Home ATTUALITÀ E comunque Ippocrate non era un ipocrita..

    E comunque Ippocrate non era un ipocrita..

    medico.jpgBreve viaggio nel mondo della “mutua sanità”, fra incongruenze di vario tipo e costi di medicine che diventano “bene di lusso”. Ma potevamo prevederlo, il dottor Guido Terzilli aveva anticipato quel che sarebbe stato. Peccato che all’epoca pensavamo fosse solo finzione cinematografica.

    Il 28 maggio scorso, davanti al Tar del Lazio, due colossi farmaceutici hanno deciso di risarcire il Servizio sanitario nazionale: 180 milioni di euro è stata la multa che l’Antitrust ha loro inflitto a Novartis e Roche, accusate di essersi accordate per regalare l’egemonia a un farmaco, annientando la presenza dell’altro più economico.

    Lucentis e Avastin, per contrastare la maculopatia degenerativa retinica: una fiala del primo mille euro, una fiala del secondo venti euro. A sparire dalle corsie dei reparti italiani di oculistica e oftalmologia, da ottobre 2012, è chiaramente il meno costoso.

    Medicinali “off label”

    Avastin, medicinale destinato alla cura del tumore al colon, ha una buona risposta anche per disfunzioni retiniche. Pazienti che presentano un quadro clinico per entrambe le patologie, sottoposti a cura con questo medicinale, incoraggiano beneficio per ambedue le malattie.

    “Off label” è quel medicinale che, seppur caratteristico per una specifica indicazione terapeutica, trova positivo riscontro anche per situazioni cliniche diverse. E questo è il caso di Avastin, prodotto dalla Roche, la cui efficacia pari al Lucentis è stata comprovata da numerosi studi scientifici specialistici.

    Il presidente del Soi, Società oftalmologica italiana, chiosa senza mezzi termini accusando l’Agenzia italiana del farmaco, l’Aifa, di non aver tenuto conto delle evidenze scientifiche dei medici oculisti ma solo delle considerazioni dei due colossi farmaceutici.

    A rimetterci, i soliti noti

    Da ottobre 2012 a oggi oltre centomila pazienti, ignorando quanto stava accadendo, non hanno avuto possibilità di cura, poiché non era disponibile il Lucentis.

    Nel giro di pochi mesi dalla scomparsa dell’Avastin, infatti, la spesa sostenuta per la cura della maculopatia retinica è raddoppiata, grazie al costo del medicinale della Novartis, e i nosocomi italiani hanno dovuta alzare bandiera bianca arrendendosi al profondo rosso di cassa. Solo nel 2012, per questa vicenda, il Servizio sanitario nazionale ha speso più di quarantacinque milioni di euro.

    Professor dottor Guido Terzilli

    Era il 1968 quando, superbamente diretto da Luigi Zampa, Alberto Sordi (che collaborò anche alla stesura della sceneggiatura) interpretò nel film “Il medico delle mutua” la figura che in quegli anni si iniziava a profilare intorno alla professione sanitaria. Il medico della mutua, in quanto tale, era “autorizzato” a brevi consultazioni (da qui il detto popolare “fare la visita del dottore”), ma soprattutto a soddisfare le richieste spasmodiche di medicinali che il mutuato sistematicamente formulava.

    Quella pellicola, oggi tra i cento film italiani da salvare, disegnò uno spaccato di vita dove medici “cinici” privilegiavano il guadagno personale e l’arrivismo alla salute del paziente; per contro, una schiera di mutuati che, in quanto tali, pretendevano una diagnosi con relativa prescrizione di accertamenti e medicinali.

    First Aid – Pronto soccorso

    Sempre lui, l’Albertone nazionale, nove anni dopo riprende l’argomento malasanità. Nel film “I nuovi mostri” di Mario Monicelli, l’aristocratico Giovan Maria Catalan Belmonte carica sulla sua Rolls Royce un uomo che, investito da una automobile, giace “malconcio” ai piedi del monumento a Mazzini.
    Lo abbandonerà esattamente dove lo aveva caricato, dopo aver girato invano per i nosocomi di Roma visto che nessun pronto soccorso aveva mostrato disponibilità alle cure. Dopo le nove, nove e mezza di sera, è meglio non sentirsi male.

    Era, ed è, la fotografia di un’Italia che cambiava, che aderisce perfettamente, come una seconda pelle, alla situazione attuale di una sanità ormai per pochi.

    Canta che ti passa

    Meglio dire aspetta, che ti passa fra tempi biblici per qualsiasi accertamento diagnostico che non sia una analisi del sangue. Una ecografia? Anche un anno di attesa, ma non è che vada meglio per una radiografia o per una visita specialistica.

    La prenotazione deve essere fatta con largo anticipo. Si va da un minimo di un mese, arrivando senza decenza alcuna anche a un anno. Un po’ come quando si prenota una vacanza scontata con largo anticipo per risparmiare. Peccato che questa non sia una villeggiatura, e ne va della salute. A volte, anche della vita dell’utente.

    Agosto, malato mio non ti conosco

    E, questa tempistica diventa disumanità se si pensa che, in alcuni ospedali della capitale, ci sono reparti di oncologia medica che chiudono per il mese di agosto.

    Gli habitué di quei reparti sono affetti da patologie tumorali di grado differente, e in quelle corsie passeggiano le loro speranze di vita. Ma le ferie, a quanto sembra, sono sacrosante, e non importa se a rimetterci è un pubblico che chiede solo di curarsi, peraltro da un male che troppe volte lascia ancora poco scampo.
    La scorsa estate si è gridato allo scandalo, nosocomio incriminato il Policlinico Umberto I.

    Esperienza personale, tutto ciò accadeva anche dieci anni fa, quando mio padre “decise” di farsi diagnosticare un adenocarcinoma polmonare il tredici di luglio. Una visita dall’oncologo pagata pesantemente di tasca sua, impossibile attendere i tempi del servizio sanitario nazionale seppur sventolando un esame istologico così crudele.

    Ma, senza tanti giri di parole né imbarazzo, la risposta fu “il personale ha bisogno di riposo”. Differimmo le cure in un’altra struttura, ma in quei momenti si dovrebbe essere confortati dalla certezza di cure.
    Invece si è assaliti dalla rabbia del sentirsi impotenti due volte: davanti alla malattia e davanti alla indifferenza delle istituzioni che permettono lo sconquasso.

    Torniamo a luglio 2011

    La manovra finanziaria 2011, in piena spending review, ha stabilito, tra molto altro, il pagamento di un ticket aggiuntivo per le prestazioni specialistiche.
    Oltre al pagamento della quota di partecipazione dovuta a fronte di prestazioni erogate dal Servizio sanitario nazionale, l’utente non esente per reddito o patologia è costretto a pagare un ulteriore importo, fissato dalla manovra finanziaria in dieci euro, differibile da regione a regione in base alle singole necessità economiche e diversificabile per prestazione.

    La Regione Lazio ha applicato i dieci euro, questo a discapito di quegli accertamenti di routine, di costo decisamente contenuto che però lievita con l’aggiunta di questi. E non solo.

    Bisogna addizionare un ulteriore importo di 4 euro quale contributo fisso sempre della Regione Lazio sulle prestazioni di diagnostica, che lievita a quindici euro per prestazioni di alta specialità quali Tac e Rmn, “solo” cinque euro se si usufruisce di terapie fisiche riabilitative. Ma attenzione: la maggior parte di queste sono comunque da pagare interamente poiché non erogabili dal Servizio sanitario nazionale.

    Come dire, fare una semplice analisi delle urine, oggi è più conveniente in un laboratorio privato, piuttosto che con il Servizio sanitario nazionale. Già, i centri specialistici privati, sono proprio loro a tornare alla ribalta.

    Offrono prestazioni a “prezzi stracciati”, l’esame può costare qualche euro in più rispetto al prezzo in convenzione, con un valore aggiunto: i tempi di attesa decisamente molto ridotti. Ma in tutto questo, il dato allarmante è che, causa crisi, gli italiani medi rinviano o addirittura rinunciano alle cure.

    Sedersi sulla poltrona del dentista è davvero diventato un lusso riservato a pochi, ma anche la semplice visita di controllo diventa non più necessaria. O quantomeno rimandabile.

    E, a fronte di una diagnosi un po’ sospetta formulata dal medico di famiglia, il primo pensiero va al portafoglio, non alla salute. Spese mediche, ma anche farmaceutiche, oggi sono viste come qualcosa di imprevisto che può mettere in ginocchio l’economia familiare già di per se precaria.

    La certezza di cure oggi è tornata a essere elitaria, solo chi può, economicamente o perché spalleggiato da una assicurazione sanitaria, continua a curarsi.
    Gli altri stanno a guardare, facendo i dovuti scongiuri.

    Sonia Lombardi

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