Home ATTUALITÀ Auditorium, la magica notte dei Simple Minds

Auditorium, la magica notte dei Simple Minds

simple minds Cavea stracolma e due ore di ottima musica. In centoventi minuti e attraverso ventuno canzoni, i Simple Minds, 37 anni di storia e 60 milioni di dischi venduti, hanno ripercorso la loro lunga carriera, regalando al pubblico romano, fortunatamente graziato dal maltempo, numerosi classici e diverse chicche assortite.

Sono da poco passate le 21 di ieri, quando in una cavea – parterre e tribuna – dove non passerebbe uno spillo si spengono le luci. Mentre il pubblico applaude fragorosamente, i Simple Minds fanno il loro ingresso sul palco in un tripudio di luci colorate e quasi accecanti. Jim Kerr saluta in buon italiano: “buonasera a tutti!” e si parte col botto.

Si comincia, infatti. con le sonorità avvolgenti e rock di Waterfront, il primo singolo estratto da “Sparkle in the Rain”, il sesto album che la band pubblicò esattamente trent’anni fa sotto la supervisione di Steve Lillywhite, il produttore britannico che contribuì in modo determinante a definire il sound degli U2 degli esordi.
Si mettono subito in grande evidenza la magica chitarra di Charlie Burchill, la poderosa batteria di Mel Gaynor e il basso puntuale di Ged Grimes. Il pubblico risponde alla grande.

“Grazie mille! Come state? E’ un piacere tornare a Roma per noi. E’ una bella serata, sarà una bella festa”: l’italiano di Jim Kerr passa da buono a ottimo, prima che arrivi la “Strawberry Fields Forever” dei Simple Minds, ossia Broken Glass Park, uno dei due inediti inclusi nel cofanetto antologico “Celebrate: The Greatest Hits” uscito lo scorso anno.
La canzone, che suona come se fosse stata composta negli anni ottanta, “racconta di quando, da adolescenti, giravamo per il Queen’s Park a Glasgow e di quanto ci divertivamo”.

L’inconfondibile e incalzante linea di sinth di Love Song (“Sons and Fascination”, 1981) sprizza fascinazione elettronica da ogni  singola nota. Sinistra, martellante e molto “danzereccia”, la canzone è impreziosita dalla voce soul della corista Sarah Brown.

L’intensità e la bellezza di Mandela Day (“Street Fighting Years”, 1989) precedono un piacevolissimo trittico tratto da “New Gold Dream” (1982). Le tastiere di Andy Gillespie caratterizzano favolosamente l’esecuzione di Hunter and Hunted, mentre la resa live di Promised You A Miracle e Glittering Prize, pur conservando quelle suggestioni new wave, a metà strada fra dance e elettronica, che le connotavano così precipuamente, è arricchita anche da sonorità decisamente più rockeggianti.

Subito dopo Imagination, un pezzo elettro-dance nuovo di zecca che ha debuttato dal vivo lo scorso giugno e che con ogni probabilità verrà incluso nel nuovo album della band, “Big Music”, in uscita il prossimo ottobre, arriva l’ottima I Travel (“Empires and Dance”, 1980), giusto prima che venga il turno di Dolphins, una ballata sofferta ed evocativa tratta da “Black & White 050505″(2005).

Dopo cinquanta minuti di show tirato, Jim Kerr lascia il palco al resto della band che si sbizzarrisce in una lunga fantasia strumentale. Una poltrona sul palco per la conturbante ed esplosiva Sarah Brown, fisico mozzafiato, tailleur attillatissimo a tinte scozzesi giallo e nero. Arriva la prima cover della serata, ossia Dancing Barefoot, il classico di Patti Smith che l’eccellente corista canta tutta da sola con l’accompagnamento di una base registrata e della chitarra acustica di Charlie Burchill.

Riemerso dalle quinte insieme al resto del gruppo, Jim Kerr annuncia in un italiano sempre ottimo: “questa è l’ultima parte del concerto, vogliamo ballare?” Il pubblico della cavea non se lo fa ripetere due volte: gli spettatori del parterre si affollano tutt’intorno al palco, mentre quelli della tribuna si alzano tutti in piedi.

Arriva – travolgente ed incalzante – la bellissima Let the Day Begin, eccellente cover dei “The Call”, la band californiana con base a Santa Cruz che fu attiva nel ventennio che va dal 1980 al 2000. Durante il pezzo Kerr trova anche il modo di scherzare e, dopo essersi seduto, dice: “minchia, sono stanco…minchia, sono vecchio…minchia, ho fame…ma siamo tutti giovani, no?”. E il suo italiano passa da ottimo a eccellente.

Gli applausi salgono di calore e di intensità per un’altra perla estrapolata da “New Gold Dream”: è un autentico godimento, infatti, ascoltare dal vivo la bellissima Someone Somewhere in Summertime, che precede l’intensa See the Lights (“Real Life”, 1991), prima che Don’t You (Forget About Me) chiuda il set, salvi i bis, qualche minuto dopo le 22.30 in un trionfo di applausi e di cori.

“Grazie a tutti per la serata indimenticabile: buonanotte!”, dice Jim Kerr, che lascia il palco insieme al resto della band nata a Glasgow nel 1977.

Ovviamente non è ancora finita, dopo due minuti i Simple Minds si ripresentano sullo stage: “non vogliamo andare a casa, vogliamo suonare la musica tutta la notte!”. Arriva, quindi, Big Music, il riuscito elettro-pop auto-celebrativo nonché title-track del prossimo album che precede la bellissima New Gold Dream.

La band lascia di nuovo il palco ma vi torna dopo nemmeno un minuto. E’ il gran finale. Let It All Come Down (“Street Fighting Years”, 1989), una ballata delicata e struggente, apre la strada ai fuochi d’artificio (estratti da “Once Upon A Time, 1985) di Alive and Kicking e Sanctify Yourself, che chiudono lo show qualche minuto dopo le 23.

Tutti a ballare, tutti in piedi, tutti a spellarsi le mani: sono sempre un gran bel gruppo, i Simple Minds.
Ammazza se lo sono.

Giovanni Berti

 riproduzione riservata – proprietà EdiWebRoma

 

Visita la nostra pagina di Facebook

LASCIA UN COMMENTO

inserisci il tuo commento
inserisci il tuo nome