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Al Teatro Olimpico “l’amore e la follia” di Max Tortora

max.jpgIn scena fino al 30 marzo al Teatro Olimpico di piazza Gentile da Fabriano, “L’amore e la follia” è lo spettacolo scritto, diretto e interpretato da Max Tortora. Nelle due ore di questo one man show ironico, pungente e sentimentale, il primo della sua carriera, il comico romano, nostro “concittadino” di corso Francia, regala al pubblico le maschere, le parodie e le voci dei personaggi che hanno segnato la sua vita e il suo percorso artistico di successo. Abbiamo assistito alla prima: ecco com’è andata.

Risate, risate e…

Risate, risate, risate e un velo di malinconia. L’esordio di Max Tortora al Teatro Olimpico si potrebbe riassumere con questa formula, che sembra sintetizzare con una buona approssimazione anche l’indole del comico nato nella capitale cinquantuno anni fa. Tortora si presenta sul palco con una band di tutto rispetto, con due ballerine aggraziate e conturbanti e con i suoi storici compagni di strada, Stefano Sarcinelli e Roberto Andreucci, il mitico signor Giovanni della parodia di Amadeus e de “L’Eredità”.

L’artista romano rinverdisce per una buona porzione dello spettacolo l’antica tradizione dei “centoni”, ossia rielabora a modo suo piccoli e grandi classici della musica italiana e internazionale. Qualsiasi canzone può diventare tutt’altra cosa con una semplice espressione del corpo, con un malandrino ammiccamento, soprattutto se le cambi le parole.

Così, i Pooh, Julio Iglesias, Renato Zero e i Simply Red, ma anche Gianni Morandi e Ivano Fossati, trattano altre tematiche – il sesso, le flatulenze, le patologie gastro-intestinali – mentre i Gipsy Kings si trasformano negli Stipsi Kings. Brani accennati, frammenti di parole e musica, che si fondono insieme componendo un folle medley dove il filo conduttore è la risata immediata, continua e liberatoria.

L’attualità transita lungo i binari della follia e Tortora, prendendo a pretesto la comparazione fra le pubblicità di una volta e quelle di oggi, ce lo ricorda a modo suo. Attori che da anni si intrattengono con le galline, uomini che salvano altri uomini finiti chissà come in mezzo all’oceano, donne che in ascensore tessono l’elogio delle proprie funzioni corporali: questo mondo è impazzito e l’unica salvezza, il solo rimedio che vi si può opporre è l’ironia.

Le imitazioni doc

Non mancano, poi, le imitazioni doc: Celentano confonde le parole delle sue canzoni e se la prende con i suoi musicisti, Arbore si cimenta magnificamente con “Por Dos Besos”; le reinterpretazioni di Luciano Onder e Luciano Rispoli, che pacatamente si esprimono in modo volgarissimo, sono esilaranti, irresistibili.

Lo show scorre via leggero come una rimpatriata fra vecchi amici, snodandosi fra la musica, le parole e i movimenti sinuosi delle due ballerine, Martina Chiriaco e Roberta Guerrini. Tortora tiene banco, non molla un secondo, diventa continuamente qualcun altro (un po’ di Maurizio Costanzo qua, un po’ di Don Matteo là), si trasforma ancora una volta in Amadeus per sventolare di nuovo sotto il naso del povero signor Giovanni la possibilità di vincere i fatidici centomila euro, ma, si sa, il momento della scossa è sempre in agguato…

Sui binari dell’amore

Lo spettacolo, dai binari della follia, si sposta e si muove ora lungo quelli dell’amore. Sul palco sale anche Sergio Caputo (quello vero, intendiamo) che ci regala due chicche del suo repertorio intriso di umorismo, leggerezza e poesia. Arrivano “Un Sabato Italiano” e la dolcissima “Spicchio di Luna”.

Applausi, applausi, applausi.
Seguono gli omaggi, sentiti e appassionati. Parole e musica per ricordare Lucio Dalla, Franco Califano e Alberto Sordi, interpretazioni e reinterpretazioni che ci conducono, con sentimento, rispetto e ironia, verso il finale di uno spettacolo riuscito e convincente.
Risate, risate, risate e un velo di malinconia.

Giovanni Berti

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