui, in viaggio tra l’Europa e il resto del mondo. Due film che raccontano le voci musicali e poetiche degli immigrati, il loro desiderio di bellezza e libertà, le loro radici culturali e le storie esclusive e personali.

E’ la mostra IMMIGRANT SONGS a cura di Hou Hanru e Monia Trombetta che dal 3 al 19 ottobre presenta i film Citizens Band di Angelica Mesiti (artista australiana di origine italiana) e 4160 di Malik Nejmi (artista francese di origine marocchina) .

“L’immigrazione è una delle questioni più urgenti nella nostra società – dice Hou Hanru, Direttore artistico del MAXXI – ed è un fattore cruciale nell’evoluzione del mondo contemporaneo, sia dal punto di vista economico e sociale sia culturale e creativo. Gli immigrati arricchiscono la nostra cultura e sono una forza fondamentale che trasforma la nostra realtà: superando il desiderio dei valori materiali e il consumismo imposto dal “dinamismo” tecnologico, gettano le fondamenta per una nuova civiltà e aprono le nostre menti a una bellezza sconosciuta”.

IMMIGRANT SONGS si propone di rivelare un altro volto dell’immigrazione, più gioioso e lontano dal classico cliché della sofferenza. Le opere Citizens Band e 4160 danno voce alla memoria, all’immaginazione, alla bellezza e alla gioia degli immigrati, attraverso la poesia e l’espressione musicale. I lavori dei due artisti mostrano la vita, i sogni e l’espressività degli immigrati come una forza trainante e in grado di dare nuova identità sociale alle metropoli contemporanee.

Nell’installazione video Citizens Band di Angelica Mesiti (2012) emerge l’interesse dell’artista per la musica che, eseguita da persone emarginate dalla società, diventa un’espressione di resistenza.

Filmando quattro immigrati giunti in Australia e in Francia da paesi diversi che suonano in luoghi pubblici delle città – una ragazza africana che tamburella sull’acqua in una piscina di Parigi come se suonasse dei tamburi africani; un musicista algerino cieco che canta una canzone d’amore del suo paese in un vagone della metropolitana parigina; un musicista di strada mongolo che in una piazza di Sydney intona un’aria delle praterie suonando un violoncello; un tassista africano che fischietta una melodia sudanese nella sua automobile a Brisbane – Mesiti rivela alcuni attimi dei loro sogni in mezzo alle affollate città moderne, collegando i loro ricordi alla nuova realtà in cui vivono. Le loro sono le voci della ricca diversità culturale che caratterizza il nostro tempo.

In 4160, Malik Nejmi (2014) ci conduce in un intimo spazio di dialogo culturale, arricchito dagli interventi musicali originali di Mathieu Gaborit. Il titolo del video fa riferimento al numero che identifica la tomba di sua nonna in un cimitero pubblico, la cui visita rappresenta una sorta di “ritorno alle origini”.

Il film – che entra a far parte della collezione del MAXXI – nasce in occasione della residenza dell’artista con la sua famiglia all’Accademia di Francia a Roma. Partendo da questa base semi-permanente, Nejmi e i suoi familiari hanno viaggiato tra l’Italia e il Marocco alla ricerca dei rapporti tra le diverse generazioni, i luoghi geopolitici e le etnie, instaurando un dialogo tra i corpi e gli oggetti di famiglia. Queste conversazioni non utilizzano gli strumenti narrativi convenzionali ma si svolgono principalmente attraverso i movimenti del corpo, la danza e la performance.

Il titolo della mostra si ispira alla celebre Immigrant Song dei Led Zeppelin. Il collegamento tra i due titoli è intuitivo ma il plurale di “songs” testimonia la varietà delle diversità culturali che convivono nello stesso luogo.
“Con IMMIGRANTS SONGS – conclude Hou Hanru – si celebra la venuta di un nuovo mondo di diversità culturali. Qui le canzoni degli immigrati diventano le voci più importanti da ascoltare. Mettendo in risalto la potenza del suono, della performance e della parola, così come le espressioni immateriali, il museo si trasforma in uno spazio pubblico vero e proprio: aperto, urbano, sociale, politico, multiculturale, transnazionale e globalizzato”.

Visita la nostra pagina di Facebook

LASCIA UN COMMENTO

inserisci il tuo commento
inserisci il tuo nome