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Monte Mario, esplorando i sentieri della mente umana

museomente120.jpgSabato 6 aprile si è tenuta la quarta giornata della tranche primaverile di Teatri della Memoria, serie di escursioni radioguidate all’interno del territorio di Roma Nord a cura dell’ associazione di promozione sociale Urban Experience. La visita è stata molto particolare, in quanto più che percorrere viottoli di campagna alla scoperta di antichi reperti o addentrarci nel cuore segreto di qualche quartiere, abbiamo esplorato i sentieri della mente umana: il Museo della Mente.

Sì perché a Monte Mario, sulla Trionfale, immerso nel verde del parco Santa Maria della Pietà, all’interno del Padiglione 6 dell’ex ospedale psichiatrico che lì vi sorgeva, è possibile visitare il Museo Laboratorio della Mente, un autentico gioiellino di retrospettiva grazie al quale ripercorrere l’intera storia del nosocomio ormai dismesso e del quartiere che gli sorse attorno.

Il percorso espositivo è articolato come una ricostruzione ambientale degli spazi in cui i pazienti passavano le loro lunghe giornate, e si snoda in due installazioni: la prima – che funge da preambolo – all’interno del padiglione 26, al primo piano, e la seconda che è il museo vero e proprio.

La parte introduttiva è più recente rispetto al resto del complesso ed è intitolata “Portatori di Storie – da vicino nessuno è normale”. Si tratta di un racconto collettivo che narra l’universo del disagio mentale, le odierne esperienze vissute dai pazienti psichiatrici, dai loro familiari e dagli stessi operatori della salute mentale.

Le persone che hanno donato la loro testimonianza vengono proiettate su uno schermo gigante in scala reale che permette al visitatore di confrontarsi con la loro esperienza diretta. L’installazione è composta da due momenti: uno più suggestivo e spettacolare, e l’altro di maggior approfondimento sulle tematiche che verranno affrontate nel prosieguo del percorso.

Il tutto arricchito dalle numerosi fonti dell’archivio audiovisivo della Biblioteca Cancelli del Santa Maria della Pietà, situata sullo stesso piano.

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Terminata la prima fase, si passa al secondo step con la visita – come detto – al museo vero e proprio il cui allestimento presenta la singolare particolarità di essere non una banale collezione di oggetti e documenti del passato, ma una riproduzione scenografica che permette al visitatore di immedesimarsi nella condizione psicologica di coloro i quali in quel posto erano relegati a vita, un’esperienza soggettiva che si genera nell’attraversamento degli spazi manicomiali e nell’apparire inatteso delle storie rievocate.

Un viaggio psicologico dove si può guardare con occhi altrui, tornare a quegli angusti e sinistri corridoi dall’eterno odore di ammoniaca, a quegli enormi stanzoni con le luci bianche, a quelle camere simili a celle di una prigione.

Si inizia dalla Sorveglianza, il nome dato al piccolo cortile in cui si svolgeva la vita collettiva della comunità sotto lo stretto controllo degli infermieri – molto più simili a custodi – i quali non permettevano ai pazienti di allontanarsi né di avere contatti coi loro omologhi ricoverati negli altri padiglioni. Qui si veniva spogliati di ogni diritto alla privacy persino nell’espletamento dei bisogni fisiologici più elementari.

Si passa poi alla visita dei locali interni. Durante il percorso si è immersi in una realtà virtuale dove la riproposizione di suoni e immagini crea un effetto straniante e claustrofobico.

Grazie a moderne installazioni tecnologiche si vive un’esperienza multisensoriale e disturbante attraverso i vari snodi dell’esposizione tra i quali i più suggestivi sono sicuramente la “stanza di Ames” – una camera dalla forma distorta in modo da creare un’illusione ottica di alterazione della prospettiva – la sala dove sono esposti alcuni ritratti di pazienti eseguiti negli Anni trenta dal medico Romolo Righetti, oltre a dipinti realizzati da alcuni “ospiti” storici della struttura con una particolare predilezione per le arti figurative, e infine lo studiolo dove ci si può far scattare una foto segnaletica secondo il rito iniziale che dovevano compiere tutti coloro che venivano internati.

E’ possibile anche parlare in un microfono e ascoltare la propria voce fondersi con quelle dei pazienti nonchè osservare i propri movimenti col ritardo di alcuni secondi attraverso un enorme monitor dall’immagine stilizzata.

Il tutto accompagnato da un’illuminazione soffusa che rischiara appena la penombra e da un brusìo indistinto emesso dagli altoparlanti che accompagna il visitatore lungo l’intero percorso.

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Percorso su cui aleggia fin dall’inizio, minacciosa, la sagoma della macchina per l’elettroshock, alla quale si arriva per ultima. E qui un brivido ci attraversa la schiena al solo pensiero di quanta sofferenza quelle enormi tenaglie di metallo riuscissero a provocare.

La tensione scema solo quando si esce finalmente dalla “sala delle torture” e ci si dirige verso l’uscita passando per la sala mensa, dove spicca la totale assenza di forchette e coltelli, che venivano tolti per non permettere ai pazienti di farcisi del male (anche cinte e lacci delle scarpe venivano requisiti fin dal primo giorno). Qui è anche possibile ascoltare le testimonianze audio – in alcuni casi raccapriccianti – di medici e infermieri.

Il tracciato prevede infine la visione del filmato che racconta l’esperienza del Padiglione 16 del nosocomio di Trieste, dove nel 1974 e sotto la direzione di Franco Basaglia, venne condotto un innovativo esperimento volto a favorire l’integrazione tra pazienti e che aprì una tra le brecce più significative nel percorso verso la legge del 1980 che del grande psichiatra porta il nome.
Il tentativo era quello di dar vita ad una realtà in cui i pazienti per la prima volta potessero sentirsi normali,
dove l’interazione tra loro e il personale curante fosse tra pari, dove venissero organizzate attività di svago e creati reparti misti uomini-donne. Fu una rivoluzione nella concezione della malattia mentale.
Anche qui un brivido, ma di commozione.

E con la commozione termina anche la nostra visita. Ci si avvia così verso l’uscita, le indicazioni ci conducono al portone attraverso cui eravamo entrati. Quando lo apriamo veniamo quasi accecati dalla luce del sole che ci rischiara gli occhi e la mente. Tuttavia il dubbio permane, ed è la più cosmica delle domande: che cos’è la normalità ?

Valerio Di Marco

riproduzione riservata – proprietà EdiWebRoma

Il Museo Laboratorio della Mente è situato nel Padiglione 6 del Comprensorio Santa Maria della Pietà – Piazza S. Maria della Pietà, Roma
Giorni e orari di apertura
lunedì – venerdì 9-17 Sabato 9-13 chiuso la domenica e i giorni festivi
Non è necessaria la prenotazione. Ingresso: è richiesta una donazione di € 5,00
Per info 0668352927/2807/2858.

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