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Canne al vento a Ponte Milvio

Chi percorre Ponte Milvio non può far altro che stupirsi, non tanto per il ritorno dei lucchetti o le scritte sul marmo quanto per la differenza che c’è tra la parte a monte e quella a valle. A monte, la riva sinistra, sconvolta da una serie di impressionanti piene, è stata completamente risistemata con un lavoro durato mesi. A valle no, è in uno stato di totale e vergognoso degrado.

A monte, non solo si è realizzato un parapetto in travertino (come la maggior parte dei parapetti del centro storico) ma le sponde sono state ripulite dal fango e dai detriti, spianate e quindi innalzati nuovi argini rinforzati da pali di legno.

Una pista in terra battuta porta all’imbarcadero in maniera da facilitare la messa in acqua di kayak e canoe del Circolo Canottieri “Ponte Mollo”. Un bel lavoro che ha restituito dignità a quel tratto di sponda che sembrava essere stato sconvolto da un cataclisma.

A valle, sempre la “rive gauche”, continua invece a rimanere nel più totale degrado; grazie alla presenza di una vegetazione di un fitto canneto quel tratto di sponda, dove ancora non si è provveduto ad una decente sistemazione, resta forse uno dei luoghi più sporchi all’interno della città. Utilizzato come discarica ma anche come “vespasiano” nonostante ci si trovi ai margini del quartiere Flaminio e a pochi passi dalla Torretta Valadier.

Il degrado della sponda è ben conosciuto da tutti i residenti che evitano accuratamente di frequentare quei luoghi vuoi per la sporcizia ma anche perché non si sentono sicuri.
Tra le canne infatti, da mesi, è sorta una vera e propria favela abitata da numerose famiglie di senzatetto.

Dal ponte si scorgono benissimo i tetti di quelle casupole e la scala scavata nel terreno che conduce all’ingresso principale (la favela ha anche un secondo accesso adiacente ad una vera e propria discarica).

Da questa favela, come accadeva nell’età della pietra, partono ogni mattine gruppi di “cercatori”; nella preistoria si cercavano frutti e bacche oggi invece si rovista nei cassonetti nella speranza di tirare fuori oggetti buoni per essere rivenduti o necessari alla sopravvivenza.

Per raggiungere le baracche bisogna percorrere un sentiero fangoso cosparso di rifiuti e feci; 150-200 metri e ci si ritrova all’interno del fitto canneto dove è stata creata un’ampia radura e dove sono sorte le casupole.

Accanto a queste ci sono vecchi frigoriferi, tavoli e seggiole; di fronte alle baracche, su due livelli distinti, è stata creata una vera e propria discarica dove i materiali recuperati dai cassonetti vengono selezionati e quelli privi di valore abbandonati sul terreno.
Impossibile fare l’elenco di questa incredibile differenziata.

La favela ovviamente non ha servizi igienici e allora si ricorre agli spazi aperti, sotto gli alberi o più semplicemente sulla banchina in marmo. L’odore di cibo in cottura si mischia a quello delle feci mentre un fango appiccicoso e tenace (ma siamo sicuri che sia fango?) si attacca alla suola delle scarpe.

Se si lascia la favela e si prosegue lungo la sponda la situazione certo non cambia; le rive lambite da una forte corrente resa tale dalle recenti piogge, sono sporchissime e gli alberi infestati da migliaia di brandelli di plastica. Una visione deprimente e che non rende certo giustizia a questo fiume che nessuno vuole più curare.

In un nostro precedente articolo avevamo documentato come la VAMS Ingegneria, proprio su mandato del Comune di Roma, aveva condotto uno studio relativo al risanamento del Tevere e alla sua navigabilità (da Castel Giubileo ad Ostia) stimando per gli interventi una spesa di 250 milioni di Euro. Una cifra enorme ma di gran lunga inferiore a quella stanziata per la mai completata “Città dello sport”; un progetto nato dalla Giunta Veltroni e mai arrivato a compimento e costato la bellezza, ad oggi, di 660 milioni di Euro.
Undici volte il costo iniziale.
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Francesco Gargaglia

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1 commento

  1. Forse, anzichè spendere centinaia di migliaia di euro per i graffiti “d’autore” che dovrebbero essrere realizzati sui muraglioni del centro storico, il comune di Roma farebbe meglio ad impiegare le risorse disponibili per ripulire e risanare le sponde. Cambiano le amministrazioni, ma l’indiffernza nei confronti degli ambienti naturali che si trovano lungo il tratto cittadino del Tevere è sempre la stessa. Eppure, si tratta di un piccolo polmone verde incuneato nel cuore di Roma Nord che potrebbe essere reso fruibile da parte dei cittadini costretti a vivere in quartieri poveri di verde pubblico.

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