Home ATTUALITÀ Quella maledetta fretta di sentirsi grandi

    Quella maledetta fretta di sentirsi grandi

    baby squillo

    Il finto benessere che spinge la quindicenne di turno a prostituirsi – per soldi o per una ricarica del telefono poco importa – diventa un caso nazionale che trova molti giudici ma poche teste pensanti capaci di risolvere un problema figlio di ignoranza, “malacultura”, disattenzione. E di silenzio. Rompiamolo e parliamone.

    “Arrangiatevi!”, tuonava con la sua inconfondibile voce e la sua inimitabile mimica Totò da una finestra dell’ex casa di tolleranza della “sora” Gina in via della Fontanella a Roma, nella pellicola di Bolognini che rientra tra i cento film italiani da salvare.

    Era il 1959, da poco più di un anno la legge Merlin aveva dato una svolta al costume e alla cultura italiana sigillando quelle che da tutti erano conosciute come “case chiuse”. Cinquantacinque anni dopo, nel cuore della Roma bene, un appartamento nel seminterrato di un palazzo signorile riaccende la questione creduta archiviata nel 1958, in modo però agghiacciante e drammatico.

    Quell’appartamento ai Parioli

    La porta di quell’appartamento si apre a facoltosi uomini della Roma bene, pronti a pagare fino a cinquecento euro per un incontro con ragazzine di quattordici e quindici anni. E la scure della prostituzione minorile si abbatte su un mondo apparentemente lontano fatto di droga, soldi e incontri con quelle che, da quel momento, saranno da tutti ribattezzate baby squillo.

    Corpo da adolescente ma modi da grande, trucco a nascondere un viso da ragazzina, vestiti e tacchi alti a stravolgere l’immagine acerba di chi, a quindici anni, dovrebbe ancora arrossire per lo sguardo interessato del primo filarino.

    Questo scenario apre dibattiti

    Li apre soprattutto sui social network: a chi condanna gli uomini e giustifica le ragazzine, condizionate da sfondi familiari difficili e da una quotidianità vissuta nella indifferenza degli adulti, si contrappone la schiera dei falsi benpensanti che gridano allo squallore, etichettando le due protagoniste come quelle alle quali piace fare soldi facili, e per farlo vendono il proprio corpo a uomini attempati spesso nemmeno tanto affascinanti, condizione che faceva lievitare il costo della prestazione.

    E in realtà le due ragazzine, nei vari interrogatori rigorosamente protetti e alla presenza di uno staff di psicologi, ammettono che il loro desiderio era quello di fare soldi, e il lavoro di baby sitter o dog sitter al quale avevano pensato di avvicinarsi non avrebbe permesso la vita che invece volevano a tutti i costi. Abiti firmati, telefonini ultimissima generazione, borse alla moda e soldi, cash sempre nel portafoglio.

    Ora parlo da mamma

    Seguo la vicenda da donna, da mamma, da chi non ha dimenticato i suoi quindici anni. Rifletto, su come è cambiato il modo di vivere dei nostri ragazzi. I miei due figli, maschi, li guardo immergendoli in quel contesto dove è possibile ritrovarsi solo per la voglia di evadere da una realtà che può apparire difficile da affrontare.

    Li guardo e penso “sono maschi, a loro non può succedere” e invece è sempre cronaca il pedofilo che attira ragazzini promettendo loro un pallone da calcio o un gioco elettronico. Mi accorgo che, no, maschi o femmine, oggi gli adolescenti sono degli esseri vulnerabili, e senza l’appoggio della famiglia e delle istituzioni scolastiche è facile per loro cadere nella tentazione di diventare grandi e fare soldi nell’arco di un pomeriggio.

    Rifletto, e senza ipocrisia mi dico che, si, l’input per quelle ragazzine è stata la loro sfrenata voglia di avere soldi, letta in un contesto di difficoltà economica della famiglia. Ma questo mio pensare è smentito in men che non si dica, altre ragazzine hanno scelto la strada, e qui è davvero la strada, per vendere il loro corpo per una birra, una ricarica del telefonino o l’ingresso in discoteca.

    Dalla capitale al litorale

    Lo scenario cambia pur restando nella capitale o nei suoi pressi. Nel primo caso è un appartamento in uno dei quartieri più ricchi della capitale, nell’altro sono avvilenti parcheggi che costeggiano il mare di un tratto del litorale romano.

    Se nel primo caso i clienti sborsavano anche cinquecento euro per un incontro, che avveniva in un appartamento certamente squallido per l’utilizzo ma inserito in un contesto territoriale apparentemente di tutto rispetto, nel secondo la desolazione di un parcheggio o della spiaggia ha reso ancora più drammatico il ritratto di questi incontri, nei quali per dieci euro delle minorenni vendevano sesso.

    Sono situazioni limite?

    Continuo a meditare sul comportamento di queste fanciulle cresciute troppo presto e nel peggiore dei modi, cerco certezze nella mia vita di mamma, mi interrogo su come sto educando i miei figli, metto sotto la lente d’ingrandimento il tempo che trascorro con loro, nella quantità e nella qualità. Continuo a ripetermi che sono situazioni limite, quasi a volermi convincere che tutto ciò può capitare a chiunque altro ma non a me, quasi a voler allontanare il mostro.

    Ma anche le mamme o i papà delle ragazzine di Ladispoli avranno pensato la stessa cosa, leggendo delle baby squillo dei Parioli, anche loro avranno demonizzato quello squallore nella loro convinzione che no, a loro non sarebbe accaduto. Eppure è successo.

    Affetti familiari mi assalgono, penso alle mie tre nipoti, femmine, adolescenti, fragili nella loro piccola età. E allora riavvolgo il nastro, e penso ai miei quindici anni. Era diverso, si, forse, ma poi nemmeno tanto. C’era chi aveva di più, e chi aveva di meno. Ma c’era condivisione e confronto tra noi. Oggi no.

    Oggi è più importante apparire, la condivisione è solo per mostrare di avere e sentirsi più forti, quasi potenti. Condividere è acquisire il diritto di essere di più perché si ha di più.

    E le ragazzine dei Parioli lo hanno ben rimarcato tale concetto. Si sentivano grandi quando potevano rientrare nel gruppo dei loro coetanei, offrire da bere o uno spinello o un po’ di coca. Si sentivano grandi, soldi in tasca, a rimarcare la differenza con gli altri, poveri sfigati con la paghetta settimanale centellinata. Si sentivano desiderate più delle altre, nel loro outfit impeccabile e azzeccato. Piccole donne, ben lontane dalle fanciulle del libro della Alcott.

    Cercare di capire è un salto nel buio

    La famiglia, ritratto fatiscente di valori che perdono importanza a ogni scoccar d’ora, che in un caso sembra compiacente, nell’altro impotente e disperata ma con la forza di denunciare, ultima spiaggia sulla quale sprofondare nella speranza di poter ancora salvare qualcosa.

    I protagonisti, quelli adulti, divisi a metà tra chi, nello sfruttare quei giovani corpi, trae beneficio economico e chi invece di quei corpi si ciba per puro scopo sessuale. Quegli adulti che giocano un ruolo diverso, abusando comunque della infantile psicologia di ragazzine che fingono di conoscere la vita.

    La difesa di questi uomini gioca sull’immagine di queste minorenni, filastrocca ripetuta a memoria, troppo scaltre, spigliate e smaliziate per dubitare della loro età, troppo donne per generare anche il più piccolo dubbio.

    Vittime e carnefici in un gioco delle parti

    Inizierà il processo, per chi ignobilmente ha sfruttato queste due adolescenti, che saltavano la scuola divise tra appuntamenti e serate in discoteca. Saranno giudicati i clienti, intercettati a fissare incontri con dettagli e richieste particolari.
    Ma resteranno loro, le ragazzine dei Parioli e quelle di Ladispoli, che sembrano talmente calate nel ruolo da sdoppiarsi, e fingere che davvero poi non era così difficile, che in fondo in quegli incontri bastava pensare che tutto sarebbe finito presto.

    Restano loro, difficile capirne i pensieri, ancor più difficile offrire loro aiuto, quasi impossibile cercare di scalfire quella sicurezza dura e aspra di chi ha bruciato le tappe entrando troppo presto nel girone dei lussuriosi.

    Vittime e carnefici, in un gioco delle parti che dovrebbe far riflettere tutti.

    Sonia Lombardi

    riproduzione riservata – proprietà EdiWebRoma

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    5 COMMENTI

    1. Dobbiamo riflettere tutti: genitori e istituzioni. Questo è il rusultato di qualcosa che negli anni è sfuggito alla società, piccoli segnali apparentemente insignificativi che hanno scavato nel tempo una voragine. Non sono piu’ fenomeni limite e marginali, troppi fatti come questi sono stati denunciati negli ultimi anni. Il nostro è un modello di società che da messaggi contrastanti: da un lato la scuola che tenta di educare i nostri figli in una direzione, poi i mass media che molto spesso vanno in direzioni opposte. A volte i bambini e gli adolescenti lanciano segnali di disagio e le famiglie non riescono a coglierli o non sono supportati adeguatamente per fronteggiarli; le istituzioni spesso lanciano messaggi ma non riescono a tessere una solida relazione istituzione-famiglie. Non è solo un problema di figlie femmine, perchè quegli uomini oggi che sfruttano queste debolezze di adolescenti sono anche loro il fallimento di una famiglia, di una società. Giusto e doveroso perseguirli, ma il nostro obiettivo deve essere anche quello di estinguerli (ovvero evitare che diventino tali).
      Fondamentale a mio avviso lavorare sul rispetto di noi sessi, in primis, e quindi rafforzare il rispetto per gli altri, gli altri tutti: eterosessuali, omosessuali, extracomunitari: TUTTI. perchè sono convinta che nel profondo questi utilizzatori di bambine pensano a loro non come ragazzine ma come ” prostitute” che valgono meno delle loro figlie.

    2. Inizio con una frase fatta: la famiglia è la struttura elementare della società come la cellula lo è dei tessuti degli esseri viventi. La famiglia é essere in grado di allevare ed educare i propri figli se è fonte d’amore e di esempi positivi. Le baby prostitute vanno moralmente condannate, mentre gli uomini che le hanno usate vanno condannati penalmente. Per giudicare, tuttavia, manca un dato fondamentale:quanto amore hanno ricevuto le ragazzine (e gli uomini che le hanno usate) in famiglia? Anche nelle scuole sembra che il comportamento di maschi e femmine sia poco improntato alla castità. Cosa offre la scuola per suscitare interessi utili a distogliere i giovani dalle tentazioni cui per natura alla loro età sono soggetti? Tralascio di parlare dei mali della società, ma è ovvio che i cattivi esempi non mancano.

    3. Lucio,
      francamente castità e tentazioni non sono paragonabili a sfruttamento di minorenni e sesso a pagamento. La mancanza di castità non è un reato e non è da condannare se alla base c’è legalità e rispetto. Qui si parla di illegalità, sfruttamento di minorenni e mancanza di rispetto. “non fae agli altri ciò che non vuoi sia fatto a te”: un comandamento illuminante che spiega ogni cosa anche agli occhi di chi come me non è cattolica. Non credo che questi uomini ammetterebbero che ciò fosse fatto alle proprie figlie (ce ne saràqualcuno che ha figlie???!!) .
      Tralatro la riflessione non è condanare moralmente la baby prostitute e le penalmente gli sfruttatori, non spetta a noi e non serve a nulla. La riflessione è capire cosa sfugge a noi genitori e a noi società, per cui ci troviamo in questa situazione. La repressione verso la castità e la repressione delle tentazioni a mio avviso serve solo ad amplificare il problema. Il rispetto per se stessi e per gli altri ma nel profondo (non una frase fatta) risolverebbe tante cose e a questo dobbiamo mirare.

    4. Per fortuna non si può fare di tutta l’erba un fascio in quanto a mio avviso sono casi limite, anche se sento che con altre modalità i giovani sono disposti a molto pur di avere tanto. La mia generazione forse aveva gli stessi problemi ma allora c’era psicologicamente la distinzione netta tra quello/a si e quello/a no, nel senso che se tu eri povero rimanevi tale ed il ricco beato lui anche se lo invidiavi. Oggi no, sembra che ci sia un livellamento virtuale, che anche se non puoi avere ci sono sempre le possibilità per farlo cosa che allora non arrivavi a pensare presumo perchè il bisogno di apparire era agli inizi e non c’erano tanti mezzi per soddisfarlo, oggi invece è arrivato al livello che etichettarti come “sfigato” è diventato equivalente a dirti “sporco negro”,”emarginato” e quant’altro che genera nei giovani un senso di inadeguatezza abissale che non tutti superano.

    5. La conduttrice televisiva parla di “leoni che stanno per scendere in campo” e allora penso alla Nazionale di Rugby; ma non è così perchè quel “leoni” è riferito alle attrici e attori del Festival di Cannes impegnati a mostrarsi a centinai di fotografi e nullafacenti che li applaudono come fossero degli eroi.
      Cosa hanno dei leoni? A parte bellezza e ricchezza (che non sono qualità) non hanno proprio niente: non hanno mai commesso azioni eroiche, fatto scoperte scientifiche o vinto un Pulitzer. Forse non hanno mai neanche salvato un gatto arrampicato su di un albero….. Eppure per chi li applaude forsennatamente sono “leoni”.
      Cambiano i tempi e cambiano i modelli; questa storia delle baby-squillo non mi scandalizza per niente: gli uomini cercano prostitute giovani e le ragazze (altra cosa sono le bambine) cercano guadagni facili. E’ quello che si vede ogni giorno in televisione o si legge sui giornali; abbiamo sacrificato famiglia, matrimoio e figli in nome del lavoro, soldi, carriera, bellezza, divertimento, sballo….
      Abbiamo cancellato dal nostro vocabolario parole come dovere, sacrificio, coscienza, onestà, fatica, lealtà, onore, esempio….
      Insomma spacciamo “agnelli per leoni” e siamo contenti così ma poi, dopo ogni tragedia, nell’oblò della nostra coscienza infiliamo le solite banalità-società, consumi, scuola- e dopo un bel lavaggio con tanto di centrifuga ci sentiamo mondati. Contenti noi……..

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