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Una Venere nel Tevere

poesiesparseunavenere.jpgVenere era la dea dell’amore, della bellezza e della fertilità; nata da una conchiglia era sacra ai latini che la consideravano un’antenata del popolo romano per aver generato, dalla sua unione con Anchise, Enea. La conosciamo anche per essere la protagonista di numerose opere d’arte; dalla Venere di Milo alla “nascita” del Botticelli, dalla Venere con Cupido di Velazquez alla Venere e Amore di Correggio. Ma quanti conoscono la Venere Cloacina?

Una Venere meno bella e attraente perché protettrice della Cloaca Maxima, la più importante delle fogne di Roma.
Sembra che una sua statua fosse stata trovata proprio nel Tevere e posizionata su di un piedistallo rotondo all’interno del Foro Romano dove si credeva ci fosse l’ingresso del sistema fognario.
I romani, che avevano appreso dagli Etruschi l’arte della bonifica, attribuivano una grandissima importanza al sistema fognario perché in grado di mantenere la pulizia e l’igiene di Roma.

La Venere Cloacina, il cui nome deriva dal verbo “purificare”, era anche la dea della pulizia e della sporcizia e spesso veniva effigiata all’interno dei bagni pubblici.
Un ruolo sicuramente meno romantico di quello interpretato dalla bella Venere, o Afrodite che dir si voglia, ma altrettanto importante.

Alla Venere Cloacina Giovanna Iorio ha dedicato un libro di poesie dal titolo “Una Venere nel Tevere” (Edizioni CFR).

Giovanna Iorio è una professoressa che insegna letteratura italiana al Marymount International School; creatrice del blog “Amici di letture e leggerezza” è anche scrittrice e poetessa.

La scelta di intitolare la sua raccolta di poesie alla Venere Cloacina, come scrive Remo Bodei nella prefazione al volume, è nell’aver individuato in questa figura, meno affascinante di quella della dea greca, “una forza nascosta e discreta in grado di pulire e purificare”.

“Sono Venere Cloacina
la donna gettata nel fiume Tevere
lo sporco mi scorre nel cuore
ho dormito in un letto
d’acqua impura
ho visto un fiume di persone
ho visto scorrere via il tempo
sotto il cielo che si fa nero all’alba
come un lenzuolo
emergo da un’onda
con le pietre nel cuore
gli occhi verdi di alga
la mia lingua pronta
a pulire con parole d’amore
le antiche ferite
i vicoli sporchi
i ponti rotti
la cloaca che fluisce
l’anima sporca
del fiume.”

Nelle “note di lettura” che chiudono le settanta poesie, Gianmario Lucini parlando della Iorio scrive: “Una riconferma, dunque, della caratura di questa autrice, ormai alla sua quarta opera di poesia, e della sua ricerca linguistica che tende nello stesso tempo a “disossare” il verso, a renderlo essenziale, senza tuttavia privarlo della sua carica di comunicatività e a volte di colloquialità. Sembrano versi nati per caso, ma in effetti c’è “dietro” un’attenzione costante e vigile all’affinamento stilistico, secondo le regole della semplicità e della precisione che l’autrice si è imposta”.

Francesco Gargaglia

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