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OK, domani si va a Montalto di Castro

gita240.jpgLe giornate si allungano, il sole scalda gli animi. Che facciamo questo week-end? Naturale, una gita. Una gita di quelle che esci la mattina con panini e bottiglie d’acqua stipate nella borsa termica e rientri la sera, stremato, che non riesci neanche a infilare la chiave di casa nella toppa? Perché no.

Una gita di quelle che due ore per arrivare e due ore per tornare, e in mezzo lunghe camminate su e giù per i vincoli angusti di qualche antico borgo. Quelle che ti chiedi se questo è il relax, figuriamoci lo stress.

Stavolta però è tempo di mare, sole, gabbiani. Tempo di volgere lo sguardo lungo il litorale nord alla ricerca di una località interessante ma non troppo remota, dove assieme all’aria salmastra si respiri anche un pò di storia.

Cerveteri ? Santa Marinella ? Non scherziamo, mica vorrete già fermarvi. Civitavecchia ? No, più su. Tarquinia ? Magari al ritorno, perché arrivati fin qui tanto vale spingersi fino a Montalto di Castro, confine con la Toscana, 120 km da Roma nord.
E poi, tornando giù, un saltino alla necropoli etrusca di Monterozzi, vicino Tarquinia. “Così non ci allontaniamo troppo, va bene amore ?” “Certo, come no.”

Montalto di Castro

Montalto è il comune più a ovest della provincia di Viterbo e più a nord del Lazio.

La leggenda narra che sia stata fondata nel V secolo d.C. dagli abitanti di una città costiera che si ritirarono sulla piccola altura per tenersi alla larga dalle continue scorrerie dei pirati e dalle puntate minacciose dei Longobardi che occupavano il territorio dell’odierna Toscana.

Per secoli questa terra fu devastata dalla sanguinosa lotta tra i pontefici e i potenti baroni di Vico, diatriba che finì per annichilire la città facendola svuotare e trasformandola in un cumulo di case abbandonate. Per impedire che fosse cancellata dalla storia, papa Martino V nel 1421 pubblicò una bolla: essa ordinava che i pochi abitanti rimasti non fossero più “molestati”, e conteneva importanti interventi urbanistici.
Nel 1870, con la presa di Roma, terminò il dominio dei papi e Montalto entrò a far parte dello stato unitario.

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Oggi la città appare un groviglio di vicoli e piccole piazze attorniati da mura di cinta e sovrastati da archi, a testimonianza delle sue origini medievali.
Il monumento più importante è Castello Orsini, anch’esso, come la città, di origine leggendaria.
L’abitato di Montalto è invece dominato da Castello Guglielmi, il cui nucleo più antico è costituito dall’imponente torre quadrangolare.

Dopo questa prima infarinatura generale sulla storia di Montalto, però, torniamo un attimo a noi e alla nostra gita.

Dunque, la gita…

Dopo due ore di viaggio ad andatura lenta con inclusa sosta al bar per la colazione, lasciamo la macchina parcheggiata su Via Aurelia Tarquinia e ci dirigiamo a piedi verso il borgo.

Arriviamo in centro a mezzogiorno e mezza. Ora di pranzo. La piazza dinanzi Castello Guglielmi è deserta, fatta eccezione per due ragazzini che giocano a pallone in mezzo alle macchine parcheggiate. Sono fratelli.

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La madre si affaccia una prima volta dal balcone e li chiama per andare a mangiare. Niente, quelli continuano imperterriti come se fossero orfani e non avessero mai avuto una casa. Si affaccia di nuovo e li chiama una seconda volta. Niente. La terza si fa più minacciosa: “Che ve lo devo tirà dalla finestra ?”.

Niente. Alla quarta non resistiamo, e prima che inizi a gridare come un’ossessa: “Signò, se vuole saliamo noi”.

La fame incombe ma stavolta niente pranzo luculliano, ci sono i panini – ricordate ? – anche se la vista di quella tranquilla famigliola al ristorante – padre seduto a capotavola con tanto di tovagliolo infilato nel colletto a mò di Bud Spencer, figli corpulenti avviati a precoce obesità, e madre in piedi a fare le porzioni per quattro attingendo ad un fumante vassoio di carbonara – fa venir voglia di gettare i panini nei secchioni della differenziata e chiedere un tavolo per due.
Però alla fine resistiamo e addentiamo le nostre scorte seduti su una panca all’ombra di un pino.

Turata la “falla”, caffè d’ordinanza e via nuovamente.

Percorrendo Viale Garibaldi si giunge alla Porta del Centro Storico, tramite cui si accede al borgo.
Sulla sinistra, appena entrati, si trova Piazza Matteotti, con immancabile monumento ai caduti. Qui sorge anche il palazzo del Municipio, ricavato da un ex convento francescano, poi trasformato in fortezza sotto i Farnese.

In Piazza Guglielmi, invece, è possibile ammirare la facciata neoclassica della chiesa di Santa Croce, al cui interno è custodito un pregevole dipinto raffigurante “La Madonna della Vittoria”.

Percorrendo Via Soldatelli, infine, si giunge alla chiesa parrocchiale di Santa Maria Assunta, sul cui portale domina lo stemma di papa Pio VI, che ne volle il completo rifacimento nel 1783.
L’interno è decorato con bellissimi dipinti settecenteschi, ma soprattutto ospita le sante reliquie di Quirino e Candido, patroni di Montalto.

Terminato il giro all’interno delle mura, l’ultima puntata è in via Aurelia alle due fontane settecentesche delle Tre Cannelle e del Mascherone, ognuna con il suo bello stemma comunale scolpito sopra.

E qui un sorso d’acqua fresca prima di ripartire alla volta di Tarquinia è d’uopo.

La necropoli etrusca di Monterozzi

Poco distante dal centro di Tarquinia, percorrendo la Strada Provinciale 43 in direzione Aurelia, si arriva alla necropoli etrusca di Monterozzi, dal nome della collina su cui si estende. Non c’è parcheggio, le macchine dei visitatori sono tutte posteggiate lungo la Provinciale stessa, cosicchè facciamo altrettanto e ci dirigiamo a piedi verso l’entrata.

Lungo il cammino incrociamo una coppia di turisti scozzesi sulla sessantina che ci chiedono la strada per Vetralla.

Lei è una signora magra, elegante, discreta ma affabile, lui un omone gigantesco e gaudente, uno di quei buontemponi a cui bastano un paio di birre per rompere gli indugi. E a giudicare dal rossore delle sue gote, oggi deve averli rotti da un pezzo.

“C’è parecchia gente alla necropoli ?” – chiediamo preoccupati per la fila – “Sì ma tranquilli, sono tutti morti”, risponde lui scoppiando in una risata da pub in zona porto, con la moglie che simpaticamente gli molla una gomitata sul fianco. Davvero carini, è evidente che si completino, e magari stanno insieme dai tempi della scuola.

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La fila, in effetti, è poca. La necropoli si presenta come una grande distesa d’erba disseminata qua e là di graziose costruzioni ben curate, simili a casette. Ogni casetta è una tomba. Sono 17. Hanno tutte una porticina d’ingresso varcata la quale si accede ad una rampa di scale che conduce giù fino alla vetrata da cui si possono ammirare le stupende decorazioni dei sepolcri.

Inutile dire che alla terza rampa abbiamo già il fiatone. Anche perchè poi, onestamente, sembrano tutte uguali, almeno agli occhi di un profano. Però siamo arrivati fin qua e non possiamo andarcene senza averne fotografate almeno la metà.

I nomi scelti dagli studiosi sono singolari. La più interessante è la Tomba della caccia al cervo. Chissà se vi riposa un etrusco appassionato di attività venatorie o la vittima di una cospirazione familiare ordita dalla moglie con l’ausilio del forzuto amante. Sì OK, battutaccia, evidentemente è ancora l’influsso dello scozzese.

Il percorso si snoda lungo una serie di viottoli in selciato lungo i quali sono installati pannelli con le indicazioni, anche se poi non c’è un vero ordine da seguire se non quello della numerazione progressiva delle tombe.

Stranamente, le prime fanno il pieno mentre le ultime sono vuote e sembrano reclamare mestamente la loro quota di visitatori, che invece si assottigliano man mano lungo il percorso. Alla fine ne resterà soltanto uno. E forse nemmeno quello.
In lontananza si scorge l’ultima che, non a caso, è la Tomba del maestro delle Olimpiadi. Che serva un allenamento a cinque cerchi per arrivarci ?

Un tizio poco distante da noi racconta alla moglie, nel frattempo rimasta a godersi il fresco delle sei su una panchina, di averla visitata e di aver fatto un mare di foto.

Decidiamo che il suo racconto è più che sufficiente e, stanchi ma felici, guadagniamo l’uscita, non prima di un’ultima foto sotto il salice all’entrata e con in testa già un paio di ideuzze per la meta della prossima gita…

Valerio Di Marco

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