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La notte dei Muse allo Stadio Olimpico

muse120.jpgCi siamo. I Muse si apprestano finalmente a conquistare Roma con il grande concerto in programma sabato 6 luglio allo stadio Olimpico, nell’ambito del tour a supporto della loro ultima fatica discografica, The 2nd Law, pubblicata ad ottobre dello scorso anno. Per la band capitanata da Matt Bellamy si tratta della prima volta in assoluto all’interno della più grande arena a cielo aperto della Capitale, e per l’occasione il trio inglese presenterà uno spettacolo densissimo di emozioni e trovate sceniche ai limiti del surreale, grazie ad una scenografia da colossal che si annuncia, come al solito, piena zeppa di sorprese.

Del resto, i loro spettacoli dal vivo hanno sempre avuto un forte impatto visivo ed un altissimo coefficiente di spettacolarità, comportando spesso anche l’accettazione del rischio – peraltro il più delle volte schivato – che la cornice, sempre pomposa e magniloquente, relegasse la musica a mero elemento di contorno.

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Col passare degli anni, poi (e col crescere delle disponibilità in portafoglio dovute ad un successo mondiale ascendente ed inarrestabile), la band ha puntato ogni volta più in alto riuscendo sempre ad andare oltre fino a divenire un punto di riferimento imprescindibile della tecnologia visiva applicata ai concerti rock, nel solco di band come Pink Floyd, Rolling Stones e U2.

I Muse si affermarono verso la fine degli anni novanta sull’onda di un brit-pop che, rivalutando l’epopea albionica in materia, aveva visto nascere in quel decennio una miriade di band ossequiose di una certa tradizione compositiva che affondava le proprie radici fin nei meravigliosi Sixthies.

I riferimenti però erano molto più prossimi e omaggiavano da una parte le scariche elettrico-nichiliste dei Nirvana, e dall’altra i contorsionismi cerebrali dei Radiohead di OK Computer, unendo poi il tutto ad avvitamenti chitarristici Queen-oriented, ad escalation prog che richiamavano i Genesis, alla vena spazial-trasformista del David Bowie primi anni settanta e al mood malinconico e agorafobico di certi U2 anni ottanta, con l’aggiunta – ed è questa la principale peculiarità – di elementi classici e sinfonici uniti ad un’attitudine algoritmica nell’approccio alla scrittura che fece parlare (a sproposito) di math-rock.

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Il primo album, Showbiz, uscì nel 1999, e pur peccando in omogeneità, ebbe il merito non indifferente di gettare le basi del loro sound. La svolta si ebbe grazie ad Origin Of Simmetry (2001), con il quale l’ensemble del Devon si fece conoscere ad ogni latitudine per effetto di brani quali New Born, Bliss, Plug In Baby, divenuti ormai classici della loro discografia e reclamati dai fan ad ogni concerto.

Aperta la breccia, quella che seguì fu una marcia trionfale e inarrestabile, grazie ad Absolution (2003) e Black Holes And Revelations (2006), l’ultimo album davvero degno di nota prima della definitiva deriva easy-listening (intendiamoci: non che prima i Muse rifuggissero da ottiche essenzialmente mainstream) di The Resistance (2009) e del succitato – e tutt’altro che indimenticabile – The 2nd Law (2012).

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E qui bisognerebbe fare un discorso più generale relativo al fatto che, a partire dall’inizio degli anni zero, la progressiva settorializzazione del panorama rock e la parcellizzazione dei gusti e delle tendenze determinata in primis da internet, hanno fatto sì che venisse a scomparire il modello di band-massa, quella capace di imporsi come fenomeno di costume, amata ad ogni latitudine e capace di unire qualità e numeri da capogiro.

E così, fatta eccezione per quei pochi marchi oramai consolidati e pluridecennali come Springsteen, Stones, U2, Depeche Mode, Madonna, riempire uno stadio è divenuto appannaggio quasi esclusivo di una ristrettissima cerchia di band che, inevitabilmente, per puntare ai grandi numeri devono andare sul sicuro e giocare tutto sulla codardia dei suoni familiari, sull’accessibilità radiofonica, sulla riconoscibilità, sull’immediatezza, a scapito dell’originalità e, sempre più spesso, della qualità.

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Si tratta di band o artisti relativamente giovani che hanno venduto troppo presto l’anima al music-businnes più smoderato, finendo per svuotare di ogni significato quella che all’inizio poteva essere un’offerta musicale vagamente interessante, a beneficio di un surrogato dalla più che dubbia consistenza agli occhi di chi ritiene che la qualità sia comunque fondamentale.

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I Muse di questa cerchia fanno sicuramente parte, e – anzi – sono fortemente sospettati di esserne i capofila, ma in fondo, a ben vedere, chissenefrega. Tanto vale per un paio d’ore mettere da parte ogni astio indie e divertirsi sulle loro note lasciandosi abbagliare dallo spettacolo che ci regaleranno, luci ammalianti e robot giganti compresi. Volenti o nolenti, il rock da stadio, oggi, sono loro.

Valerio Di Marco

riproduzione riservata – proprietà EdiWebRoma

 

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2 COMMENTI

  1. Stanno provando oggi? questo rumore ossessivo assordante e insopportabile che scassa i timpani a tutto il quartiere da ore, e sembra provenire dalla direzione dell’olimpico, che cosa c. Diamine sarebbe? Possibile che si debba subire di tutto in questa zona? Santo iddio.

  2. @ piero
    Non sono i muse ma una serie di DJ che hanno acusticamente appestato tutto il quartiere della farnesina fino a giochi delfici nella giornata di domenica.

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