Home ATTUALITÀ Fivehorizons, i Pearl Jam in 70 scatti all’Auditorium

Fivehorizons, i Pearl Jam in 70 scatti all’Auditorium

fh120.jpgChi l’ha detto che la musica si ascolta solamente: si può leggere, come quando sfogliamo la biografia delle nostre rockstar preferite; si può guardare, come quando ce ne stiamo ore sotto il sole per accaparrarci la prima fila al concerto della nostra vita; si può toccare, come quando scartiamo per la prima volta la ristampa deluxe del vinile con cui siamo cresciuti; e si può ammirare in foto, come nel caso di Fivehorizons, la prima mostra fotografica internazionale sui Pearl Jam che si terrà all’Auditorium Parco della Musica di Roma da giovedì 13 giugno a martedì 30 luglio.

La rock band americana capitanata da Eddie Vedder, una delle ultime superstiti di quel vasto movimento musicale e di costume denominato “grunge” all’inizio degli anni novanta – forse l’ultima grande rivoluzione del rock – ha infatti autorizzato la messa in piedi di una interessantissima retrospettiva sulla propria parabola e su una carriera che ha ormai superato la soglia del ventennale.

La rassegna si articola in una serie di 70 scatti – alcuni dei quali di una bellezza mozzafiato, a giudicare dalle anteprime in rete – realizzati da fotografi che hanno seguito e raccontato attraverso le immagini il sestetto americano dagli esordi fino ad oggi.

Si parte dai primi scatti degli anni novanta di Lance Mercer e Charles Peterson, fino ai recentissimi di Steve Gullick e Danny Clinch, tutti nomi più che familiari presso la nutritissima comunità di fan dei Pearl Jam sparsi per il globo, per i quali questa rassegna vuole essere un omaggio.

fh4702.jpg

I Pearl Jam si formarono nel 1990 a Seattle, nello stato di Washington, vero e proprio epicentro del grunge, e si affermarono ben presto assieme ad una foltissima schiera di band che si erano fatte le ossa nei circuiti alternativi del rock americano anni ottanta, raggiungendo la fama mondiale all’inizio del decennio successivo grazie a Ten (1991), disco assurto da subito al rango di manifesto per un’intera generazione che si riconosceva, oltre che in loro, anche in gruppi quali Nirvana, Soundgarden, Alice In Chains, Mudhoney, Stone Temple Pilots.

Da lì, l’ascesa fu immediata. Vedder e soci misero in fila una serie impressionante di capolavori entrati di diritto negli annali del rock, da Vs. (1993) a No Code (1996), passando per Vitalogy (1994), riuscendo a far coesistere il sempre ben accetto riscontro in termini commerciali con il mantenimento di un’integrità ed un rigore morali che i fumi inebrianti del successo portano spesso a smarrire.

fh4701.jpg

Fu in particolare grazie questo approccio che riuscirono a guadagnarsi il rispetto e l’ammirazione di appassionati e addetti ai lavori nonchè dei detrattori che ravvisavano nella loro proposta musicale una riedizione fuori tempo massimo di certi suoni del passato oramai obsoleti.

Rimane però il fatto che i Pearl Jam più che una band erano un’idea, erano portatori di una missione e rappresentavano uno degli ultimi bastioni a difesa di quel rock duro, puro e senza compromessi che resisteva alle mode imperanti veicolate dai media e da MTV nello specifico.

Nella seconda parte degli anni novanta, l’ispirazione venne fisiologicamente un po’ meno, ma l’atteggiamento rimase lo stesso, tanto che i Pearl Jam sono unanimemente riconosciuti come una delle rock-band più coerenti mai esistite.

Yield (1998), Binaural (2000), Riot Act (2002) e Pearl Jam (2006) sono riusciti, pur con qualche caduta, a tenere alto il loro nome. Solo con Backspacer (2009) hanno ceduto all’easy-listening virando verso un sound più radio-friendly che ha lasciato di stucco i fan della prima ora ma che ha incontrato al contempo i favori del più ampio pubblico mainstream.

fh4703.jpg

Ora, a quasi quattro anni di distanza, vogliono riprovarci, e per questo si apprestano a tornare sulle scene. Un gustoso assaggio lo abbiamo già avuto lo scorso 31 marzo, quando si sono esibiti al Lollapalooza Festival di San Paolo, in Brasile, dando vita ad uno spettacolo di pura adrenalina e snocciolando gran parte del loro repertorio storico.

Ora la mostra Fivehorizons che, in attesa di scartare il nuovo album, rappresenta una gustosissima anticipazione per i fan romani della band che con l’Italia – del resto – ha sempre avuto un rapporto davvero speciale.

Valerio Di Marco

riproduzione riservata – proprietà EdiWebRoma

 

Visita la nostra pagina di Facebook

LASCIA UN COMMENTO

inserisci il tuo commento
inserisci il tuo nome