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    La mamma è sempre la mamma…

    mammoni

    Viaggio semiserio nella famiglia italiana, fra l’americano a Roma in stile Sordi, frasi, terminologie e sensazioni che fanno parte della nostra storia. Ma a noi, più che “bamboccioni”, piace il termine “mammoni”. Siamo schietti: fra i figli chi rinuncerebbe al più infaticabile dei factotum?

    Una volta erano i mammoni. Poi, nel 2007, grazie all’allora ministro dell’Economia e delle Finanze Tommaso Padoa Schioppa, sono diventati bamboccioni.
    Mammone, bambino o uomo eccessivamente legato alla madre.

    Bamboccione, uomo dal comportamento infantile, che invece di rendersi autonomo continua a stare a casa con i genitori, dai quali spesso si fa mantenere.

    La famiglia in tutto questo è al centro del dilemma: lasciare la casa genitoriale oggi, è quasi impossibile, vista la disoccupazione giovanile che rasenta cifre da capogiro. Ma siamo sicuri che sia solo questo? O, le fatidiche quattro mura familiari restano una comoda alternativa ai sacrifici di una vita autonoma?

    Un americano a Roma

    Ricordate Nando Mericoni? Magistralmente impersonato da Alberto Sordi, rappresenta ancora oggi l’incarnazione del ragazzo scansafatiche e pasticcione, che sogna l’America restando ben attaccato alle sottane di mamma.

    “Un americano a Roma” disegna nel 1954 l’immagine del ragazzo romano che vagheggia l’indipendenza, da conquistare addirittura oltreoceano, ma che la sera torna a casa, offre la mostarda al micio e “inforchetta” i maccheroni che cuore di mamma gli ha lasciato.

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    Già, cuore di mamma. Ma non sarà che, forse, i giovani di oggi scontano le mamme di una volta?

    La mamma è sempre la mamma

    Da sempre, e su tutte, le madri italiane hanno regalato al mondo la visione della mamma iperprotettiva, quella del “mettiti la maglia di lana” e “mangia che ti vedo sciupato”. La genitrice italica ha costantemente anteposto alla sua vita quella dei figli.

    Vestaglia e bigodini in testa, non lesinava ciabatte lanciate a mò di sciabola o giri infiniti intorno a un tavolino, a evitare il ceffone che educava e che comunque arrivava, anche in ritardo e a tradimento.
    Le sue giornate erano scandite dalle necessità dei figli. “Avete mai svegliato una mamma?” chiede pur conoscendo la risposta un divertito Maurizio Battista, comico romano dei giorni nostri, che spesso nei suoi spettacoli ironicamente disserta sulla figura delle donne.

    La mamma è un Highlander, immortale, instancabile. È colei che resta sveglia e aspetta il rientro del figlio la notte, ma è già desta la mattina, cappuccino e fette biscottate sulla tavola, che sennò il pupo esce a stomaco vuoto.

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    È quella che rimbocca le coperte la sera, è quella che tira il maglione dalla finestra, che “er ponentino” romano ti frega in un attimo.

    È lei che permette calzini e pigiami sparsi per casa, che non si lamenta del bagno allagato dopo una doccia, o dell’armadio pieno di fumetti e della libreria ricoperta di vestiti.

    È quella che cresce il suo rampollo, propinandogli costantemente quale ideale di donna la sua clonazione, facendo ben attenzione a sottolineare che mai la troverà. Perché nessuna donna al mondo sarà come la mamma. Mai.

    L’invincibilità d’una madre

    E si che, per contro, nella vita delle donne aleggia costantemente il concetto di mamma invincibile. Sempre presente nell’infanzia, con l’esempio costante della propria che sciorina consigli e moniti su come deve essere una brava madre.
    Poi, con il confronto spietato con l’altra mamma, la suocera, colei che ha partorito e cresciuto il mammone che si sceglie per la vita.

    In questo conflitto tutto al femminile, chi la fa da padrone è lui, il maschio, pronto a tornare alle coccole della mamma al momento opportuno, trovando comunque il modo di consolare la compagna di vita, ormai istericamente arresa all’immagine invulnerabile della progenitrice antagonista.

    Sia chiaro, non è una regola assoluta, tipo teorema di Pitagora, certo è che la “mammite” è una patologia endemica che colpisce la maggior parte dei neonati. Quasi un rifiuto al taglio del cordone ombelicale, per continuare una marsupiale vita comodamente collocato tra “le braccia di mammà”.

    Unico comune denominatore

    La casa dei genitori rappresenta, per questi eterni peter pan, l’isola che non c’è. È il luogo ideale dove vivere tutta la vita, è il posto dove rifugiarsi, è qualcosa che solo loro, perpetui bambinoni, possono abitare. Per loro, le amorevoli attenzioni della mamma sono qualcosa di geneticamente predisposto.

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    A differenza del padre, presente quel tanto che basta per sapere che esiste, lui e il suo portafoglio, ma la cui presenza può passare quasi inosservata per interi giorni.

    Quante volte “a mà”, e quante “a papà”

    Avete mai provato, voi figli, a contare quante volte, durante l’arco di una giornata, chiedete qualcosa alla mamma? A mà, seguito da esplicita richiesta o semplice constatazione, è la nenia più cantata dai pargoli più o meno cresciuti.

    Si va dal “dove stanno i calzini, e la camicia, e i pantaloni” per passare poi ai vari “ho fame, ho sete, ho freddo, ho caldo” e finire a “mi serve, mi fai, mi prendi, mi passi”.
    Nella vita del mammone, la dedizione materna è un atto dovuto. Intendiamoci, nel comportamento del bamboccione non deve ravvedersi alcuna forma a delinquere, semplicemente è del tutto normale farsi passare dalla mamma la bottiglia dell’acqua, pur avendola a portata di mano.

    Nella convinzione del figlio vive radicata l’idea che alla mamma tutto questo fa piacere. È amorevolmente scontata ogni azione rivolta all’infante, sia questa spontaneamente nata dal desiderio materno, sia essa esplicitamente richiesta dal destinatario. È un po’ come il cane che si morde la coda: la mamma lo fa perché così si sente appagata nel suo essere madre, e un figlio lo fa per regalare quel senso di gioia e soddisfazione alla genitrice, per donarle quella pienezza di vita dedicata ai figli.

    Italia, patria degli spaghetti, della pizza e dei mammoni

    Il resto dell’Europa guarda un po’ sconcertata e alquanto incuriosita a questa “usanza” tutta italiana, non lesinando frecciate ironiche o proseliti offensivi.

    Una società immobiliare norvegese, ad esempio, ha sarcasticamente diffuso le immagini di vita familiare dei giovani italiani, quale monito per i ragazzi scandinavi. Per invitare questi ultimi a uscire di casa e non seguire il modello dei coetanei bamboccioni italici, questa pubblicità puntava i riflettori sulla quotidianità scandita dai gesti troppo premurosi e affettuosi che le mamme italiane riservano ai loro figli.

    Tricolore di polemiche, e il chiaro ma alquanto ridicolo riferimento alla gioventù italiana è stato edulcorato.

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    Ma non basta: 2006, pagine web di Der Spiegel, descrizione spietata, forse dal vago ma di certo non riuscito intento satirico, degli italiani. L’ occasione? La vittoria in extremis della Nazionale di Lippi contro l’Australia.

    L’attacco sferrato ai calciatori azzurri, che vennero descritti quali mammoni, pigri ed esibizionisti celava ma poi nemmeno tanto un’offensiva agli italiani tutti.
    Il sarcastico giornalista autore del pezzo dipinse gli italiani come afflitti da una forma di vita parassitaria, che passava dalle attenzioni della madre a quelle della moglie, che dopo il “fatidico si” diventava semplicemente un’altra donna dalla quale farsi accudire.

    A questa affermazione cercò di “metterci una toppa” la redazione, che pubblicò una nota di scuse in particolare per la scelta delle parole, decisamente poco ironiche e molto denigranti, ma ormai la frittata era fatta.

    Critiche o no, resta comunque un dato di fatto: mammoni o bamboccioni, i maschi italiani hanno sempre avuto un legame particolare con la propria mamma. Per carattere o per comodità, per abitudine o per scelta, la mamma resta sempre la mamma.

    Alla faccia dei concittadini europei, forse abituati fin da piccoli a prendersi il biberon da soli, o a farsi imboccare già nel seggiolone solo dalla propria mano destra.

    Sonia Lombardi

    riproduzione riservata – proprietà EdiWebRoma

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    1 commento

    1. Articolo molto carino e terribilmente vero!
      il legame alla madre ma anche alla famiglia è una tradizione italiana che si legge non solo nei comportamenti descritti dall’articolo ma anche nell’affezione degli italiani alla casa : mutuo trentennale per avre casa di proprietà lontano dal lavoro e poi passare ore nel traffico….anzichè la cultura molto piu’ nord-europea di affiittare casa laddove logisticamente piu’ convienente e cambiando continuamente. Noi siamo legati alla famiglia e al territorio, pure cambiare quartiere ci spaventa!
      però questo non è un aspetto del tutto negativo, ha anche la sua positività. Ciò che reputo aberrante è il comportamento delle mamme che tolgono autonomia ed iniziativa ai figli, pensando di poterli assistere tutta la vita, anzichè stargli vicino piu’ moralmente che logisticamente rafforzandone il carattere, la personalità e rendendoli piu’ forti e capaci nelle questioni extra-lavorative.
      personalmente io come mamma di di un bimbo cerco fin da ora di lavorare su questo, per dargli forza e autonomia e non somigliare alla mama nella foto!
      Credo che l’asilo, piuttosto che i nonni-baby sitter che appartengono per la maggior parte alla cultura di cui all’articolo, abbia un ruolo fondamentale e da non sottovalutare. Ma oggi le mamme lavorano tanto, i nonni sono sempre piu’ anziani e meno utilizzati come baby-sitter, c’è molta piu frequenza negli asili, e quindi credo che trascorse alcune generazioni le cose cambieranno….

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